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24 giugno 2024

La strage di Bologna, i mandanti di Paolo Morando


Questo breve romanzo del giornalista Paolo Morando è il secondo volume della raccolta "Terrorismo italiano" pubbicata dal Corriere della sera, curata da Barbara Biscotti.

L'autore ha scritto per Feltrinelli un saggio ben più corposo intitolato "La strage di Bologna - Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito" dove trovano spazio anche le storie dei primi processi che hanno portato alle condanne in via definitiva dei tre esponenti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, come anche le storie delle vittime.

Famiglie distrutte (anche nel senso materiale del termine) da quella bomba esplosa nella sala d'aspetto della stazione di Bologna in una mattina del 2 agosto 1980.

In questo libro ci si sofferma sugli ultimi sviluppi emersi dal processo Bellini/mandanti che, con le sentenze di condanna emesse in primo grado, ci consente per la prima volta dopo più di quarant'anni di arrivare al livello superiore.

La strage non è più solo opera di quattro ragazzi autodefinitisi spontaneisti: ora abbiamo il livello superiore che dai Nar, il gruppo terrorista di estrema destra cresciuto a destra del movimento sociale e in rottura con i "tramoni" di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, sale su fino alla P2 di Gelli e a uomini dello Stato che pensavamo di aver sepolto nella nostra storia passata. Uomini come Federico Umberto d'Amato, a capo dell'Ufficio Affari Riservati, una sorta di servizio segreto del Viminale, uomo di cerniera tra l’Italia e la Nato, piduista. Il suo ufficio è stato ritenuto responsabile, tra le altre cose, dei depistaggi all'indomani della strage di Milano, il 12 dicembre 1969, con la falsa pista che incolpava gli anarchici e la velina che definiva perfino Yves Guerin Serac come anarchico.

Mescolare il vero e il non vero, in modo da rendere difficile se non impossibile risalire alla verità.

Tutto ruota attorno alle carte, alle sentenze, ai passaggi dell'ultimo processo, conclusosi nell'aprile 2023 in primo grado (e dei precedenti processi chiaramente): interi passaggi vengono riportati, in modo che anche il lettore possa rendersi conto di come i giudici e i magistrati sono arrivati a stabilire le responsabilità dei sogetti imputati. Ma va dato atto all'autore di essere riuscito a non essere "pesante" nel racconto: chi vuole farsi una conoscenza sui fatti di Bologna, sui depistaggi, sui perché dei depistaggi e, cosa ancora più importante, sul perché di questa strage, può partire da questo libro.

Non mi soffermo sulle responsabilità, ormai acclarate, chiare e definitive, dei neofascisti condannati per la strage: nonostante ancora oggi il fronte innocentista (che trova sponda anche nella maggioranza di governo) non si sia rassegnato alla definizione di bomba "fascista", le loro responsabilità sono oltre ogni ragionevole dubbio. Ancora una volta, se volete leggere un approfondimento sulle prove che hanno portato alle condanne di Mambro, Fioravanti (assieme a Ciavardini e Cavallini, condannati ma non ancora in via definitiva), potete leggere il capitolo su Bologna nel libro "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani.

I colpevoli sono loro. Punto.

Quello che mancava fino al 2023 erano i perché: era una sentenza monca, quella che ha condannato i Nar, terroristi contro il sistema ma in realtà, finanziati e aiutati da pezzi dei servizi e della massoneria deviata, altro che spontaneisti. Si ritiene, spiega Morando, che siano addirittura stati creati dai servizi, quella parte che viene definita deviata, ovvero al servizio di interessi al di fuori del dettato costituzionale.

Se siamo arrivati a questo è grazie al lavoro e all'impegno della Procura Generale di Bologna, che ha avocato a sé il processo dopo la richiesta di archiviazione della procura. Ma soprattutto dobbiamo dire grazie all'impegno delle parti civili, avvocati e familiari dell'associazione vittime di Bologna che non hanno mai smesso di cercarla questa verità, di proteggere le sentenze di condanna dai continui despitaggi, ancora oggi.

Depistaggi che non finiranno, perché quella di Bologna è una pagina nera della nostra storia che racconta della doppia fedeltà di pezzi delle nostre istituzioni, di come siamo stati (ma è giusto usare il passato?) un paese a sovranità molto limitata.

Anche a prezzo della vita di 85 persone.

Sono state le parti civili a far ritrovare il documento "Bologna", sequestrato in Svizzera a Licio Gelli, dominus della P2 e, secondo molti storici, dominus anche dei nostri servizi segreti a cavallo degli anni settanta e ottanta. Su quel pezzo di carta, ripiegato in quattro, c'era la scritta Bologna, poi una serie di cifre, movimentazione da un conto corrente della banca UBS (Bologna 525779 –X.S.).

Soldi, che si è scoperto poi, sono finiti su conti riconducibili ai Nar, al direttore dell'Ufficio Affari Riservati, un potente uomo dentro il mondo dei servizi e al giornalista Mario Tedeschi, senatore del MSI ma anche giornalista de il Borghese, giornale su cui vennero pubblicati articoli a sostegno della fantomatica pista palestinese, pista che tutte le sentenze hanno smontato pezzo per pezzo.

Se non sono stati i NAR, come mai i servizi, controllati dalla P2 di Gelli, si sono mossi sin da subito, per sviare le indagini e sostenere così la loro innocenza? Anche le sentenze di condanna a Gelli e a pezzi del Sismi (il vecchio servizio segreto militare) sono passate in giudicato: stiamo parlando dell'operazione "terrore sui treni" con cui furono fatti trovare, nel gennaio 1981, sul treno Taranto Milano delle bombe con la stessa micidiale composizione di quella di Bologna. Come facevano i servizi a conoscere la giusta composizione della bomba del 2 agosto, visto che i periti non avevano ancora depositato i loro risultati?

Quel documento, che Gelli conservava con cura nel suo portafoglio ripiegato in quattro, non era mai arrivato ai magistrati di Bologna: era stato inviato dalla Guardia di Finanza ai magistrati milanesi ma senza riportare l'intera scritta "Bologna" nonostante in quei mesi del 1987 il processo sulla bomba alla stazione fosse già in corso. Sciatteria, superficialità, oppure un altro tentativo di depistaggio?

Quel documento è arrivato ai magistrati di Bologna grazie al lavoro dell'ex magistrato Claudio Nunziata che ne trovò traccia in un libro dello scrittore inglese e lo riportò all'associazione vittime.

Il documento Bologna fa il paio con un altro, anche questo strategico per comprendere il ruolo e il potere di Gelli: si tratta del documento "artigli": si tratta di una nota scritta da un dirigente del Viminale, da inviare al ministro dell'interno (che nel 1987 quando fu redatta era Amintore Fanfani). In questa nota si riassume un incontro avvenuto al Viminale tra l'avvocato di Licio Gelli, in quel momento già sotto processo per la strage, e il capo della polizia Parisi (che era stato anche direttore del Sisde).

Cosa c'è scritto in quel documento, così segreto da non venire nemmeno archiviato (tanto che fu trovato anni dopo nell'archivio in via Appia del Viminale)?

Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”.

Il messaggio, anzi, il ricatto che Gelli per tramite del suo avvocato, fa allo stato italiano, è questo: non fatemi domande scomode su Bologna, in particolare facendo riferimento al documento "Bologna" che gli era stato sequestrato, altrimenti tiro fuori gli artigli anche io.

Inizio a parlare - fa capire Gelli - dei miei rapporti con lo stato, coi servizi, magari tirando fuori altri elenchi compromettenti, come la lista completa degli appartenenti alla Loggia P2.

Gelli chiedeva solo di poter morire in pace nel suo letto, cosa che puntualmente avvenne nel 2015: per il depistaggio, per le sue responsabilità in questa strage (scoperte anni dopo, certo), Gelli non ha scontato un giorno di prigione in Italia. Il suo ricatto ha funzionato.

Ma adesso da questi due documenti sappiamo: sappiamo come è maturata questa strage e perché è stata fatta.

La corte di Assise d'Appello di Bologna ha riportato quasi completamente la memoria presentata dall'Avvocatura di Stato, che ha ricostruito il contesto di quegli anni: erano gli anni in cui l'esperimento del centro sinistra andava a morire, Gelli e la sua P2 era riuscito a tenere sotto controllo il caso Moro, mettendo davanti la ragione di stato e lo status quo alla vita del presidente DC.

Erano gli anni in cui i repubblicani si apprestavano a vincere le elezioni nel 1980, con Ronald Reagan e Bush sr alla Cia: da una parte Gelli comprende che per preparare il terreno a questa destra deve continuare la sua opera di destabilizzazione del paese, in modo da poter conquistare più potere nei confronti degli americani. E dunque i finanziamenti ai Nar, iniziati nel 1979, gli attentati, i delitti politici.

Dall'altra parte gli americani comprendono - continua la corte d'Assise nelle sue motivazioni - che Gelli va deposto, va messo fine al suo potere: inizia una campagna contro di lui, viene tirato fuori dai servizi (quelli che lui controllava) il dossier Cominform, dove Gelli è presentato come spia dell'est. Tutto falso, ma è uno strumento (in cui viene coinvolto il giornalista di OP Mino Pecorelli) utile a intorbidire le acque.

Scrivono i giudici nelle motivazioni:

«si può tuttavia già notare che la strage del 1980 non fu che la prosecuzione della strategia della tensione inaugurata nel 1969 in Italia e che non fu l'ultima tappa della violenza politica che continuò a funestare l'Italia».

Nell'ultimo filone del processo è stato condannato anche Paolo Bellini: è stato riconosciuto in un frame di un video girato da un turista tedesco nei momenti successivi alla strage: quel video, in VHS, fu inviato poi ai magistrati bolognesi, da questo furono estratte diverse foto. Solo nel 2019 un avvocato di parte civile si accorse che solo parte di quelle foto erano state analizzate dai giudici. Guarda caso mancava un pezzo dove all'improvviso compare un uomo, che somiglia molto a Paolo Bellini.

Strana figura, la sua: esponente di avanguardia nazionale, latitante dopo diversi omicidi per la ndrangheta, ritornato in Italia sotto falso nome.

Il padre era un fascista convinto che, dice Bellini figlio, lo voleva spingere per entrare nei servizi.

Entra però, come afferma la sentenza di primo grado, in questa strage, come entrerà anni più tardi nel periodo stragista della mafia (non come responsabile, ma per aver suggerito le opere d'arte come obiettivo di attentati), nel 1993 con le bombe a Firenze, Roma e Milano.

Ma questa è un'altra storia, o forse no.

La storia dei processi sulla strage di Bologna ci da una lezione importante: sebbene molti dei responsabili siano morti, non è mai troppo tardi per arrivare ad una verità, per dare giustizia alle vittime e per inchiodare alle loro responsabilità i mandanti di queste trame nere che, ogni giorno, diventano sempre meno oscure, sempre prendendo spunto dalle motivazioni della sentenza

anche coloro che si resero verosimilmente mandanti e/o finanziatori della strage, pur senza appartenere in modo diretto a gruppi neofascisti, condividevano i predetti obiettivi antidemocratici di fondo ed ambivano all’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse”.

Il link per ordinare il libro.

20 giugno 2024

La ragazza di Gladio di Paolo Biondani

 


Prefazione di Benedetta Tobagi

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace come bussola per addentrarsi nel labirinto dello stragismo, Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Dalle soffitte di Castelfranco Veneto [il deposito delle armi di Ventura, esponente di Ordine Nuovo, tra i responsabili della strage di Milano, assolto nei processi] a quelle in Toscana [come il deposito nell’appartamento del capocentro del Sid Mannucci Benincasa], ai loculi interrati – e violati – dei cosidetti «Nasco»di Gladio in Friuli, ricostruisce la trama fitta e talvolta sorprendente che segue in filigrana quella dei cosiddetti «misteri d’Italia», che poi misteri non sono affatto.

Un libro prezioso, questo La ragazza di Gladio del giornalista Paolo Biondani, per comprendere quella parte della nostra storia che viene generalmente racchiusa nella definizione “anni di piombo”, il periodo che va dalla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e che arriva fino al dicembre del 1984 con la bomba fatta esplodere sul rapido 904, la “strage di Natale”. Gli anni delle delle bombe fatte esplodere nelle piazze, come a Brescia il 28 maggio 1974, nelle stazioni, come a Bologna il 2 agosto 1980, sui treni come a Gioia Tauro, sul treno Italicus. Attentati caratterizzati da fattori comuni: prima di tutto i depistaggi organizzati da uomini dello stato (dai servizi militari, dagli stessi investigatori) che hanno reso difficile l’individuazione dei responsabili e arrivare a sentenze di condanna. Poi quella che viene considerata la matrice: sono tutti attentati realizzati da estremisti di destra, di quell’arcipelago nero a destra (e contigui) al Movimento Sociale, con l’obiettivo di creare terrore, alzare il livello di tensione in un paese che, a fine anni sessanta, voleva togliersi di dosso finalmente tutto il vecchiume che arrivava dal regime fascista. Sono gli anni in cui si saldano le proteste degli operai per l’autunno caldo con quelle degli studenti. Sono gli anni in cui si teorizza l’uso delle operazioni coperte, operazioni sporche, per ostacolare l’avanzata delle sinistre, per bloccare il baricentro politico di questo paese attorno al polo di centro destra, col partito della Democrazia Cristiana bloccato al governo. Tutto questo è stato tradotto, prendendo a prestito una formula usata da un quotidiano inglese nei giorni successivi la strage di Milano come “strategia della tensione”: infiltrarsi nei gruppo di protesta della sinistra, alzare il livello dello scontro, organizzare attentati da far addossare alle sinistre, agli anarchici.

Paolo Biondani ha avuto il pregio, in questo romanzo, di raccontare tutto questo usando un linguaggio comprensibile e chiaro, non sono presenti citazioni da atti della magistratura, se non indispensabili al racconto ma, come spiega l’autore nel primo capitolo, qui dentro troverete atti e ricostruzioni che sono state ritenute vere dai giudici

Premessa Questo non è un romanzo. È un libro che racconta solo fatti certi, documentati e comprovati da sentenze inoppugnabili.
E le sentenze, a saperle leggere, mettendole assieme cercando di legarle assieme seguendo un unico filo, parlano: “non è vero che le stragi sono un mistero. C’è un minimo di verità giudiziaria che i cittadini hanno diritto di conoscere”.
Vi assicuro che è assolutamente così: smettiamo di parlare di misteri d’Italia, è vero che non sappiamo ancora tutto sui responsabili delle stragi (a livello politico, intendo, ma poi ci arriveremo), ma sappiamo già molto e tutto questo ci è di aiuto per comprendere la nostra storia di ieri.
E, come spiegherà l’autore negli ultimi due capitoli, anche la storia di oggi, dove troviamo al governo gli eredi di quel partito fondato nel 1946 da ex repubblichini di Salò.
Biondani ha la felice intuizione di raccontare tutto
questo seguendo due tracce abbastanza inedite: la prima è la testimonianza importante di una ragazza che è stata testimone dei preparativi della strage di Brescia del 1974. La seconda è la storia dei depositi delle armi, i Nasco, ad uso della rete di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, concepita in ambito Nato a fine anni 50, che doveva attivarsi in caso di invasione dell’esercito del patto di Varsavia.

La ragazza di Gladio

«la ragazza di Gladio» del titolo è una testimone chiave di un nuovo processo sulla strage di Brescia che si è aperto nel 2024.

Stiamo parlando della fidanzata di Silvio Ferrari, il ragazzo morto mentre preparava un attentato, forse addirittura ucciso dai suoi camerati, era un esponente di Ordine Nuovo (la formazione politica nata da una scissione del Movimento Sociale), che non si fidavano più di lui.
Ai magistrati di Brescia, che oggi stanno celebrando il processo su altri responsabili della strage di Piazza della Loggia e sui livelli superiori ha raccontato una verità incredibile: gli incontri tra questi neofascisti e uomini dello stato in una caserma dei carabinieri a Verona. Incontri in cui esponenti di ordine nuovo e carabinieri, tra cui il capo centro del sid di Verona e il capitano Delfino, parlavano di bombe, di attentati, di violenza.
Tutto il racconto fatto dalla ragazza è stato riscontrato dai magistrati, compresi gli incontri fatti da questi ragazzi appena maggiorenni nella base Nato di Verona dove venivano accolti, oltre che dal capitano Delfino, da un ufficiale americano. Le parole della ragazza di Gladio cambiano completamente il racconto fatto fino ad oggi delle stragi: i fascisti vengono relegati a mera manovalanza, forse qualcuno di loro veramente pensava che si sarebbe arrivato ad una dittatura in Italia, come in Grecia. Ma erano solo pedine nelle mani di pupari ben più abili: alzando lo sguardo verso i livelli più alti, possiamo includere tra i manovratori di questa strategia terroristica ed eversiva pezzi dei servizi, ufficiali Nato e ufficiali dello Stato Maggiore fino ad arrivare ai referenti politici e a quegli imprenditori che li finanziavano.
Tutti questi avrebbero dovuti essere portati a processo per le loro colpe, a partire dagli ufficiali del Sid e poi del Sismi che erano venuti a conoscenza delle stragi, per esempio grazie a quanto raccontava loro Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, ma vale lo stesso per Bologna, per Peteano, per i presunti assassini “spontaneisti” dei Nar (l’intelligence dell’esercito sapeva del furto di bombe a mano di Fioravanti, armi usate in successivi attentati). Informazioni mai condivise con l’autorità giudiziaria.

Ma sarebbe alquanto difficile: non siamo riusciti a condannare tutti i fascisti responsabili di quelle bombe allora, figuriamoci cosa potremmo fare oggi dove molti dei protagonisti di queste vicende o sono molto anziani o sono morti.

Nemmeno il colonnello Amos Spiazzi, reo confesso dell’essere appartenuto ad una struttura segreta che organizzava attività illegali anticomuniste: su di lui scrive Biondani “ci vogliono giudici veramente eccezionali per assolvere uno che ha confessato”.

Dovremmo allora avere il coraggio di riscrivere la nostra storia recente, ma non nel senso innocentista come vorrebbe l’attuale maggioranza di destra, ma iniziare veramente a raccontare al paese, non solo alle vittime delle stragi, del doppio stato, della doppia fedeltà di molti uomini delle istituzioni, dei tanti compromessi che abbiamo accettati in nome di Yalta, del mondo diviso in blocchi, della ragione di stato.

I Nasco – violati – di Gladio

I Nasco dovevano essere strutture nascoste dove nascondere armi ed esplosivi, tenuti in involucri sigillati, da usare in caso di invasione dall’altro fronte del blocco.
Chi avrebbe dovuto usare queste armi erano militari e civili dentro Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, una struttura così nascosta da non essere rivelata nemmeno a tutti i presidenti del Consiglio.
Gli italiani ne sono venuti a conoscenza dopo che il presidente Andreotti ne diede notizia , in due comunicazioni alla commissione stragi e alle camere, nel 1990
(dopo il crollo del muro): ma a costringere l’allora presidente a parlare di Gladio furono le inchieste di Venezia che finalmente avevano portato a galla una verità diversa. Gladio era una struttura a due volti: c’era un volto ufficiale, sebbene tenuto nascosto, ma c’era anche un volto segreto e molto più pericoloso.
I gladiatori e, soprattutto, i depositi di armi, furono usati nelle operazioni sporche durante la “strategia della tensione”: come racconta Biondani, molti Nasco furono violati da mani ignote che prelevarono parti di micce ed esplosivi poi usati in attentati.
Dopo che, casualmente, uno di questi arsenali venne scoperto, ad Aurisina, i servizi iniziarono a trasferire le armi nei depositi delle caserme dei carabinieri o in case di civili: sono quei famosi depositi di armi militari scoperti a volte casualmente a volte nel corso di indagini, in cui i proprietari si sono difesi sostenendo di essere collezionisti. E arrivando perfino ad essere creduti dalle corti.
La bomba che uccise i tre carabinieri a Peteano, nel 1972, era stata innescata da un accenditore a strappo, proveniente proprio da un Nasco di Gladio, come racconta l’allora giudice Felice Casson: «Per la bomba di Peteano i terroristi di Ordine nuovo hanno usato un innesco uscito illegalmente da un arsenale di Gladio»..
La strage di Peteano ci è utile per chiarire tutto il disegno: carabinieri erano i tre morti, come carabinieri erano gli ufficiali che hanno depistato le indagini

Dal processo emerge che gli ufficiali erano stati manovrati da un generale molto potente e molto reazionario, Giovanni Battista Palumbo [..] una quinta colonna della P2 all’interno dell’Arma.
Ma c’è di peggio: la macchina saltata in aria a Peteano era stata colpita da proiettili sparati da una calibro 22. Quella pistola, hanno ricostruito le indagini, porta direttamente a due ordinovisti: il primo si chiama Vincenzo Vinciguerra, dopo anni da latitante ha deciso di consegnarsi allo stato per raccontare delle trame nere di Ordine Nuovo, orchestrate dalla P2 di Licio Gelli.
L’altro ordinovista
si chiama Carlo Cicuttini ed era segretario del movimento sociale, che lo aiutò ad espatriare e sfuggire dalla giustizia.

Ma ancora meglio, per raccontare in filigrana queste trame, meno oscure di quanto si pensi, è la bomba alla stazione di Bologna: in questa storia troviamo tutti i protagonisti negativi questa storia, dai terroristi neri, i finti spontaneisti neri dei Nar, Mambro e Fioravanti, e la loggia P2 di Gelli, che a fine anni settanta controllava un pezzo dell’editoria, parte della finanza, i vertici dei servizi e delle forze armate. Le ultime indagini, nate in questi anni dalla scoperta del documento Bologna sequestrato a Gelli in Svizzera e rimasto colpevolmente nel cassetto per anni, gettano una nuova luce sugli organizzatori della strage (perché su chi ha messo la bomba dubbi non ce ne sono):

Perché Licio Gelli, che nel 1980 aveva in mano tutti i servizi segreti, si espone personalmente per fermare le indagini sui giovani spontaneisti armati romani? La spiegazione secondo i magistrati della procura generale di Bologna è chiara: perché era stato proprio il capo della P2 pianificare la strage e a pagare quei terroristi.
Gelli ha finanziato i Nar sin dal 1979 per questa strage, per depistare le indagini ha coinvolto direttamente i suoi referenti nel Sismi (e bloccato le indagini del Sisde, il servizio interno appena nato), orchestrando per tramite del giornalista Tedeschi una campagna stampa a sostegno della pista straniera, quella che oggi chiameremo fake news.
Ma di fake news, di despistaggi, è piena la nostra storia: dalla finta pista anarchica costruita dall’ufficio affari riservati per piazza Fontana, alla finta pista che incolpava i fratelli Papa per la bomba di Brescia, per arrivare al finto anarchico Bertoli per la bomba alla questura di Milano. Fino ad arrivare al finto pentito Scarantino, costruito e istruito dalla squadra di La Barbera per spostare le indagini sulla strage di via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ma cosa c’entrano le stragi di mafia con le stragi fasciste degli anni di piombo?

La responsabilità politica di quelle stragi - oggi

Se i primi capitoli sono preziosi perché aiutano a comprendere i fatti, le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984, altrettanto importanti sono gli ultimi capitoli, per un duplice motivo: prima di tutto perché raccontano parti della nostra storia sufficientemente recente, che non abbiamo ancora del tutto dimenticato.

Parlo delle stragi di mafia avvenute tra il 1992 e il 1993, la morte dei giudici Falcone e Borsellino, le bombe che colpirono i luoghi d’arte, l’essere arrivati ad un passo da un colpo di stato.
La nascita della seconda repubblica.

Il secondo motivo è perché si parla della responsabilità politica di quanto successo in Italia: oggi in Italia siamo abituati a contestare le sentenze della magistratura (cosa legittima, se si contesta partendo da motivazioni oggettive), figuriamo se a livello politico c’è la volontà di assumersi delle responsabilità politiche, specie su fatti particolarmente infamanti.
Ma ancora una volta sono i fatti a parlare: oggi si parla di stragi fasciste, delegando le colpe ai soli esponenti di ordine nuovo, come se questo fosse un movimento a sé stante.

Scrive Biondani:

..le stesse sentenze definitive fanno notare che ordine nuovo non era un'organizzazione occulta era una corrente del movimento sociale Italiano. Le brigate Rosse, prima linea e le altre bande criminali terroristi di sinistra erano gruppi armati clandestini che agivano segretamente fuori e contro tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a cominciare dal PC di Berlinguer, che loro accusavano di aver tradito il comunismo.
Il terrorismo nero invece è nato dentro
il partito ufficiale della destra italiana. I suoi leader migliori [Almirante] se ne sono resi conto purtroppo solo tra il 1973 e il 1974 dopo cinque anni di bombe sui treni e nelle piazze e i loro eredi non ne parlano.
Nel libro vengono citate le storie del senatore Abbatangelo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del rapido 904, di Carlo Cicuttini per Peteano, di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, quest’ultimo dirigente del MSI fino al 1973.
Non è un anno casuale, il 1973, è l’anno dove a Milano, in un corteo del movimento sociale viene lanciata una bomba a mano contro un agente di polizia, Antonio Marino, che muore per l’esplosione. I militanti missini avevano pronte delle finte tessere del pci, che sarebbero servite per addossare le colpe alla sinistra.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

Il famoso album di famiglia andrebbe sfogliato anche a destra dunque: finché non lo faremo, continuerà a mancare un pezzo di verità al racconto della nostra storia. Un pezzo di verità che le istituzioni di questo paese, di qualunque colore, devono avere il coraggio di andare a ricercare e raccontare e questo vale per la bomba scoppiata in piazza della Loggia fino alle bombe che sono scoppiate nel nostro paese nel biennio dello stragismo mafioso 1992-93: tante analogie le legano le une alle altre, troppe.

La campagna di attentati sanguinari che ha colpito le nostre città tra la fine del 1992 e l'inizio del 1994, nei mesi che hanno cambiato il sistema di potere in Italia, nascondeva una nuova strategia della tensione.

In questa trama c'è un disegno di stampo terroristico, sicuramente organizzato ed eseguito dai boss di cosa nostra. Ma probabilmente non è solo mafia.

Altri articoli sul libro

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

- La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

- La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari

- La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 agosto 2022

Il buco nero del potere segreto in Italia


Bologna 2 agosto 1980, la bomba alla stazione di Bologna: il buco nero che si ingoia 85 vittime (e duecento feriti), il punto finale della strategia della tensione in Italia.

Una strage dove, diversamente dalle altre  che hanno insanguinato piazze e stazioni, condizionando la vita politica di questo paese, ha dei responsabili che sono stati subito individuati e condannati.

Come quando si lancia un sasso dentro uno stagno e si osservano i cerchi concentrici che man mano si allargano, studiando le carte delle indagini (e degli storici che hanno seguito questo tragico evento), vediamo la manovalanza neo fascista (assurdamente chiamata spontaneista, braccio armato di parte delle istituzioni), i NAR di Mambro e Fioravanti, Avanguardia nazionale e Ordine Nuovo (non per Bologna, ma per Milano e Brescia).

Gli uomini cerniera tra neofascismo e pezzi dello stato, come Paolo Bellini, condannato ad aprile (in primo grado, giova ricordarlo) come quinto uomo della strage di Bologna.

E poi, un cerchio dopo l'altro, pezzi dei servizi e uomini delle istituzioni: i vertici del Sismi condannati per depistaggio, il generale Santovito e il colonnello Belmonte, Francesco Pazienza. Il prefetto Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati.

Ancora, come un burattinaio (o forse un burattino pure lui) Licio Gelli, finanziatore dei NAR grazie alla scoperta di un pizzino, che Gelli conservava con cura, per poter ricattare lo stato italiano.

La loggia P2 che in quegli anni, tra fine anni settanta e i primi anni ottanta controllava servizi, vertici delle forze armate, guardia di finanza, carabinieri, giornali, banche. 

Ora non rimane che trovare i responsabili a livello politico, per dare finalmente una cornice unica di queste stragi, per poter finalmente riscrivere la nostra storia, dagli anni sessanta fino alla stagione delle stragi mafiose del 1992-1993 quando in Italia cambiò tutto per non cambiare nulla (dopo il crollo della prima repubblica, dopo il crollo del muro, dopo che l'esercito clandestino dietro Gladio non serviva più). Infatti molti dei responsabili di questi episodi li ritroviamo a Capaci e in via D'Amelio (come ha raccontato l'inchiesta di Report dello scorso 23 maggio): il nucleo nero del potere segreto in Italia, dentro cui è coinvolta la politica fino al collo, per le nomine dei servizi nel 1978 ad esempio (governo Andreotti con Cossiga ministro dell'Interno)

“.. ma io nono credo ai mandanti. Non c'ho mai creduto. Credo alle convenienze e ai dati di fatto, alle opportunità e ai gruppi di potere. Io stesso, in qualche modo e con scopi molto diversi, ne ho fatto e ne faccio parte. In quegli anni c'era gente che metteva le bombe. Sembra semplicistico detto così e forse lo è, ma alla mia età si può permettere in po' di sintesi storica. E poi i fatti lo dimostrano. C'erano organizzazioni convinte che gli attentati indiscriminati facessero parte di una strategia lecita. Anzi, non solo. Potrei dire redditizia. Ripeto, la storia lo insegna.

E dall'altra parte c'erano gruppi politici, gruppi di potere, li chiami come vuole, che pensavano di poter usare quel magma rivoluzionario, omicida e criminale per incanalarne gli effetti nella direzione voluta. Alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta quella direzione era, tra l'altro, contenere il consenso del Partito Comunista entro confini prestabiliti, scatenando nella gente la paura, il bisogno di ordine. Magari di forza. In questo senso ne sono convinto, sia il terrorismo nero che quello rosso, hanno fatto gioco.

Non credo – e non ci crederò nemmeno se mi porteranno le prove – che ci sia mai stato qualcuno che è andato da un gruppo di estrema destra a commissionare la strage di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia, o la strage di Bologna. O che abbia ordinato alle Brigate Rosse di rapire Aldo Moro, per parlare di terrorismo di sinistra. Allo stesso modo però - e lei lo sa – ci sono settori dello Stato che conoscono molto bene certi movimenti. Con precisione e e attenzione.

Ecco, credo che a volte si sia fatto in modo che questi settori dello Stato andassero a prendersi un caffè, si voltassero dall'altra parte, fingessero di non vedere. O magari, si limitassero a verificare che tutto andasse in un certo modo e che i responsabili, se necessario, potessero essere tenuti sotto controllo. ”

Da Il tempo infranto - Patrick Fogli Piemme editore


03 agosto 2021

Il paese dei tabù

Forse, più che il paese dei misteri, i misteri italiani, dovremmo parlare di paese dei tabù.

Dei misteri che in tanti conoscono ma che non si possono dire al paese.

E' tabù ammettere che in Italia abbiamo avuto una democrazia a sovranità limitata, dove la politica estera, la politica industriale, erano condizionate da vincoli atlantici.

E' tabù ammettere che in questo paese si è fatto uso della tortura, durante la lotta al terrorismo, fino al G8 e ancora fino ad oggi.

E' tabù ammettere che ad Ustica non è caduto un aereo, ma che un aereo è stato abbattuto sui nostri cieli nel corso di un conflitto causato anche dalla nostra ambigua politica estera (la moglie americana e l'amante libica).

E' tabù ammettere che pezzi delle istituzioni non rispondevano alla Costituzione, ma ad altri organismi: i servizi (non deviati, ma a servizio di chi comanda) che tolleravano le azioni dei gruppi neofascisti, i servizi che hanno coperto, parti della magistratura che tenevano nel cassetto i fascicoli trasformando colpi di Stato in golpe da operetta.

Tabù ammettere che in Italia, dentro lo stato, esisteva uno stato nascosto, parliamo di Gladio, ma non di quella rivelata da Andreotti nel 1990 quando ormai (crollato il muro) non serviva più coprire il segreto. Parliamo della Gladio nascosta, che va oltre l'elenco degli iscritti comunicati al Parlamento.


Uno stato nello stato che legava assieme pezzi di politica, impresa, massoneria, la loggia di Gelli, parti dei servizi italiani, la mafia, faccendieri e che ha condizionato la storia del nostro paese per decenni.

Non è sufficiente desecretare i documenti classificati su Gladio, non basta dire che, passati 41 anni dalla strage di Bologna il fumo si sta alzando.

Perché quei documenti (su Gladio e sugli altri tabù della nostra storia) devono essere desecretati e messi a disposizione di storici, associazioni e gruppi di studio, persone di assoluta fede che possano finalmente fare luce sulla nostra storia.

Penso ad Aldo Giannuli e a storici come Nicola Tranfaglia scomparso di recente.

Altrimenti è solo altro fumo che si alza per nascondere il quadro che è già di per sé inquietante.

Perché partendo da Portella, fino alle stragi di mafia, passando per Bologna, quello che per molti è un mistero per me è solo il volto del potere nascosto che tiene bloccato questo paese sin dalla sua nascita.

02 marzo 2021

Presadiretta – le strade dell'odio

L'odio in rete cresce, perché è un odio organizzato, pianificato, che dietro ha delle persone che su quell'odio basano la loro propaganda, la loro forza.

Persone che attaccano David Puente, perché fa debunking. Persone che attaccano i giornalisti accusati di essere dei criminali.

Persone come Greg che, da Tenerife, incita all'odio, invita a spaccare vetrine, crea campagne di shitstorm.

Attenzione, non è che siccome è odio in internet è meno pericoloso. Di virtuale qui c'è poco: ne parla il professor Ziccardi, si conoscono poco gli effetti dell'odio virtuale fatto da comunità che hanno in comune solo un nemico da attaccare.

Attaccare i vaccini, i medici i governi.

O persone come Claudia Liverini, la prima infermiera che si è vaccinata: ha subito attacchi di singoli haters ma anche di gruppi organizzati, che fanno attacchi mirati.

Ma non c'è solo la galassia novax, i gruppi che inneggiano alla libertà, contro la dittatura sanitaria: “c'è il covid, ma esiste anche l'influenza .. non esiste pandemia, giornalisti terroristi”.

I gruppi social dei negazionisti sono cresciuti in questi mesi: ma quale pandemia? E' tutta una commedia per tenere il popolo italiano schiavo.

E dove il nemico sono i medici e gli infermieri, oltre ai giornalisti.

A Milano, quartiere Quarto Oggiaro, vicino all'ospedale Sacco, qualcuno ha imbrattato il murales dedicato ai vigili.

Magari le stesse persone che fanno video davanti al Sacco, dove mostrano che non arrivano ambulanze nell'ospedale. Quale pandemia, dunque? Altro che pronto soccorsi pieni. “La pagherete tutti quanti..”

Peccato che da dentro i reparti, lavorando dentro le ambulanze, la storia sia diversa.

Si è rotto il patto di fiducia tra cittadini e personale medico, per colpa di tutte le bugie e le falsità in rete.

Le ambulanze che circolano? Sono vuote, fanno solo terrorismo, non sono esseri umani.

E dagli insulti arrivano anche le aggressioni al personale del 118: personale che per il covid è morto, che per andare a raccogliere persone a casa fa turni stremanti.

Come Nicola De Giosa, infermiere a Bari al reparto di terapia intensiva: l'aver pubblicato una lettera aperta su Repubblica l'ha esposto all'odio in rete di persone che non hanno mai visto un reparto come il suo, non hanno forse mai visto una persona intubata.

Francesca Olivi è un attivista digitale, che sfrutta l'algoritmo dei social per cambiare il messaggio, spegnere il fuoco dell'odio: non commentano gli odiatori per non dar loro visibilità, commentano post con un linguaggio positivo, per far sparire i commenti pieni d'odio.

Non ci sono solo i negazionisti in piazza: ci sono anche i neofascisti, che nei mesi passati hanno organizzato manifestazioni dove si passa dalle parole ai fatti.

A Roma si trova in piazza gente come Giuliano Castellino, che si è alleato in piazza all'ex generale dei carabinieri Pappalardo, leader dei gilet arancioni.

Un ufficiale dei carabinieri assieme ad un gruppo fascista come Forza Nuova a raccontare bugie, come i corpi bruciati per non fare le autopsie.

E la sera tutti a mangiare la pizza in un locale, nonostante il coprifuoco: me ne frego, avrebbe potuto dire Castellino, orgogliosamente fascista.

Un giornalista che conosce bene questi gruppi e Paolo Berizzi: i gruppi neofascisti stanno cavalcando l'onda, hanno preso visibilità col covid, stanno tornando ad occupare le piazze. Negazionisti dell'olocausto ieri, del covid oggi.

Ogni giorno una valanga di minacce, sentirsi sotto assedio di questo rancore, di queste divisioni, di questa stagione dove il nemico è da annientare, non una persona con cui confrontarsi.

La crisi economica accentua questi fenomeni di odio dell'estrema destra: è già successo con la crisi del 2008 e sta succedendo adesso col covid, che fa crescere teorie complottistiche, secondo cui dietro la pandemia c'è un disegno di sostituzione della popolazione.

Si attaccano i medici, gli infermieri, ma si attaccano anche gli ebrei, insultati, attaccati da gruppi di neonazisti o neofascisti.

Negli ultimi mesi questi attacchi sono aumentati: ne sa qualcosa il deputato Fiano, figlio di Nedo Fiano, sopravvissuto alla Shoa.

“Fa impressione che qualcuno abbia amore o fedeltà per quelle immagini [dei lager, dei forni crematori, dei cadaveri accatastati...]”

Fiano da anni si batte per fare una legge contro la propaganda fascista o nazista: internet e i social rendono facile fare propaganda senza rispettare alcun obbligo di legge, come dovrebbe fare una rivista.

“Il fascismo non è un'idea, è un crimine”: di queste idee criminali è pieno facebook e altri mondi virtuali e anonimi.

E dietro questi gruppi persone reali, con armi reali, con odio reale, con obiettivi reali. E in rete si trova tonnellate di materiale per la radicalizzazione.

Chi si sarebbe mai sognato di vedere, davanti al Campidoglio, quella marea variopinta dei sostenitori di Trump, che poi hanno assalito, in modo organizzato, i luoghi del potere?

In America questo è successo: l'assalto al Campidoglio, deputati messi in fuga, agenti presi di mira (e agenti compiacenti). E i morti per terra.

L'America ha avuto la sua marcetta su Roma, una vergogna che difficilmente verrà dimenticata.

Le parole della violenza non rimangono in rete, raccontano i ricercatori, ma possono trasformarsi in azioni concrete: attacchi contro gli immigrati, contro i giornalisti, contro i musulmani. C'è una correlazione tra i tweet di Trump e attacchi contro persone musulmane, l'odio non rimane solo in rete.

Emblema di questo mondo i complottisti di Qanon, che sono presenti anche in Italia con follower in comune con politici di destra, da Salvini a Meloni.

Persone che credono che esista un complotto mondiale, una lobby di pedofili controlla il mondo, è il deep state.

Persone che sono convinte che tra gennaio e marzo succederà qualcosa, un arresto eclatante, tra Biden, Mattarella o del papa.

Un mondo di persone che si avvicina a queste teorie strampalate anche per colpa degli algoritmi delle piattaforme: notizie false creano maggiori interazioni, dunque “attirano” sempre più persone, facendola diventare sempre più virale. Per questo oggi Facebook e altri social si sono dotati di fact checker che filtrano e controllano i contenuti.

28 aprile 2020

Report – il virus neofascista, il business delle mascherine


Quattro i servizi andati in onda ieri sera: 
- Il filo nero che lega assieme i neofascisti, la propagazione delle bufale in rete e uno scoop sulla strage di Bologna.
- Chi ha vinto le gare Consip per le mascherine
- Da chi stiamo importando le mascherine 

Nell'anteprima, Adele Grossi è andata a vedere come funziona il mondo della fecondazione assistita e l'importazione degli ovoli dall'estero per l'eterologa. 


Esiste anche un business dietro la fecondazione assistita: lo ha scoperto la giornalista Adele Grossi, andando a investigare nel mondo dei donatori.
Ci sono quelli che donano il seme, in modo artificiale o anche naturale, presentandosi alla cliente potenziale con tutte le carte in regola, sulle analisi.
Che poi proprio in regola non lo sono, alla fine, manca il referto dell'HIV con tutti i rischi del caso: la giornalista ha ricevuto offerte di donatori, per denaro, di persone che consapevolmente o meno stanno commettendo un reato.

Nel web trovi tanti donatori online che preferiscono non passare dalle cliniche: in Italia dovrebbe esistere un registro informatico dei donatori ma, passati 5 anni e dopo 700mila euro di fondi pubblici, è tutto sulla carta.

Importiamo ovociti dall'estero e, in modo più semplice, anche spermatozoi dall'estero dalle banche del seme: l'alto numero di ovociti che arrivano dalla Spagna fa sollevare molti dubbi, perché il processo di donazione per le donne è molto complicato.
Non si viene pagate, per gli ovuli, ma si chiama compenso, poco più di mille euro, mentre la legge vieterebbe ogni forma di compenso.

Che controlli ci sono sui donatori, in Italia? Il centro nazionale dei trapianti ha avvisato il ministero della salute dei potenziali rischi, su questi ovuli importati.
Sappiamo da dove arrivano, certo, ma non l'etnia o altre informazioni: è un sistema che non aiuta la donazione made in Italy dove siamo più ligi nel rispetto delle leggi.


Giorgio Mottola è tornato ad investigare nel mondo dei neofascisti italiani, partendo da un vecchio servizio di TGR Leonardo: video usato per portare avanti il messaggio che dietro il coronavirus c'erano i cinesi, il video era uscito da un laboratorio cinese.

Tutto falso: l'esperimento del 2015 dimostrava come sia possibile (e oggi lo sappiamo) che i virus possono passare dall'animale all'uomo.
Notizia vera, ma portata in un contesto sbagliato, per far passare un messaggio falso.

Sui social quel video, che aveva poche visualizzazioni, è stato condiviso e visto da tante persone: chi l'ha tirato fuori dagli archivi del web, per farlo diventare virale?

Si è partiti da Whatsapp, la paziente zero è stata scovata da Report, si tratta della signora Cristina, che partendo da un appunto, ha chiesto ad un amico di trovare quel video, poi condiviso via Whatsapp agli amici.
Non doveva servire per fare disinformazione: questa è partita con la condivisione su Facebook e Twitter, poi V Contact.
Da qui si è passati alle pagine di Meloni e Salvini e caricato su Youtube da un simpatizzante del m5s: dall'Italia il video ha poi fatto il giro del mondo, su siti dell'estrema destra, della pseudo science, cospirazionisti, no 5g.

Su questi siti viaggiano le fake news contro il 5g, contro il papa, i migranti: il contagio delle fake news si muove alla stessa velocità dell'infezione del coronavirus.

Dalle ricerche fatte da Avaaz, emerge che Facebook è stato il principale veicolo per la disinformazione online (che almeno in Italia non ha un filtro per le notizie false): notizie false, contenuti manipolati, condivisi in Europa oltre 1 milione di volte e visualizzate 117 milioni di volte.
L'Italia, assieme alla Spagna, è il paese dove la disinformazione sui social è risultata maggiormente fuori controllo: il giornalista cita il caso di un presunto medico che spiega come combattere l'infezione con incenso e propoli, il canale Byoblu che spiega come sarebbe meglio non usare i guanti, altri che indicano come Bill Gates come responsabile della pandemia (perché ne avrebbe parlato per primo anni fa).
Giorgio Mottola è passato poi alle fake news e alle campagne di disinformazione partite da Forza Nuova: Roberto Fiore aveva lanciato una campagna social contro la quarantena, Fiore stesso aveva indicato di curarsi con una medicina specifica.
C'è stata poi la battaglia di Forza Nuova per far riaprire le chiese: la sua battaglia è stata opi presa da Salvini stesso.

L'impegno per condizionare l'informazione è stata esplicitata da Di Stefano, ad un incontro assieme all'ex sindaco di Roma Alemanno: riuscirà Forza Nuova ad entrare in Rai?

Casa Pound e Forza Nuova nascono da Terza Posizione, di Roberto Fiore: negli anni 80, per sfuggire al mandato di cattura dietro la strage di Bologna (per cui non è stato mai condannato) è andato a Londra, dove è diventato imprenditore.

Oggi Fiore è l'ispiratore dei sovranisti col suo slogan “prima gli italiani”, per la battaglia per far ripartire le messe: ci sono i link con la Russia, l'idea di fondare un partito neofascista europea...

A metà anni 90, in Spagna Roberto Fiore aveva provato a creare una comune fascista europea, a Los Pedriches: i neofascisti hanno comprato case e terreni, altre case sono state occupate.
Gli amministratori locali hanno poi inviato una indagine su queste persone in nero: fu scoperto così che dietro c'era una operazione immobiliare, con dentro un avvocato di Valencia e questa fondazione San Michele Arcangelo.

Mottola ha intervistato Massimo Perrone, collaboratore di Fiore, anche lui coinvolto in questa internazionale nera, frequentata da persone da tutta Europa.

Davanti l'immagine dell'arcangelo San Michele, Fiore e Marsello hanno giurato durante l'atto di fondazione di Forza Nuova: ma da dove sono arrivati i soldi per finanziare la fondazione San Michele Arcangelo?
Da Meeting Point, società che forniva corsi di lingua e alloggi per gli stranieri, fondata alla fine del 1980 da Fiore stesso e dal suo vice Massimo Morsello, durante la loro latitanza a Londra.

Meeting Point è stata la cassaforte delle attività politiche di Fiore: cercare i fascicoli di questa società in Inghilterra è molto difficile. In queste ricerche Mottola ha scoperto che Fiore aveva diverse società in Inghilterra, dove è arrivato come latitante partendo da zero.

Tutta genialità di Fiore, come sostiene il fondatore di Forza Nuova?
Oppure c'è altro, un supporto molto più terreno: Report ha intervistato Raymond Hill, esponente influente dei gruppi neonazisti in Inghilterra.
Oggi è un informatore della polizia: Ray parla della Lega di San Giorgio, un'organizzazione fascista inglese, che aveva enormi risorse finanziarie, da milionari neonazisti (tra cui una aristocratica che aveva messo a disposizione la sua villa), e anche ex ufficiali delle SS..

La storia della Lega di San Giorgio si lega al mistero della morte di Calvi: l'agenzia privata Kroll, in questa Lega erano arrivati soldi provenienti dalla P2, per una cifra pari a 9 milioni di dollari.

Mottola ha raccolto da Ray Hill una testimonianza importanza sulla strage di Bologna: Hill è partito dagli anni in cui era in Sudafrica, dove aveva incontrato molti neofascisti italiani tra cui Max Bollo.
In Sudafrica la sua organizzazione aveva organizzato diversi attentati per mantenere la politica dell'apartheid: Bollo presentò a Hill un altro italiano, Enrico Maselli.
A Londra Maselli parlò, nel 1980, di alcuni attentanti che sarebbero scoppiati in Italia e di alcuni camerati da mettere al riparo: attentati contro lo stato italiano, che era corrotto.
Maselli avrebbe creato un piano di fuga per neofascisti italiani: anche lui legato al mondo fascista italiano, latitante in Sudafrica e in Inghilterra.
L'incontro con Hill c'è stato, conferma Maselli stesso: ma poi spiega che non aveva informazioni sulla strage e di non averne mai parlato con Hill.

Secondo Fiore, non ha mai avuto un soldo dalla fondazione di San Giorgio, Hill non è attendibile: eppure esiste un documento della polizia speciale inglese dove si parla proprio di questo, del supporto della Lega di San Giorgio.

La strage di Bologna ha una storia ancora da scrivere?
La pista inglese è stata archiviata a causa di un errore fatto dagli inquirenti italiani, che in Inghilterra cercavano rapporti tra un certo Tomaselli e Hill, non Maselli.

Jeff Katz è direttore di una agenzia investigativa a Londra: ha indagato sul mistero Fiore, sui collegamenti tra Fiore e i servizi inglesi.
Sulle protezioni di cui ha goduto Fiore in Inghilterra e in Italia, di come hanno potuto creare un network con cui proteggere latitanti neofascisti.
Fornire assistenza e soldi, come per esempio a Freda (Ordine Nuovo, indagato ma poi assolto per Piazza Fontana) nei giorni in cui era nuovamente sotto processo per la sua organizzazione.
C'è un'informativa della Digos milanese del 1997 che paragona l'organizzazione di Fiore e Morsello ad una nuova Odessa, una internazionale nera per proteggere latitanti fascisti e personaggi come Carminati, ex militante dei Nar.
Il servizio fa altri nomi di latitanti: Stefano Tiraboschi e Vittorio Spadavecchia, ex nar e latitanti: anche loro si trasformano a Londra in imprenditori ricchissimi.

La polizia inglese ha fotografato l'incontro di Carminati coi vecchi amici, nel 2012: nonostante le foto e le informazioni raccolte (facilmente da Mottola), Spadavecchia risulta ancora irreperibile per la polizia italiana.
Dopo 30 anni.

La gara per le mascherine

Gli altri servizi hanno toccato la questione delle mascherine, a partire dai (mancati) controlli fatti da Consip perle gare fatte per rifornire l'Italia di questi dispositivi.
Società create al momento, certificatori che non lo sono, certificazioni fatte per una azienda e non per quella che ha vinto il bando.
Certificazioni probabilmente false, che si sono proliferate tramite copia e incolla, come quelle della Innomed.
LE mascherine di Agmin, di un costruttore romano, sono certificate da una società non autorizzata per le certificazioni CE.

E in Consip che dicono?
I controlli si fanno poi, prima si firma il contratto: ma dentro la gara c'è finito di tutto, aziende che facevano altro, imprenditori che hanno problemi con la legge, imprenditori ai domiciliari.
Tutti filantropi, mossi per aiutare l'Italia e gli italiani?

Dalla Cina arrivano prodotti falsi, mascherine non a norma, per le tante aziende cresciute in Cina in questi mesi, che hanno riconvertito la produzione dopo la pandemia.

Il servizio porterà in evidenza il problema che abbiamo con la certificazione delle mascherine che abbiamo comprato: sono veramente a norma? Ci sono aziende certificatrici che sono state segnalate al MISE, su indicazione della Commissione Europea, su cui verranno fatti dei controlli, conferma il direttore di Accredia (l'ente italiano che gestisce gli accreditamenti) Trifiletti.

Si tratta di “Certificati volontari” che non sono certificati CE.

Manuele Bonaccorsiè andato a Fiumicino alla Dogana per vedere i lavori di controllo sulle mascherine che arrivano dalla Cina: marchi CE finti, dove la sigla indica in realtà China Export.
Ci sono aziende che producono periodici che si sono riciclati nel business della vendita di mascherine per la regione Lazio.
La protezione civile nel Lazio avrebbe trattato con l'intermediario Vittorio Farina, il re delle tipografie: le sue mascherine sono arrivate all'Inail, sulla base di test fatti da laboratori cinesi non accreditati.

Meglio le mascherine tarocche che niente, come dice il tecnico dell'Inail?
E che dire delle mascherine che compriamo sotto casa?

Ci sono mascherine con certificazione dell'università di Tor Vergata che costano 4,5 euro, ma la certificazione non è una vera certificazione.
Insomma, seguendo la traccia dei soldi si trovano sempre le solite facce, imprenditori con pochi scrupoli, controlli fatti mali, documenti fittizi...