Proiezione di vicinato

La fabbrica che serve all’Italia è nei Balcani. Ma la concorrenza è forte

L’Ue ha previsto verso la regione finanziamenti e prestiti per 6 miliardi, correlati alle riforme. Investire nelle infrastrutture consente ritorni nei costi di produzione, logistica e sviluppo industriale. Germania, Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno schemi differenti: chi punta ai nodi strategici, chi alle piattaforme urbane. L’Italia è presente con aziende diffuse, ma con un fondo pubblico-privato farebbe la differenza

Aleksandar Vučić, presidente della repubblica serba (AP Photo/Darko Vojinovic)

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Il 5 giugno 2026, a Tivat, in Montenegro, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito l’adesione dei Balcani occidentali «un investimento geopolitico cruciale». Al vertice tra Unione europea e Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, la discussione non ha riguardato soltanto l’apertura dei capitoli negoziali. I leader hanno collegato l’allargamento alla graduale integrazione nel mercato unico, al Piano di crescita, alla sicurezza, alla resilienza informatica e alla protezione dalle interferenze straniere.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il dispositivo finanziario centrale è il Reform and Growth Facility, dotato di 6 miliardi di euro per il periodo 2024-2027: 2 miliardi in sovvenzioni e 4 miliardi in prestiti agevolati, erogati in funzione dell’attuazione delle riforme.

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È un meccanismo che riduce progressivamente il premio per il rischio applicato a un’impresa serba, a una centrale albanese, a un terminal montenegrino o a un fornitore meccanico bosniaco.

Quando diminuiscono i costi di pagamento, i tempi doganali, l’incertezza normativa e l’isolamento infrastrutturale, non deve necessariamente raddoppiare l’utile di un’azienda perché ne cresca il valore: basta che scenda il costo del capitale e aumenti la probabilità di vendere stabilmente nel mercato europeo.

Nel 2025 il commercio di beni tra Unione europea e Balcani occidentali è aumentato del 5,2%, superando 87,7 miliardi di euro.

L’Europa importa dalla regione soprattutto macchinari, apparecchiature, metalli di base, minerali e prodotti chimici; esporta macchinari, mezzi di trasporto, metalli, minerali e chimica.

La struttura produttiva è dunque già europea: cavi, componenti automobilistici, lavorazioni metalliche, farmaceutica, trasformazione alimentare, apparecchiature elettriche e servizi digitali sono inseriti nelle filiere continentali.

La qualità degli interventi

Ciò che dovrebbe cambiare è la qualità di questa integrazione. Nel 2025 la Banca europea per gli investimenti ha impegnato nei Balcani occidentali 822 milioni di euro in prestiti, garanzie e sovvenzioni, destinati a mobilitare circa 1,5 miliardi di investimenti complessivi.

I finanziamenti comprendevano 664 milioni in prestiti e garanzie, 151,1 milioni di sovvenzioni dell’Unione attraverso il Western Balkans Investment Framework e 6,5 milioni attraverso l’Economic Resilience Initiative.

Il 58% degli interventi era collegato direttamente all’azione climatica e alla sostenibilità; nell’anno sono stati approvati nuovi progetti per 1,4 miliardi e versati 610 milioni. Una ferrovia finanziata dall’Europa non rivaluta soltanto il binario.

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Rivaluta i terreni industriali, i depositi, gli spedizionieri, le officine, le cave, i terminal e le aziende che possono consegnare in Germania o in Italia senza accumulare giorni di ritardo e scorte improduttive. Una nuova interconnessione elettrica non aumenta soltanto la sicurezza energetica: rende bancabili gli impianti rinnovabili, i sistemi di accumulo e le industrie che devono dimostrare un contenuto di carbonio compatibile con le regole europee.

Gli altri Paesi

La Germania controlla la filiera più profonda. In Serbia operano circa 900 imprese a capitale tedesco, con approssimativamente 80mila dipendenti. Tra gli investimenti industriali censiti da Germany Trade & Invest figurano circa 900 milioni di euro di Stada-Hemofarm, 430 milioni di ZF, 91 milioni di Bosch, 60 milioni di Siemens e 33 milioni di Bizerba. ZF e Bosch hanno anche dipartimenti di ricerca e sviluppo: non soltanto assemblaggio a costo ridotto, quindi, ma controllo delle specifiche, della tecnologia, del software e dei clienti finali.

La Cina ha scelto meno aziende, ma più nodi strategici. Secondo l’agenzia federale tedesca per il commercio estero, nel 2025 gli investitori cinesi rappresentavano circa il 30% degli investimenti diretti esteri in Serbia, con una forte concentrazione nelle risorse naturali e nella produzione destinata all’esportazione verso l’Europa.

Pechino è già presente nell’acciaio, nel rame, nell’oro, negli pneumatici e nelle infrastrutture ferroviarie. Il 26 maggio 2026, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente serbo Aleksandar Vučić hanno indicato come nuove aree di cooperazione l’intelligenza artificiale, l’economia digitale, l’energia verde e la manifattura avanzata.

La Turchia sta costruendo un sistema diverso, che combina imprese, costruzioni, banche, telecomunicazioni, diplomazia e difesa. Il 26 luglio 2025, dopo la riunione della Balkan Peace Platform a Istanbul, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha confermato che i Paesi partecipanti avevano discusso di commercio, energia, connettività, difesa e cooperazione nell’industria militare, anche in relazione agli strumenti europei SAFE e ReArm Europe.

Gli Emirati Arabi Uniti operano con capitale concentrato e paziente, rivolto a logistica, agricoltura, infrastrutture e piattaforme urbane. Un porto, una società agricola o un sistema digitale di gestione delle merci possono influenzare una catena di valore molto più ampia del bilancio dell’azienda acquistata. Il loro vantaggio non è la densità manifatturiera tedesca, ma la capacità di comprare rapidamente nodi ad alta leva strategica.

L’Italia è forte, ma dispersa

L’Italia non parte assolutamente da zero. In Serbia risultano registrate circa 1.200 imprese a capitale italiano, che impiegano, includendo l’indotto, circa 50 mila persone e contribuiscono per il 5,5% al prodotto interno lordo serbo. Dal 2007, l’Italia ha rappresentato il 10,9% dei progetti di investimento estero e l’11,8% del loro valore. Intesa Sanpaolo e UniCredit detengono insieme il 27,1% del mercato bancario locale; Generali e UnipolSai-DDOR il 32% delle assicurazioni. Stellantis ha avviato la produzione della Grande Panda nello stabilimento di Kragujevac.

L’interscambio Italia-Serbia ha raggiunto 4,47 miliardi di euro nel 2024.

Le importazioni serbe dall’Italia sono state pari a 2,77 miliardi, con i macchinari industriali per uso generale in crescita del 17,3% a 232 milioni. Le esportazioni verso l’Italia hanno raggiunto 1,69 miliardi, trainate, tra l’altro, da cereali e prodotti derivati, aumentati del 57,8%, e metalli non ferrosi, saliti dell’85,6%. Nello stesso anno la Germania ha totalizzato con la Serbia 9,28 miliardi di interscambio e la Cina 6,88 miliardi, in crescita del 23,9%. Questi dati mostrano una presenza italiana vasta, ma non ancora una strategia di controllo.

Le aziende che contano

Il bersaglio non è necessariamente la società più grande. Può essere una piccola officina con certificazioni militari, un produttore di trasformatori, un laboratorio che autorizza l’accesso al mercato europeo, una società di software industriale, un terminal ferroviario, una concessione mineraria, un’impresa di manutenzione delle reti o una catena del freddo. La prima categoria comprende difesa, munizionamento, esplosivi, lavorazioni speciali, elettronica e manutenzione dei veicoli. La seconda riguarda energia e reti: idroelettrico, accumulo, trasmissione, software di dispacciamento e accesso a elettricità a basse emissioni.

La terza comprende rame, bauxite, piombo, zinco e impianti di trasformazione. Seguono porti, terminal intermodali, fibre ottiche, data center, telecomunicazioni, sementi, fertilizzanti, silos e trasformazione alimentare. Il valore strategico nasce dalla combinazione di sei fattori: scarsità del bene, difficoltà di sostituzione, accesso al mercato unico, dipendenza tecnologica, rilevanza per la sicurezza e possibilità di integrazione con un gruppo italiano. Un’acquisizione totale non è sempre necessaria: una quota con diritti di governance, un’opzione, un accordo di fornitura pluriennale o un diritto di prelazione possono garantire controllo sufficiente a costi inferiori.

La finestra 2026-2031

Il tempo economico dell’operazione è ristretto. Servirebbe un registro degli asset strategici balcanici e selezionare almeno cento obiettivi. Poi avviare la prima ondata di acquisizioni nei settori più integrabili: meccanica di precisione, energia, cybersecurity, logistica e agroindustria. Successivamente, con l’avanzamento dei corridoi europei e delle interconnessioni, la priorità dovrebbe passare a porti, terminal, terreni industriali, reti e telecomunicazioni.

Nel 2030, le imprese acquistate dovrebbero diventare piattaforme regionali capaci di acquisire fornitori minori. Entro il 2031, l’obiettivo dovrebbe essere l’integrazione. Occorrerebbe un veicolo pubblico-privato da almeno 1,5-2 miliardi di euro, capace di mobilitare più capitale mediante banche, gruppi industriali, CDP, SIMEST, SACE, BEI e BERS. Il fondo non dovrebbe acquistare aziende per rivenderle rapidamente, ma conservarle abbastanza a lungo da finanziarne lo sviluppo

Il prezzo dell’attesa

Il rischio per l’Italia non è scomparire dai Balcani. È rimanervi ovunque senza controllare nulla di decisivo: finanziare aziende possedute da altri, fornire macchinari a fabbriche integrate in catene straniere, usare porti i cui terminal sono controllati da capitali concorrenti, dipendere da componenti costruiti con tecnologie e dati non europei. Il 10 luglio 2026, Tajani ha sostenuto che sicurezza, competitività e allargamento sono ormai inseparabili e che i Balcani collegano Adriatico, Mediterraneo orientale e Centro Europa.

Il giorno precedente, Roma aveva riunito gli “Amici dei Balcani occidentali” per promuovere il contributo della regione all’autonomia strategica europea nella sicurezza alimentare, nelle catene di approvvigionamento e nella connettività. L’Italia possiede la geografia, le banche, la tecnologia, i porti, la diplomazia e gli strumenti finanziari. Il passo successivo è la dottrina di acquisizione. La fabbrica europea del prossimo decennio è già accesa dall’altra parte dell’Adriatico. Ogni riforma ne aumenta il valore, ogni infrastruttura ne riduce il rischio, ogni acquisizione straniera restringe lo spazio disponibile.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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