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07 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – cosa sta succedendo all’Ilva e Gaza con la pace dei forti

Quale futuro per l'Ilva a Taranto

Nonostante tutto, gli anni che passano, le inchieste sull’avvelenamento dell’ambiente, i processi, a Taranto si continua a morire per il lavoro. Si continua ad avvelenare l’acqua e l’aria di chi vive accanto all’Ilva. E si continua a non vedere alcuna prospettiva per questo sito industriale che sarebbe anche strategico per la poca industria nazionale che rimane.
Nell’ultimo mese sono morti, precipitando nel voto in un reparto che era stato chiuso precedentemente, due operai, l’ultimo si chiamava Loris Costantino, padre di due figli: solo dopo la minaccia di uno sciopero e di una manifestazione proprio sotto Palazzo Chigi, il ministro Urso ha pianificato un incontro coi sindacati.

Il destino dell’acciaieria di Taranto sarà al centro del racconto di Presadiretta Open di questa domenica.

Presadiretta ha incontrato don Alessandro Argentiero, prete del quartiere Tamburi, dove le case si affacciano sull’acciaieria: dopo aver visto l’ondata di sofferenze legate all’inquinamento del quartiere ora deve affrontare l’ondata della povertà causata dalla cassa integrazione.

Famiglie monoreddito o famiglie che dall’oggi al domani si trovano in cassa integrazione o licenziate, in 12 anni ho visto un cambiamento repentino, drastico, la gente si è impoverita. I nostri assistiti Caritas sono aumentati, tanto, prima erano 30 ora sono 75. La prima cosa che cerco di dare a questa gente è l’ascolto. Loro vengono qui e ti rovesciano sul tavolo, davanti a te tantissime cose, tantissimi problemi. E dicono ‘ grazie perché mi hai ascoltato’ ”.

Dentro la parrocchia che ha costruito don Alessandro mostra le cose che ha raccolto per i bambini, come i giochi, uno schermo. Qui il don ha appena organizzato una festa di carnevale per i piccoli. In un angolo c’è anche quello che fa per i grandi: zucchero, latte, scatolame, tonno, lenticchie..

Ma qual è il futuro dell’impianto industriale?

Il Tribunale di Milano ha chiesto alla proprietà di adeguarsi alle prescrizioni del ministero dell’Ambiente, per tutelare la salute delle persone. Assisteremo un’altra volta alla contrapposizione tra salute e profitto? Presadiretta ha intervistato il CEO di Flacks Group, Michael Flacks l’unico potenziale acquirente rimasto: “sapevamo che non sarebbe stata una sfida semplice, siamo consapevoli delle questioni legate ai sindacati, al governo, ai cittadini, alle emozioni della gente, stiamo parlando di Ilva, non è un’azienda qualunque. Per rispondere alla sua domanda, si vogliamo acquistare Ilva, abbiamo un ottimo rapporto coi commissari, col ministro Urso. Al di là delle opinioni politiche Ilva deve continuare a vivere per l’Italia, stiamo cercando di riportare rapidamente al lavoro 6500 persone e se porteremo la produzione a 6 ml di tonnellate di acciaio, come molti ritengono possibile, avremo bisogno di 10mila lavoratori ”

Il destino dei palestinesi

Quale sarà il destino dei palestinesi adesso? Sarà questa la domanda del secondo servizio di Presadiretta, a pochi mesi dal finto cessate il fuoco con l’esercito di Israele che continua a sparare ai civili e con la continua espansione dei coloni nei territori della Cisgiordania.

A pochi giorni dall’inizio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, quello scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Dopo l’uccisione della “guida suprema” Khamenei che ha poi portato alla reazione dell’Iran coi missili sparati sui diversi paesi del golfo.

Presadiretta ci porterà a Gaza, in Cisgiordania, in Israele in un servizio che si è chiuso poco prima che lo spazio aereo venisse chiuso.

A cinque mesi dall’accordo sul cessate il fuoco nella striscia di Gaza, che veniva divisa in due zone, la zona ovest controllata dai palestinesi e la zona esterna controllata da IDF. L’accorod prevedeva il graduale ritiro dell’esercito israeliano dalla striscia che però, non è mai avvenuto. La linea gialla, da linea di demarcazione provvisoria da superare nelle successive fasi dei negoziati si è materializzata attraverso dei cubi di cemento.

Questa zona è pericolosa, se ti avvicini alla zona gialla ti sparano..” racconta al giornalista un ragazzo: possono solo raccogliere le poche cose rimaste sotto le macerie che possono recuperare ancora e spostarsi da un’altra parte. I cubi poi vengono spostati dall’esercito di Israele, costringendo la popolazione civili a doversi continuamente spostare, sempre più in là restringendo gli spazi per gli sfollati.

Riccardo Iacona ha intervistato l’ex ufficiale del Mossad Udi Levi a proposito dei finanziamenti ricevuto dal Qatar ad Hamas, specie all’ala militare e tutto questo è avvenuto già da molti anni. Udi Leva è stato a capo di una speciale unità che si occupava del finanziamento del terrorismo: ha ricostruito tutti i flussi finanziari dal Qatar che hanno reso Hamas così forte, così tanto da cacciar via nel 2007 i palestinesi della ANP con una campagna militare brutale. I soldi del Qatar hanno reso Hamas un esercito armato fino ai denti.

Le prime persone che hanno raccontato questi flussi di finanziamenti a Udi Levi sono stati proprio i palestinesi, non l’intelligence israeliana, ma quelli della Anp: “sono venuti da me e mi hanno detto, state dando soldi ai terroristi” e questo avveniva sotto gli occhi del governo. Di tutto questo il primo ministro Netanyahu era consapevole: “gli ho detto molte volte [a Netanyahu] che questo era un gravissimo errore, Netanyahu ha comunque una enorme responsabilità politica perché ha permesso al Qatar di finanziare Hamas per più di 10 anni, anche se noi del Mossad eravamo contrari. E alla fine è questo che ha portato al 7 ottobre, noi abbiamo nutrito questo mostro con così tanti soldi che loro ci hanno attaccato”.

Viene in mente la storia dei finanziamenti americani ai mujaheddin in Afghanistan in funzione anti sovietica. Fondamentalismi islamici da cui è nata poi Al Qaeda. Fino al’11 settembre.

Su Domani trovate un’anticipazione del servizio dove si parla dell’attacco di Stati Uniti e Israele ai giudici della corte penale internazionale, colpevole di aver accusato di genocidio Israele.

L’ultima giudice ad essere attaccata è la peruviana Luz del Carmen Ibáñez Carranza: “sia io che la mia famiglia siamo stati colpiti nelle questioni finanziarie, non abbiamo carte di credito, non posso ordinare un pasto online non possiamo usare western union per inviare soldi nei nostri paesi, non possiamo movimentare alcun conto in dollari”.

La censura colpisce chiunque abbia collaborato con la CPI, come la relatrice dell’Onu Francesca Albanese: i suoi beni sono stati congelati, le è stato impedito di fare qualsiasi transazione finanziaria perché nel sistema internazionale vige la legge americana. Per proteggere lei e gli altri cittadini europei sottoposti a queste sanzioni bisognerebbe attivare un provvedimento chiamato Blocking statute che protegge i cittadini e le istituzioni europee dagli attacchi di sanzioni americane. Ma al momento né l’Europa né lo stato italiano si stanno muovendo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – l'assalto alle democrazie della tecnodestra, la ricostruzione di Odessa e il gas a Gaza

LAB REPORT: GAZA. LA PACE DEL GAS

Di Nancy Porsia

Dopo la firma del piano di pace di Donald Trump, Gaza viene nuovamente bombardata, come mostrano le immagini girate nella Striscia all’indomani dell’accordo. L’inchiesta di Report segue gli effetti del piano tra Stati Uniti, Cisgiordania e Israele, ricostruendo pressioni religiose e politiche, l’avanzare delle annessioni, le tensioni sul gas offshore conteso e il ruolo dell’ENI nelle partnership energetiche con Israele. Le testimonianze di esperti, giuristi e analisti delineano i rischi geopolitici ed economici del dossier Gaza Marine, mentre la storia della diciassettenne Shireen Abu Al-Kas riporta alle conseguenze umane del conflitto.

Le nuove tecnocrazie all'assalto della democrazia

Siamo spiati, conoscono i nostri dati personali, i nostri gusti, quello che pensiamo, dove stiamo andando, cosa consumiamo e riescono ad anticipare i nostro desideri.

Non è il mondo distopico immaginato da Orwell o lo scenario raccontato nel film “Minority Report”: è come le big tech che controllano internet stanno plasmando il mondo. Che ci piaccia o meno hanno in mano i nostri dati, glieli abbiamo dati noi, e li usano per addestrare l’algoritmo. Per fare cosa?

I rapporti tra Elon Musk, il proprietario di X (o Twitter) e Donald Trump sono noti, come sono noti anche i buoni rapporti col governo sovranista di Giorgia Meloni: si sono conosciuti poco dopo l’insediamento del governo, ad intermediare il primo incontro è stato un ex hacker romano che oggi lavora con Musk, Andrea Stroppa. A contattare palazzo Chigi è stato il giornalista di Rete 4 Nicola Porro.

Da questi buoni rapporti – la comune visione di destra del mondo – sarebbe nato l’accordo non ancora definito per usare i satelliti di Musk per le trasmissioni in chiave degli organi di Difesa e intelligence (che finirebbero nelle mani di un privato..).

Ma – racconta il servizio di Report – un altro miliardario ha preferito rimanere nell’ombra: Peter Thiel, amico e cofondatore con Musk di Paypal, oggi è uno dei miliardari più influenti negli Stati Uniti, coi suoi fondi di investimento ha contribuito a lanciare sul mercato startup come Facebook, AirBNB, Linkedin e il nucleo originaio di Open AI, produttore di ChatGPT. Tutte startup diventati giganti nel settore tecnologico. In questi primi mesi dell’amministrazione Trump per alcuni dei dossier più delicati, come il monitoraggio delle proteste nelle università e la gestione delle deportazioni di massa si è affidata ad una delle compagnie più controverse di Peter Thiel, Palantir.


E’ qualcosa che va oltre la letteratura distopica o film come Minority Report o Blade Runner, Palantir aiuta i governi e le aziende private a sfruttare al massimo tutti i dati che mettiamo online o che sono conservati nei database governativi, sia che lo scopo sia quello di guadagnarci di più, che sorvegliarci” racconta a Giorgio Mottola l’ex dipendente di Palantir Juan Sebastian Pinto.
Non solo decidono cosa dobbiamo leggere sui social, censurando o nascondendo contenuti ostili al governo (o ad esempio su quanto sta facendo a Gaza il governo di Israele), ma i big di internet riescono a influire sull’opinione delle persone, ad influenzare le elezioni (è già successo con facebook e il referendum sulla Brexit, non è complottismo).

La tecnologia non è agnostica. È sta prevalendo sulla politica.

Palantir è ovunque – racconta a Report Sophie in T Veld europarlamentare di Renew Europe – in tutti i paesi europei, viene usato in tutti i sistemi critici come la sanità, i dati degli ospedali e dei pazienti o servizi di polizia e di intelligence. Palantir è stata assunta anche dagli ucraini per fare intelligence sul campo di battaglia.

In Europa grandi clienti di Palantir sono aziende come Deutsche Telecom e le industrie chimiche Enkel e Basf. In Italia fino allo scorso anno aveva sottoscritto una partnership con la Ferrari: il pilota Leclerc aveva pure preso parte allo sport per pubblicizzare la società americana. La famiglia Elkann ha da anni ottimi rapporti con Peter Thiel e nel 2022 Palantir ha sottoscritto un accordo con Stellantis per ottimizzare le prestazioni dei propri veicoli attraverso l’invio dei dati di guida raccolti dalla casa madre tramite WiFi dalle milioni di autovetture Stellantis in circolazione.

Ciò che è più preoccupante di questa collaborazione delle industrie automobilistiche” continua Juan Sebastian Pinto “è l’enorme quantità di dati che queste aziende hanno a disposizione. Oggi nelle nuove automobili quasi ogni componente è tracciato..”

Finora l’economia di internet si è basata sul principio “il prodotto sei tu” (come titolava un vecchio servizio del 2011 di Report): da anni sappiamo che ogni nostra attività online viene tracciata e profilata. Abbiamo poi scoperto che con l’utilizzo di orologi e di bracciali ed elettrodomestici connessi alla rete le aziende private ricevono dati in tempo reale sulla nostra salute, sulle nostre abitudini di vita e grazie ai robot pulisci pavimenti persino la piantina dettagliata delle nostre case.

Fino a questo momento, però – racconta nel servizio Giorgio Mottola – eravamo convinti che l’utilizzo di questi dati avesse esclusivamente finalità commerciali, venderci altri prodotti.

Con Palantir siamo invece entrati in una nuova era: dal prodotto sei tu all’obiettivo sei tu. Quei dati che forniamo navigando in rete o usando oggetti connessi ad internet possono essere usati infatti da governi e soggetti privati per monitorarci, reprimerci e sorvegliarci. E, nei casi estremi come abbiamo visto a Gaza, ucciderci con precisione millimetrica nelle nostre case. Sebbene al momento nel vecchio continente abbiamo regole più restrittive per i giganti tecnologici anche l’Europa è diventata da tempo terreno di caccia per Palantir.

In questo modo l’Europa si è legata ad un uomo che non ama la democrazia non ama la libertà e soprattutto non ama l’Unione Europea” ha commentato l’europarlamentare Sophie in ‘T Veld.

Ecco spiegati gli attacchi all’Europa decadente di Trump. È un attacco ai principi della nostra democrazia.


Welcome to Favelas è una pagina Facebook creata inizialmente da Massimiliano Zossolo, “in un periodo in cui ero ristretto ai domiciliari” perché – come racconta a Report - nel 2011 aveva partecipato alla manifestazione degli “indignados” e fu arrestato per gli scontri con le forze dell’ordine. Oggi, per una ironia della sorte, come si vede alla festa di Gioventù Nazionale (i giovani di fratelli d’Italia che ogni tanto cantano qualche canzoncina fascista), oggi Zossolo è un idolo dei giovani di destra. E Welcome to favelas è diventata una macchina da click con centinaia di migliaia di visualizzazioni quotidiane e si sta proponendo come principale organo di giornalismo partecipativo e di denuncia del nostro paese.

Anche se inizialmente su quelle pagine si pubblicavano inizialmente contenuti inappropriati: foto di ex fidanzate, foto rubate per strada, anche se su gruppi privati. Non erano solo foto di incidenti stradali (che comunque anche se pubblicate in modo privato, costituiscono un problema se poi girano in rete): anche foto di revenge porn e porno scaricati da altri siti.

Era poca roba rispetto al totale del materiale caricato – ha provato a giustificarsi così Zossolo ma Report ha analizzato i contenuti da marzo ad ottobre 2025 tramite l’esperto di propaganda online Alex Orlowski: sono immagini di sparatorie, donne picchiate, ubriaco al volante, “botte tra maranza”. I contenuti che funzionano di più sulle pagine sono quelli ad alto contenuto di violenza dove non è chiaro se le persone ritratte dalle immagini abbiano dato il permesso alla pubblicazione su internet.

Come racconterà il servizio di Report, emissari di Elon Musk hanno contattato gli organizzatori di questa pagina “per contribuire a creare una rete di media alternativi con l’obiettivo di esportare in Europa il verbo politico del fondatore del Ceo di Tesla. E in effetti come abbiamo visto nel caso del Regno Unito, è anche con il sostegno a personaggi di internet e influencer che Musk si muove per promuovere la sua agenda in Europa.”

Un altro tassello della macchina della propaganda di questa destra insofferente alle regole della democrazia, che vengono bypassate raccontando la loro “verità alternativa”.

La violenza colpa dell’immigrazione incontrollata, che la sinistra ha lasciato entrare nel nostro paese senza mettere paletti.

La scheda del servizio: LA TECNODESTRA ALL’ASSALTO DELL’EUROPA

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Dal documento ufficiale sulla strategia nazionale di sicurezza pubblicato dalla Casa Bianca qualche giorno fa, emerge sempre più nitido il progetto di Donald Trump per indebolire l’Unione Europea. L’obiettivo è condiviso dai colossi della Silicon Valley che vedono con il fumo negli occhi i rigidi regolamenti europei sul monopolio e sulla protezione dei dati. Da mesi Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha iniziato a sostenere pubblicamente i partiti del Vecchio Continente più critici con Bruxelles. In particolare ha costruito in Italia un rapporto preferenziale con la presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni. Per la prima volta, l’emissario in Italia di Elon Musk, Andrea Stroppa, racconta davanti alle telecamere come è nata questa relazione speciale e quali sono state le implicazioni politiche e commerciali del filo diretto tra Musk e Meloni. Nella strategia di influenza americana sulla democrazia europea un ruolo fondamentale lo sta giocando un altro miliardario della Silicon Valley, Peter Thiel, ex socio di Musk e fondatore di Palantir, una della più misteriose e discusse società tecnologiche del settore della difesa che potrebbe rischiare di far sembrare il Grande Fratello di Orwell una favola per bambini. Giorgio Mottola ha intervistato l’ideologo di riferimento di Peter Thiel e della cosiddetta tecnodestra americana, Curtis Yarvin. Ingegnere informatico e filosofo autodidatta è una delle figure più controverse del panorama intellettuale statunitense per via delle sue posizioni delle sue posizioni estreme sul razzismo e sulla democrazia, che però hanno fatto presa su alcune figure cruciali dell’amministrazione Trump.

La ricostruzione dell’Ucraina

La chiamano la pace di Trump, ma si tratta sempre di business as usual: smettiamola con questa guerra, diamo a Putin quello che vuole perché dobbiamo riprendere gli affari con la Russia.



E tra gli affari che attirano gli appetiti di tanti avvoltoi, il business della ricostruzione: nonostante la guerra sia ancora in corso l’Europa sta già pensando alla sua ricostruzione e l’Italia ha voluto avere sin da subito un ruolo da protagonista, organizzando eventi e incontri per attrarre investimenti. L’ultimo la scorsa estate a Roma, dove la presidente Meloni si è incontrata con Zelenski e altri 15 capi di governo.

Investire in Ucraina è un investimento su noi stessi perché piaccia o no quello che accade in Ucraina riguarda ciascuno di noi” raccontava alla platea la stessa Meloni: in quell’evento si sono raccolti 10 miliardi di euro. La maggior parte dei nostri sforzi si concentreranno nell’area di Odessa dove sono in arrivo circa 47 ml di euro di fondi pubblici italiani di cui 32ml per il restauro e la conservazione del patrimonio culturale. A firmare gli accordi per la ricostruzione c’era anche l’ex sindaco di Odessa Trukhanov, che negli ultimi anni è stato di casa nelle istituzioni italiane incontrando politici e ministri di ogni sorta per favorire la cooperazione tra i due paesi e attrarre gli investimenti per la sua città.

Roma per me è come casa” spiegava al giornalista di Report: secondo il rapporto della polizia si sarebbe stabilito a Roma negli anni ‘90 ottenendo un permesso di soggiorno per motivi familiari, grazie ad un matrimonio fittizio con una donna italiana. Lo SCO, il servizio centrale della polizia che indaga sulla criminalità organizzata lo aveva inserito ai vertici della mafia ucraina, un’organizzazione criminale nata ad Odessa e dedita ad estorsioni, pianificazioni di omicidi di politici e oppositori, ma soprattutto al traffico di petrolio e dell’immenso armamento russo che dopo la caduta dell’Unione Sovietica veniva smerciato in tutto il mondo.

Ma il sistema Italia è pronto a fare la differenza – rassicura la presidente Meloni – per la ricostruzione dell’Ucraina, strade, scuole, ponti, ospedali e chiese. In particolare ad Odessa – la città italiana secondo il ministro Tajani – per la tutela del patrimonio artistico. Ma di strade, ponti e ospedali ricostruiti dall’Italia ad Odessa non c’è traccia fino ad oggi: solo pochi metri quadri del tetto di una cattedrale ortodossa distrutta da un bombardamento su cui si sono concentrati la maggior parte dei nostri sforzi.

Ma l’Italia aveva promesso di voler ricostruire interamente la cattedrale – racconta a Report il priore della cattedrale Myroslav Vdovodych – “il vicepremier Tajani aveva detto che avrebbero iniziato la ricostruzione di Odessa partendo proprio dalla cattedrale. L’Italia due anni fa ha stanziato 500mila euro e con questi soldi sono stati ricostruti 110 metri quadrati del tetto. Tutti gli altri 3000 metri quadrati li ha pagati la diocesi e come si può vedere c’è ancora moltissimo lavoro da fare. I fondi non sono arrivati direttamente alla cattedrale, ma all’Unesco che ha svolto i lavori nella cattedrale. Non fatemi parlare dell’Unesco perché avrei cose molto interessanti da dire su come lavorano ..”
Chi ha svolto materialmente i lavori? LA Stikon, un’impresa di Odessa citata in una indagine anti corruzione su presunti favori edilizi in cambio di immobili e già beneficiaria di appalti pubblici poco trasparenti anche se mai condannata in via definitiva. L’Unesco l’ha incaricata con un affidamento diretto. L’Unesco ha fatto un controllo su come ha lavorato questa impresa?

Il capo ufficio Unesco in Ucraina Chiara Bardeschi ha spiegato come si sia fatta una due diligence nei limiti delle loro possibilità e nei limiti della loro procedura.

Il giornalista di Report ha anche chiesto conto del ruolo di un cittadino italiano, Attilio Malliani che era a capo del dipartimento Urban Plan and Restoration di Odessa: è un advisor del sindaco ma non è stata l’unica persona coinvolta nei lavori.

La scheda del servizio: ODESSA CONNECTION

di Sacha Biazzo

Collaborazione Samuele Damilano

Report ricostruisce il ruolo dell’Italia nei progetti di ricostruzione dell’Ucraina, in particolare i 47 milioni di fondi pubblici destinati all’area di Odessa, seguendo i rapporti tra le istituzioni italiane, l’ex sindaco della città Gennadiy Trukhanov e il suo consigliere per la cooperazione internazionale Attilio Malliani. L’inchiesta, basata su atti giudiziari, rapporti di polizia e testimonianze, documenta i procedimenti anticorruzione che riguardano Trukhanov, i lavori sulla cattedrale di Odessa finanziati tramite l’UNESCO e alcuni casi di gestione dei fondi umanitari, anche mettendoli a confronto con il modello anticorruzione adottato dalla Danimarca a Mykolaiv.

La tutela dell’ambiente

La Repubblica italiana – sancisce la nostra Costituzione nell’articolo 9 – “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. ”

Ma questo vale sulla carta: nella realtà colate di cemento ricoprono porzioni sempre più estese del nostro paese, anche in zone con rischio idrogeologico (alla faccia dell’interesse delle future generazioni), anche in zone dall’alto valore simbolico, come le Dolomiti.

Dove sorgono casette per turisti facoltosi senza autorizzazione. Tanto poi ci pensa la politica a sfornare la legge per rendere lecito ciò che lecito non era.

La scheda del servizio: STARLIGHT ROOMS

di Lucina Paternesi

Dormire sotto la volta celeste nel cuore delle Dolomiti, a 700 euro a notte. È l'idea che ha avuto un noto imprenditore di Cortina D'Ampezzo che qualche anno fa ha realizzato le Starlight rooms, stanze panoramiche che ruotano fino a 360 gradi posizionate a 2.055 metri di quota e rivestite di legno e vetro per permettere, appunto, di osservare le stelle durante la notte. Ma chi le ha realizzate - e ha ospitato anche cantanti e attori famosi - non avesse le autorizzazioni per farlo, dal momento che la legge regionale del Veneto sul turismo prevede il divieto di costruire sopra i 1.600 metri, ad eccezione di rifugi e bivacchi. A sanare le casette dell'imprenditore ampezzano è stata la passata giunta presieduta da Luca Zaia che ha modificato la norma e ora ogni comune montano potrà dotarsi di almeno due stanze panoramiche anche sopra i 1600 metri d'altitudine.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 agosto 2025

Anteprima Presadiretta – Trump l’uomo di dio

 


Presa diretta torna in prima serata su Rai3 con altre otto inchieste giornalistiche di grande interesse: tre ore di diretta tra reportage, ospiti in studio, ricostruzioni “per cercare di capire in profondità gli avvenimenti che stanno cambiando il mondo e anche le nostre vite e ne usciremo tutti più ricchi, meno spaventati e soprattutto più liberi.” - come spiega nell’anteprima Riccardo Iacona.

Questa sera la puntata è dedicata all’America di Trump, l’uomo che sta cambiando la faccia nel mondo.

Chi sono gli elettori di Trump e qual è il ruolo della chiesa protestante evangelica che lo sta supportando? I giornalisti di Presadiretta sono entrati alla Patriot Church ad incontrare il pastore Ken Peters. A Presadiretta racconta che “noi combattiamo per una nazione governata da Dio, secondo i principi della Bibbia”.

È stato dunque Dio a mettere Trump al potere: lui è un sostenitore dei cristiani evangelici, è un “amico ai piani alti”, alla casa bianca che aiuta la chiesa a raggiungere i suoi obiettivi in cambio del voto dei fedeli.

Si torna a parlare in America di abbattere la separazione tra stato e chiesa: lo ha fatto lo stesso Trump in un discorso a Washington il 1 maggio, “stiamo riportando la religione in America”.

La religione è entrata nelle stanze del potere in America ed è successo tutto così in fretta da non comprendere subito gli effetti: Malachi O’Brien del National Faith Advisory Board racconta che ora si aspettano dal presidente politiche ancora più conservatrici, l’abolizione del matrimonio gay, la fine del diritto all’aborto. “Ho il privilegio di consigliare a Donald Trump perché faccio parte del National Faith Advisory Board e la casa bianca non ha mai avuto un ufficio della fede così influente.”

La sua politica nazionale e internazionale è fortemente condizionata dalla destra religiosa americana che è quella che gli ha fatto vincere le elezioni: una destra clericale, sinceramente antidemocratica, patriarcale: non sono solo parole, sono fatti, storie – spiega Iacona presentando la puntata – sono decisioni politiche mai prese prima nella storia degli Stati Uniti, l’attacco alla ricerca, alle università, alla scuola pubblica, la caccia agli stranieri, l’amicizia di Trump con Putin e Netanyahu e il sostegno ai progetti israeliani alla deportazione dei palestinesi e di annessione di Gaza e della Cisgiordania

Ma tra le politiche conservatrici c’è anche una stretta sull’immigrazione e sui diritti delle donne. Hope Ngumezi racconterà la storia della moglie Porsha: si erano sposati sedici anni fa, hanno avuto due figli, nel giugno del 2023 lei era incinta di 12 settimane, si erano accorti che lei aveva delle perdite così sono andati al Pronto Soccorso di Houston.

Mentre era lì ha avuto un aborto spontaneo, Porsha ha perso il bambino e stava ancora perdendo sangue: i dottori avrebbero potuto effettuare un raschiamento per togliere il feto dalla pancia ma in Texas l’aborto è vietato e questa operazione è consentita solo se la donna è in pericolo di vita.

Così decidono di aspettare e di somministrarle un farmaco, ma dopo alcune ore Porsha inizia a peggiorare, accusando forti dolori al petto ma nessun medico si prende la responsabilità di intervenire. I medici hanno allora cercato di rianimarla senza riuscirci, fino alla sua morte.

Di chi è la colpa di questa morte? Del governo del Texas, dell’ospedale, dei medici ma soprattutto del governo federale risponde oggi Hope.

Oggi a Trump direbbe che aveva una vita bellissima, una moglie fantastica, avevamo due figli di 5 e 3 anni che avevano appena iniziato a conoscere la loro madre e avevano una vita intera per stare insieme e ora è tutto finito.

Quello che fai influisce sulla vita delle persone, le tue leggi stanno uccidendo delle donne, stanno strappando le madri dalle loro famiglie”.

Presadiretta ha raccolto una testimonianza di una famiglia italiana andata in America, a Boston, per dare una speranza alla figlia grazie ad una cura sperimentale ad Harvard. Questo ateneo è stato teatro di uno scontro nei mesi passati con la presidenza Trump.

Liberato e Michela sono i genitori di Antonio e Giulia: la bambina soffre di una gravissima malattia genetica neuro degenerativa, e loro sono venuti proprio a Boston con l’aereo per curarla, grazie alle ricerche in campo biomedico di Harvard.

Giulia è l’undicesima bambina al mondo a ricevere questa terapia genica sperimentale: questo progetto è un perfetto esempio della collaborazione tra l’università di Harvard e gli ospedali di Boston, quello pediatrico è uno dei più grandi d’America, qui c’è un connubio stretto tra i ricercatori e i medici. Questo consente di fare una ricerca di base che si riesce a portare subito in clinica – spiega a Presadiretta Michela Fagiolini. In Italia dirige l’istituto di neuroscienze del CNR e qui lavora da più di venti anni con la Harvard Medical School, studiando i meccanismi del cervello alla base delle patologie rare che colpiscono i bambini.

Gran parte della sua ricerca in questo ospedale era finanziata con soldi pubblici che ora l’amministrazione Trump ha deciso di tagliare.

Noi non possiamo assumere nuove persone e forse dobbiamo licenziare” racconta amareggiata a Presadiretta “abbiamo bisogno di questi fondi per mandare avanti i bambini in terapia intensiva, dove si fanno i trapianti, dove si fa il test pe trapiantare il cuore in un bambino. Se si bloccano queste cose qui veramente giochi con la pelle dei bambini.”

Che America è diventata quella che taglia i fondi alla ricerca?

E’ diventata la non America: la ricerca è una vergogna, non è più una forza .. lavoriamo tanti per arrivare dove siamo e quello che facciamo non per diventare ricchi ma per migliorare la vita delle persone e ora invece di devi vergognare o aver paura di dire quello che fai .. non va bene. Quando Trump è stato eletto la prima volta nel 2016 ci sono state grandi proteste da parte di tutti, adesso non si può scendere nemmeno in piazza e questo è quasi un regime. ”

La scusa per tagliare i fondi è arrivata dopo le proteste degli studenti dopo i massacri dei soldati israeliani a Gaza: molti di loro sono stati arrestati con l’accusa di antisemitismo, hanno minacciato di sospendere i fondi governativi, hanno richiesto di cancellare i programmi di diversità, equità e inclusione. È il pugno duro di Trump contro le università accusate di non fare nulla per controllare le manifestazioni di protesta verso la politica di Israele.

La Columbia University, da cui sono partite le proteste, preoccupata dalle minacce di Trump di tagliare i 400 ml di finanziamenti si allinea subito alle richieste del governo. Il rettore viene sostituito e a luglio la nuova presidente firma un accordo in cui si impegna a pagare una sanzione di 200 ml di dollari all’amministrazione in cambio della sospensione delle indagini sull’antisemitismo nel campus.

Harvard ha invece rifiutato di piegarsi al ricatto: “prenderanno tanti calci nel culo” è stata, letteralmente, la risposta di Trump.

Ma anche in Italia stiamo vivendo una fase dove la scienza è attaccata: l’Italia, per voce del ministro della salute Schillaci, si è astenuta dall’accordo dell’OMS sulle pandemie motivando la scelta con ragioni di sovranità nazionale.

.. crediamo che questo accordo deve essere applicato nel rispetto dei principi di proporzionalità e protezione dei diritti fondamentali incluse la protezione dei dati personali e delle libertà individuali.”

Secondo il dottor Bassetti si tratta semplicemente di una scelta politica, il piano pandemico non ha nulla a che vedere con la sovranità nazionale, l’Italia si è astenuta – continua Bassetti – assieme a paesi noti per andare in una direzione diversa da quella della scientificità, “ripeto, il piano pandemico non prevede nessun tipo di ingerenza nella gestione delle pandemie ..”

Infatti nel piano pandemico su cui noi ci siamo astenuti il richiamo alla sovranità nazionale dei paesi è ripreso sin dalla premessa ed è ripreso nel testo approvato. L’Italia si è astenuta per ragioni politiche e non scientifiche: “si è voluto pensare più ai voti che non alla salute della gente .. questo è un paese dove è diventato quasi vietato parlare di vaccinazioni e i risultati mi paiono abbastanza evidenti, siamo tornati ad avere come protagonista il morbillo, la gente si è vaccinata – per gli ultra ottantenni- per meno del 5%, oggi parlare di vaccini è scomodo invece occorre tornare a che sia comodo parlare di vaccini, perché hanno salvato la vita a tanta gente, la salveranno ancora. Aver messo l’argomento vaccini da parte non è, a mio parere, come tanta parte della comunità scientifica, un errore clamoroso .”

Trump – l’uomo di Dio: La scheda del servizio

Un viaggio di PresaDiretta negli Stati Uniti per raccontare le radici della destra religiosa e il ruolo dei protestanti evangelici che, votando in massa per Donald Trump, stanno influenzando le scelte politiche della Casa Bianca. Dal Texas al Tennessee fino ai luoghi del potere, l'inchiesta entra nelle scuole private cristiane dove ogni materia viene insegnata attraverso la fede, nelle organizzazioni fondamentaliste che raccolgono milioni di fedeli e nelle comunità che sostengono le donne negli Stati dove l'aborto è vietato. Al centro, gli attacchi ai diritti civili e alla scienza: dal pugno duro di Trump contro Harvard e le università accusate di antisemitismo, fino ai tagli ai finanziamenti della ricerca che mettono a rischio progetti cruciali. Il viaggio si allarga a Ginevra, negli uffici dell'Oms, dove emerge l'urgenza di una cooperazione internazionale di fronte a nuove minacce globali come l'influenza aviaria. Quali riflessi può avere questa deriva anche in Italia? In studio con Riccardo Iacona interviene Antonello De Oto, docente di Diritto delle religioni all'Università di Bologna.

RSA – la strage dimenticata

Nell’anteprima della puntata si parlerà di quanto successo nelle RSA nelle prime ondate del Covid: la strage degli anziani e le inchieste finite nel nulla. Come il nulla che è stato fatto per prevenire nuove eventuali pandemie.

Nella casa di riposo della Fondazione Restelli Onlus di Rho il covid ha provocato il decesso del 31% degli ospiti. La residenza sanitaria assistita della Fondazione Vaglietti di Cologno al Serio ha perso – sempre per il virus - il 37% degli assistiti. A distanza di 5 anni, il viaggio di PresaDiretta nelle Rsa, luoghi dimenticati dove nella prima fase della pandemia c'è stato un terzo dei morti avvenuti in tutto il Paese a causa del covid. Perché ancora molto non è stato fatto per affrontare un'eventuale nuova pandemia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter e Instagram della trasmissione.


13 aprile 2025

Anteprima Presadiretta – Europa, la sfida industriale

I dazi di trump colpiscono l’Europa nel suo momento di massima debolezza economica, con la Germania che rallenta mentre cresce la competizione tecnologica cinese. E l’Italia?

In aspettando Presadiretta si parlerà della crisi idrica nelle regioni del sud, in particolare in Basilicata e Sicilia. Lo scorso dicembre Presadiretta era andata sulla diga della Camastra a girare le immagini dell’invaso, la diga era completamente vuota. Ma in realtà tutti gli invasi della Basilicata sono vuoti e questo è il motivo per cui la regione che ha sempre dato l’acqua a tutto il sud si è ora trovata senz’acqua e hanno dovuto chiudere i rubinetti delle case.

Ma il tema della siccità e della gestione idrica è comune ad altre regioni d’Italia, che diventerà ancora più importante ora che sta arrivando l’estate.
In che modo la Sicilia si sta attrezzando all’arrivo dell’estate? Il team di Presadiretta ha attraversato l’isola andando a verificare lo stato in cui versano le grandi infrastrutture idriche fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico.
Sul sito Agricolae.eu trovate una anticipazione del servizio:

«Partendo dagli eventi estremi della siccità dello scorso anno, abbiamo deciso di indagare su come la regione con il più alto livello di severità idrica d’Italia si stia preparando all’estate imminente», dichiara l’inviato Pablo Castellani. «Ci siamo concentrati in particolare sulle grandi dighe, infrastrutture fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico alle aree circostanti», aggiunge la collega Roberta Pallotta.

Il team ha attraversato l’isola documentando lo sversamento di acqua dalla diga Trinità, a Castelvetrano, completata nel 1959 ma mai collaudata, per poi spostarsi alla diga Comunelli, definita da Castellani «un gioiello ormai inutilizzabile a causa della mancata manutenzione». Il viaggio prosegue con la grande incompiuta di Blufi e la diga Ancipa, al centro della cosiddetta “guerra dell’acqua” tra i comuni di Enna e Caltanissetta del dicembre 2024. «Quello che abbiamo registrato è un quadro di carenze strutturali, mancanza di manutenzione e assenza di una pianificazione efficace per il futuro, che lascia sconcertati», osserva Pallotta. «La prossima siccità rischia di essere drammatica».

Nel corso del reportage, la redazione ha intervistato anche la Coldiretti Sicilia, che ha descritto una situazione drammatica per gli agricoltori, alle prese con raccolti compromessi e costi in aumento per far fronte alla scarsità d’acqua. Spazio anche all’ANBI, l’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue: il direttore generale Massimo Gargano ha parlato della cronica mancanza di manutenzione delle dighe in Italia e in Sicilia. «Serve una cultura dell’economia e della manutenzione delle nostre dighe», ha dichiarato.

«Abbiamo chiesto chiarimenti alla cabina di regia per l’emergenza siccità, coordinata dall’ingegnere Salvo Cocina», aggiunge Castellani, «per capire come si stiano attrezzando per affrontare le crisi idriche future».

Il reportage si sposta poi nell’area di Butera, dove sono in corso lavori di trivellazione per la costruzione di nuovi pozzi, e nei luoghi dove saranno installati tre dissalatori mobili già a partire da giugno. «Tutti provvedimenti importanti, ma non sappiamo se basteranno», conclude Pallotta.

Europa - La sfida industriale


Il racconto della crisi industriale in Europa passa dalla Germania: a Dusseldorf i mille operai della Vallourec hanno celebrato il funerale degli impianti dove hanno lavorato per anni. Era il 14 settembre 2023 e col suono di una sirena si sono chiusi più di 40 anni di attività.

A maggio 2022, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, Vallourec aveva deciso di spostare tutta la produzione siderurgica dalla Germania al Brasile.

Qui dentro lavoravamo in 3000 all’inizio” racconta uno degli operai che è anche presidente del Consiglio di Fabbrica “abbiamo proposto di tutto pur di non chiudere, abbiamo ridotto il personale, chiesto di fare prodotti di maggior valore, ma l’azienda non voleva investire, guardava solo al flusso di cassa e voleva andarsene dall’Europa. Abbiamo chiesto aiuto alla politica ma non siamo stati ascoltati, per loro non eravamo strategicamente importanti..”

A Berlino, il 16 dicembre si apriva la crisi di governo che ha portato i tedeschi nuovamente alle urne nel pieno di una vera e propria de-industrializzazione: tra chiusure e delocalizzazioni, dal 2019 la Germania ha perso il 10% della sua produzione manifatturiera, solo nel 2024 il calo è stato del 4% e gli indici continuano a scendere.
I siti come quello della Vallourec, nella Ruhr non torneranno più – continua Vilson Gegic – “qui è pieno di aziende storiche, sono tutte in crisi e se chiudono tutte come finirà l’Europa? Lo standard di vita che abbiamo avuto fino ad oggi, gli stipendi, il sistema sociale , li avremo ancora in futuro? Possibile che non ci siano nuove tecnologie in grado di salvarci?”

L’Europa non ha una visione industriale comune come non ha nemmeno una visione comune sulla tassazione: in Irlanda si paga solo il 12,5% di tasse sui profitti, una cifra irrisoria che spiega come mai le multinazionali americane hanno sede proprio in quel paese.

In Italia la tassazione è del 24% e negli Stati Uniti è del 21%: alle multinazionali conviene investire in questo piccolo paese. Le più importanti sono qui infatti, tra queste le principali aziende americane della digital economy, la maggior parte delle quali ha la sede nella zona dell’ex porto oggi completamente riqualificata e ora piena di grattacieli e locali alla moda. L’hanno soprannominata la silicon dox. Google, Linkedin, Tik Tok, AirBnb, X, Dropbox, Amazon e Indeed. E ovviamente Meta, ovvero Facebook, Instagram e Whatsapp. Queste multinazionali pagano in realtà tasse per meno del 12,5%. Se si analizzano i bilanci si scopre che pagano tra il 2 e il 5% di tasse – spiega a Presadiretta  Kieran Allen professore di sociologia a Dublino. Assieme al collega Brian O’Boyle hanno scritto un libro intitolato “Tax haven Ireland”.

L’Irlanda è sicuramente un paradiso fiscale, è principalmente strutturata per favorire le multinazionali americane, visto che le multinazionali pagano pochissime tasse, il peso fiscale si sposta sui lavoratori irlandesi che pagano una aliquota fiscale relativamente alta per servizi di qualità molto scarsa.Per esempio se hai un bambino, mandarlo all’asilo nido qui a Dubino ti costa fino a 1200 euro al mese e se non ha una assicurazione sanitaria privata, e un terzo della popolazione non ce l’ha, potresti aspettare anni per una operazione all’anca o un altro banale intervento.”

Aziende che fanno profitti in Europa, lasciando qui solo poche briciole. Forse queste cose qualcuno dovrebbe spiegarle al presidente Trump proprio adesso che ci sta prendendo a schiaffi coi dazi.
Come raccontano le anteprime dei servizi, per le società la tassazione in Irlanda è molto favorevole

Anche questo è un segno della debolezza europea di fronte alle grandi potenze del pianeta, gli USA da una parte e la Cina dall’altra, per cominciare.
Un’Europa che – come spiega Iacona presentando la puntata – si trova davanti ad una sfida industriale pazzesca, tra gli Stati Uniti che ci riempiono di dazi e la capacità produttiva e competitiva della Cina.

Presadiretta ci porterà in Germania, dove l’economia si è fermata, poi in Italia, poi Iacona ci riporterà in Cina (già visitata nel servizio dedicato alle energie rinnovabili) e in Irlanda.

L’Europa ad ottobre 2024, in difesa delle proprie industrie automobilistiche ha emanato dazi che vanno dal 17 al 35% sull’importazione degli autoveicoli elettrici dalla Cina. E come hanno risposto a questa mossa i grandi gruppi automobilistici cinesi?

Lo spiega Stella Li, vicepresidente di BYD, prima aziende produttrice di auto elettriche al mondo: “non penso che sia intelligente da parte dell’Unione Europea applicare i dazi perché alla fine danneggiano i consumatori finali europei che dovranno pagare di più. Tuttavia BYD già due anni fa, prima che si iniziasse a parlare di dazi, aveva deciso di investire in Europa, apriremo uno stabilimento in Ungheria.”
Anche in Italia potreste aprire una fabbrica?
“Siamo aperti ad ogni paese, man mano che continueremo a crescere avremo bisogno di maggiore capacità, ogni paese in Europa potrebbe essere un candidato per la nostra seconda o terza struttura.”
Lo stabilimento ungherese dovrebbe iniziare la produzione di auto elettriche a fine 2025. Anche la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo, aprirà uno stabilimento in Ungheria: partirà così la prima filiera elettrica cinese in Europa, che produrrà centinaia di migliaia di autovetture all’anno, che potranno essere vendute senza dazi.

Dalla BYD al gruppo Chery, il secondo marchio cinese di auto che nel 2024 ha venduto 2,6 ml di vetture, un incredibile +40% rispetto al 2023, con un fatturato di 67 miliardi di dollari, 100mila dipendenti di cui un terzo lavorano nel settore ricerca e sviluppo.

Presadiretta è entrata dentro uno degli stabilimenti, accolti da un robot che riconosce facce e voci, frutto dei lavori di ricerca del gruppo, capace anche di rispondere.
È grazie alla mobilità elettrica che Chery diventa una vera e propria compagnia tecnologica.

Lo spiega il presidente Zhang Guibing: “le auto elettriche sono auto sempre più intelligenti, il cockpit è intelligente e le tecnologie di guida autonoma sono intelligenti. Anche le batterie sono intelligenti e ce le produciamo da soli con la nostra ricerca e sviluppo perché dobbiamo essere indipendenti dal punto di vista tecnologico. Le nostre batterie hanno una ricarica veramente rapida, veloce, in cinque minuti puoi raggiungere 400 km di autonomia e questo vale anche per i motori elettrici. Hanno consumi di energia molto bassi, circa 9,9kw/ora per 100 km [il consumo medio di una batteria è di circa 13,5 kw/ora]. Con le auto elettriche hai la forza, hai la potenza, hai la velocità di accelerazione, tutto quello che vuoi. Ecco perché ora in Cina anche BMW, Mercedes, Audi, Porsche, vendono di meno.”
Quindi la vera innovazione è davvero l’auto elettrica – ha chiesto Iacona

L’elettrificazione è la chiave, è fondamentale. Poi le tecnologie per la guida autonoma intelligente sarà la prossima chiave. L’intelligenza artificiale in interconnessione col guidatore e i big data. Questo sarà il nostro futuro e anche su questo stiamo lavorando.

Anche il gruppo automobilistico cinese Chery ha investito in Europa: nel 2024 è nata una joint venture con una azienda spagnola a Barcellona, con la realizzazione di uno stabilimento capace di produrre 150 mila auto l’anno su piattaforma e tecnologia cinese. Alla firma dell’accordo era presente anche il presidente spagnolo Sanchez insieme ai vertici dell’azienda cinese.

Dalla Spagna, le auto elettriche Chery verranno vendute in Europa e ancora una volta senza dazi. Lo slogan di Chery è “in Europe, for Europe”.
Cosa significa lo spiega a Iacona il presidente Zhang Guibing: “noi non vogliamo semplicemente vendere le nostre auto in Europa, noi vogliamo integrarci con l’industria locale europea, con la catena di approvvigionamento e i fornitori europei, coi governi europei. Non solo i nostri clienti devono rimanere soddisfatti, ma anche i governi lo devono essere e i lavoratori europei, e la società europea. Ecco cosa significa per noi in Europa per l’Europa.”
Significa che volete produrre sempre di più in Europa?
“Se vogliamo essere un grande attore dobbiamo sicuramente produrre in Europa.”
E’ vero che volete aprire un centro design in Italia e che sareste interessati a comprare la Maserati – ha chiesto il conduttore.
Il presidente ha risposto positivamente per il centro di design mentre ha preferito non rispondere sulla Maserati, “posso solo dire che siamo molto interessati a diversi marchi di alta gamma”.
Come commenta il fatto che l’Europa non stia spingendo come la Cina sulla mobilità elettrica, il fatto cioè che in Europa si vendano così poche auto elettriche?
“E’ chiaro che le infrastrutture elettriche non sono sviluppate come in Cina e questo è un problema, ma negli ultimi due anni ci sono stati grandi cambiamenti, l’innovazione tecnologica si sta sviluppando molto velocemente, noi le chiamiamo auto super ibride perché dentro la città possono fare dai cento ai trecento chilometri solo in modalità elettrica e in guida mista si può arrivare a 1200 km di autonomia. Anche in Cina le super ibride stanno crescendo: ancora una volta è la ricerca tecnologica che sta dando tutte le risposte e che farà crescere il mercato delle elettriche anche in Europa.”


Hangzhou la chiamano la città dell’acqua perché attraversata dal grande fiume Qiantang, quando arriva in città è largo e gonfio di acqua prima di gettarsi nel mar Cinese meridionale. Poi c’è il lago dell’ovest che fa parte della lista dei beni patrimonio dell’umanità protetti dall’Unesco, sempre pieno di turisti che vengono qui a visitarlo.


A Hangzhou c’è il quartiere generale della Geely, altro gruppo industriale nel settore dell’automotive con 11 stabilimenti e 50mila dipendenti.
La storia della Geely rappresenta bene quello che è successo nel settore dell’automotive: negli anni 90 sono arrivati i grandi marchi dall’occidente a produrre macchine in joint venture con le aziende cinesi e così c’è stato il trasferimento tecnologico.

Oggi grazie alle auto elettriche il rapporto si è rovesciato: sono le grandi case automobilistiche cinesi che godono di un vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti stranieri.

Così è partita la scalata dei gruppi cinesi nei confronti di quelli occidentali.
Iacona ha visitato uno degli stabilimenti della Geely che può produrre fino a 300mila autovetture l’anno, settecento al giorno, pronte per partire per tutto il mondo.

Questa è la fabbrica della Link&Co una joint venture con la Volvo Cars di cui la Geely è diventata proprietaria. Ma la campagna acquisti non è finita qui: Geely è il maggior azionista di Volvo group, il gruppo che produce autocarri e anche della Lotus cars, della Daimler, della Aston Martin.

L’ultima acquisizione Geely l’ha fatta nel 2019 quando ha comprato da Mercedes il 50% di Smart: oggi la nuova Smart si fa in Cina, il design è tedesco, ma la piattaforma e la tecnologia è tutta cinese.

Sono auto dove la guida è assistita, il guidatore deve tenere le auto sul volante, ma la macchina si guiderebbe da sola, in grado di evitare gli ostacoli sulla strada.
Tutta questa intelligenza costa molti soldi – spiega Tong Xiangbei AD di Smart – perché la macchina è dotata di diversi sensori, ma è qualcosa che va fatto, “se non fai questo salto tecnologico perdi il treno dell’innovazione per sempre.”


Che poi è quello che sta succedendo ai marchi europei, che hanno perso il treno della mobilità elettrica e che oggi pensano di difendersi dal futuro bloccando in Europa le leggi sul green deal. Barattando profitti a breve termine col futuro, con la difesa dell’ambiente.

E l’Italia? Ci sono aziende che hanno sposato e investito molto nell’innovazione: Presadiretta è entrata dentro gli stabilimenti della VHIT, un’azienda che produce sistemi lubrificanti e frenanti per i motori. Tutti i macchinari registrano in continuazione ogni processo e inviano un mare di dati all’intelligenza artificiale per monitorare l’efficienza dell’impianto, riducendo il costo del lavoro diretto. Si risparmiano soldi alla fine che finiscono in testa d’opera, ovvero ricerca e sviluppo – spiega Corrado Laforgia Addi VHIT – di nuovi processi e prodotti, “questa azienda nel 2014 disegnava e produceva soltanto componenti per motori a combustione interna, dal 2014 la stessa funzione viene fatta da un motore elettrico, da una scheda elettronica, da un software. Per fare questo abbiamo investito in nuove competenze, eravamo dei meccanici, oggi siamo diventati dei meccatronici. Abbiamo imparato cos’è il software, cos’è l’elettronica, cos’è un motore elettrico, quindi ci stiamo preparando per il futuro.”
E’ questa l’innovazione che può salvare le aziende italiane?

Le aziende italiane possono salvarsi se riescono a capire dove mettersi all’interno di questa nuova catena del valore, non è più soltanto un problema di produrre, a produrre ormai sono capaci tutti, quello che fa la differenza è, davanti ad un problema, ad una necessità di mercato, io come la risolvo molto meglio degli altri?”

Ma ci sono altre azienda che in questo momento stanno facendo i conti con la “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul settore manifatturiero: Presadiretta ha visitato il distretto industriale di Brescia, una delle provincie a più alto valore aggiunto in Italia con le sue 13mila aziende, che esportano i loro prodotti per il 19% in Germania e che ora per la crisi tedesca hanno visto calare l’export di 440 ml.
Dunque la crisi in Germania che colpisce anche le azienda in Italia, ma poi c’è anche il costo dell’energia che costituisce un grave problema per le aziende nel settore siderurgico: “L'Italia ancora oggi è la nazione all'interno dell'Europa che paga un costo dell'energia più alto. Questo non ci consente di essere competitivi” racconta Giuseppe Pasini di Feralpi Group.
Si tratta di una crisi senza precedenti che ha costretto molte di queste aziende a ricorrere alla cassa integrazione con fermi di produzione prolungati.

Sta andando in crisi un modello di produzione basato sulla piccola-media impresa, a condizione familiare e che ora non è in grado, da sola, a gestire questo cambiamento di mercato, perché manca la mentalità del cambiamento, per essere pronti a gestire queste nuove tecnologie: le tecnologie green, l’intelligenza artificiale, un modello di produzione dove l’operaio non è un robot ma un tecnico con forti competenze tecnologiche.
Non basteranno i sussidi che il governo Meloni ha messo in campo prendendo i soldi dal PNRR e dai fondi di coesione per risolvere questa situazione.

La scheda del servizio:

In apertura la carenza idrica in Basilicata e Sicilia

La carenza e la cura inadeguata delle risorse idriche sono al centro di “Aspettando PresaDiretta”, in onda domenica 13 aprile alle 20.30 su Rai 3. Due sono le situazioni emblematiche analizzate: la Basilicata, riserva idrica per l’Italia del sud, dove in pieno inverno migliaia di persone si sono ritrovate con i rubinetti a secco. Qui le dighe sono semivuote e i tassi di dispersione del 60 per cento. E poi la Sicilia, dove in 30 anni la disponibilità di acqua è diminuita del 25 per cento. L’inchiesta è incentrata su grandi opere incompiute, mancati collaudi, insufficiente manutenzione, danni all’agricoltura e agli allevamenti, disagi per i cittadini. Ospite in studio Antonello Pasini, climatologo del Cnr, parla di crisi idrica, di eventi climatici estremi e di cosa fare per cambiare rotta.

PresaDiretta” prosegue con la puntata “Europa la sfida industriale”, sui dazi di Trump che colpiscono il vecchio continente nel suo momento di massima debolezza economica.

Sull’industria tedesca pesa il rischio recessione. Le acciaierie, i cantieri e le fabbriche di auto in Germania sono alle prese – come mostrano le telecamere di “PresaDiretta” - con migliaia di licenziamenti, scioperi, delocalizzazioni, chiusure di impianti. Pesanti le ripercussioni anche in Italia, soprattutto nel bresciano, area legata a doppio filo all’industria tedesca, non a caso definita il diciassettesimo Land. Un viaggio negli stabilimenti siderurgici, meccanici e della filiera dell’auto, che vivono il crollo delle esportazioni.

Sul fronte opposto, la Cina e il suo primato mondiale di veicoli elettrici. Il reportage di Riccardo Iacona racconta un sistema che conta 40 gruppi automobilistici, più di 100 marchi, 4 milioni e mezzo di lavoratori. Non solo, oggi sono le aziende cinesi a portare avanti joint venture e acquisizioni in Europa. Mentre in Italia a Termoli, gli stabilimenti Stellantis si svuotano di operai e di produzione. E anche il grande progetto di costruire una gigafactory per realizzare batterie elettriche non è mai decollato: sempre meno posti di lavoro, sempre più ore di cassa integrazione.

Eppure, i soldi per sostenere l’economia ci sarebbero, se anche le multinazionali pagassero le tasse. Come dimostra l’Irlanda: dal settore farmaceutico a quello tecnologico, dalle comunicazioni ai servizi finanziari hanno lì la propria sede ben 1.800 multinazionali, in maggioranza americane. Perché lì le tasse sono molto più basse rispetto a Italia o Usa.

Ospite in studio per analizzare la crisi e le nuove sfide industriali Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università Federico II di Napoli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - gli impatti del Giubileo, la Concordia, come si comprano i voti

Questa sera Report accenderà le luci sul prossimo Giubileo, poi si ritornerà a parlare della Fondazione Milano Cortina per le Olimpiadi invernali del 2026.

A seguire un servizio sulle elezioni regionali in Piemonte e su come i voti seguano i buoni benzina.
Poi si torna a due servizi andati già in onda: gli allevamenti di suini sulla pianura padana e gli imbarazzanti sostenitori di Trump.

Grandi eventi, grandi affari


Dalle Olimpiadi invernali del 2026 al prossimo Giubileo a Roma: grandi eventi che si trasformano in grandi affari.

Partiamo dalle Olimpiadi Milano Cortina: dovevano essere green, a zero impatto ambientale, a costo zero per le casse dello Stato.

Invece le Olimpiadi invernali Milano Cortina del 2026 si sono trasformate in altro: per esempio nell’ennesimo poltronificio per figli di ed ex politici.

Tra gli assunti in Fondazione compare anche il figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, Lorenzo: ha lavorato dentro la Fondazione dal 2020 fino al febbraio 2024, quando è stato assunto aveva 25 anni ed era appena laurato, dunque è stata una bella occasione per la sua carriera lavorativa.

Ma, ascoltando le parole del padre, non c’è stata alcuna raccomandazione, anzi: poteva lavorare nello studio del padre e invece ha scelto di sfruttare questa opportunità facendo regolare domanda di assunzione. “Abbiamo bisogno di uno come te con la tua capacità di organizzare gli eventi”

Meglio non insistere con le domande, specie quelle che fanno i giornalisti di Report, col loro modo incalzante dove non ci si accontenta delle risposte scontate: “è maleducazione.. è giornalismo questo?” risponde La Russa alla giornalista. Purtroppo sì, è giornalismo fare domande anche scomode e pretendere delle risposte. Altrimenti è mestiere da portavoce.

Specie se è aperta una inchiesta sulle assunzioni clientelari dentro la Fondazione, i cui conti non sono proprio brillanti e che, alla fine, saremo noi contribuenti ad aggiustare.

Andiamo ora al Giubileo: tra i lavori pianificati c’è un parcheggio interrato tra Castel Sant’Angelo e il Tevere, ma su questi lavori ha espresso parere negativo il primo municipio, spiega l’assessore alla municipalità Adriano Labbucci, poi il dipartimento all’ambiente del comune di Roma “e poi, quello che ha avuto un certo peso, la commissione di manutenzione del palazzo di Giustizia” che ha espresso i suoi dubbi sui lavori, il palazzo della Cassazione è rinomato sin dalla sua costruzione per problemi strutturali, problemi di carattere idrogeologico, perché il parcheggio a qualche decina di metri ha il Tevere.

Come risponde il comune? Il sindaco Gualtieri – commissario straordinario al Giubileo - racconta di come, a seguito di queste rilevazioni, i lavori si siano fermati, è stata nominata una commissione per verificare il rischio idrogeologico.
Ma la conferenza dei servizi nel luglio del 2023 aveva detto che le criticità emerse erano insuperabili, dunque come mai questo progetto sia rimasto.

Sul sito di Raiplay trovate una anticipazione del servizio che si occupa del porto turistico di Fiumicino che, per le opere di contenimento delle mareggiate, hanno cambiato la morfologia del litorale, spostato la spiaggia sempre più verso l’interno e cambiando sia il corso delle maree che la vita dei pescatori che qui hanno sempre pescato dai loro bilancioni, vecchie casette di pesca vicino al faro.

L’idea del porto turistico è della società Fiumicino Waterfront, partecipata dal gigante delle navi da crociera Royal Caribbean, che ha rilevata la concessione per la gestione del porto turistico per 90 anni. Per farne cosa?
Pietro Spirito è l’ex presidente di autorità di sistema portuale del mar Tirreno Centrale: non è possibile fare entrambe le cose, il porto turistico e un porto crocieristico – spiega a Report – “perché hai due concessioni, una turistica e una crocieristica, vanno valutate e messe a gara separatamente, qui si è fatta una macedonia unica e non si è neanche messo a gara, al di là dell’immaginazione”.

Prosegue David Di Bianco – portavoce del comitato tavoli del porto di Fiumicino – “Sarebbe il primo caso in Italia di un porto privato che esercita la funzione crocieristica, la stessa capitaneria di porto ha parlato di antinomia [Contraddizione, reale o apparente, fra due leggi o disposizioni di legge – Treccani] normativa”.

Ma non stavamo parlando di Giubileo?

La scheda del servizio: ORA ET LABORA

di Claudia Di Pasquale

La scheda del servizi: Collaborazione Giulia Sabella, Marzia Amico

Il Giubileo 2025 è alle porte e Roma si sta preparando ad accogliere oltre 32 milioni di pellegrini. 322 gli interventi previsti, di cui 204 essenziali e indifferibili. Più altri 500 interventi del programma Caput Mundi per la rigenerazione del patrimonio storico culturale. Il risultato è che la capitale da più di un anno è un cantiere a cielo aperto, i monumenti sono impacchettati, il traffico è in tilt, e i cittadini e i turisti sono costretti a fare lo slalom tra passerelle e strettoie a loro dedicate. Disagi che saranno compensati dalla riqualificazione di piazze, strade, parchi urbani, fontane e stazioni. Insomma, grazie al Giubileo Roma dovrebbe tornare a splendere più che mai. Ma siamo davvero pronti per l'apertura della Porta Santa?

Make america ..


Report aveva raccontato di come, tra i sostenitori di Trump, non ci fossero solo i classici esponenti di Dio, patria e famiglia, ma anche personaggi, diciamo, ambugui. Ex killer della mafia o anche ex boss mafioso.

Trump ha vinto in tutti gli stati in bilico, inclusa la Pennsylvania, considerata il vero ago della bilancia: qui l’ex boss della mafia Joey Merlino ha rivendicato pubblicamente un ruolo di primo piano nell’elezione di Trump. Alla radio rivendica questo suo lavoro: “abbiamo schierato le nostre truppe, mandato gli italiani e gli irlandesi di Philadelphia sud a votare.. abbiamo preso tutti gli hamish.. sono stato accusato nel 2020 di aver truccato le elezioni con Joe Biden, fake news, ma questa volta mi ci sono messo ..”
Merlino è stato per decenni il capo della mafia a Philadelphia che aveva il controllo su Atlantic City la città dove sorge il casinò di Donald Trump: la mafia lavorava con tutti i proprietari dei casinò, racconta a Report George Martorano – ex mafioso, se volevi il cemento ad Arlantic City dovevi passare per la mafia.

La scheda del servizio: TUTTI I BOSS DEL PRESIDENTE

di Sacha Biazzo

Dietro l’elezione di Donald Trump si cela anche il supporto attivo e dichiarato di ex boss della mafia italo-americana. Oggi trasformati in star dei social media, questi personaggi hanno mobilitato milioni di follower per sostenere l’ex presidente. L’inchiesta si concentra su due figure di spicco come Joey Merlino, ex capo della mafia di Philadelphia, che ha operato nello stato chiave della Pennsylvania, e Salvatore “Sammy The Bull” Gravano, ex sottocapo della famiglia Gambino, protagonista in un altro stato decisivo, l’Arizona.

Lo stato degli allevamenti dei suini

Il presidente di Assosuini ha replicato al servizio di Report andato in onda domenica scorsa: “noi siamo praticamente delle vittime perché non c’è la possibilità di un confronto diretto” si difende. Come se la giornalista di Report non avesse cercato di contattarlo e non avessero avuto uno scambio al telefono, Giulia Innocenzi aveva chiesto una intervista, ma poi Martinelli non si è fatto più sentire. Dunque? Dunque, senza contraddittorio, lo stesso Martinelli nell’intervista a RTV parla di scorrettezze, le immagini riguardavano un momento particolare in due anni di allevamenti. Ma le immagini di Report risalgono ad aprile, maggio e giugno di quest’anno, lo dimostrano le date delle registrazioni, ci sono anche i documenti con le date del parto delle scrofe. Sono immagini recenti, altro che scorrettezze.

La scheda del servizio: FAKE SUINI

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Il presidente di Assosuini Elio Martinelli attacca Report, che nella scorsa puntata ha mostrato numerose criticità presenti in tre dei suoi allevamenti, dall’infestazione di topi, alle carcasse sbranate, fino all’amianto sbriciolato, sostenendo che sono immagini vecchie di anni e registrate dagli stessi allevatori. Report risponderà alle critiche e mostrerà nuove irregolarità.

Come si comprano i voti (in un paese dove un italiano su due non vota)

In Italia quasi un italiano su due non vota, deluso dai candidati e dalla loro politica. Il problema è che poi, chi va a votare, ci va perché viene invigliato a presentarsi alle urne grazie a dei regali dei candidati.
Lo racconta il servizio di Report sulle passate elezioni regionali in Piemonte: la signora Kanti Fadelli è stata contattata dalla candidata di FDI Elisa Tarasco il 4 giugno (pochi giorni prima del voto), si incontrano allo stand del partito: le viene data una busta contenente il suo programma elettorale, i santini e due buoni benzina. Sono due coupon da 50 euro, nella borsa della candidata c’erano anche altre buste per altri potenziali elettori.

Un modo che chiedere aiuto, da una parte 100 euro di buoni benzina dall’altra il voto in regione: “io sono rimasta abbastanza interdetta” la reazione della signora Kanti.

La scheda del servizi: IL PIENO DI VOTI

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Norma Ferrara

Pochi giorni prima del voto delle scorse elezioni regionali in Piemonte, la candidata di Fratelli d’Italia Elisa Tarasco ha consegnato a una donna di origini indiane una busta contenente il suo programma elettorale, i suoi “santini” elettorali e due buoni benzina da 50 euro l’uno. L’inchiesta ripercorre questa vicenda con interviste a tutti i protagonisti della storia.

Il naufragio della Concordia


Del naufragio della Concordia ci ricordiamo solo quella frase “salga a bordo c..”, tra il capitano De Falco e il comandante Schettino. Ci siamo dimenticati dei morti, del rischio di un danno ambientale. Tutta colpa di Schettino, dunque? Report cercherà di ricostruire tutta la vicenda per capire se ci sono altre responsabilità.

La nave era partita da Civitavecchia con 4229 persone, secondo il programma del comandante sarebbe passata molto vicino all’isola del Giglio a circa mezzo miglio dalla costa. Poi però la distanza dall’isola si accorcia ulteriormente. Un evento a cui hanno assistito dall’isola diversi testimoni, con la nave che inizia a ruotare su un fianco fino a dove è rimasta.

Come ha fatto quella nave, con tutte le luci del porto accese, a finire addosso agli scogli? Se lo chiedono in tanti, sull’isola. La Concordia, una nave da 87mila tonnellate e 297 metri di lunghezza e quasi 36 di larghezza, prima tocca gli scogli delle Scole, per proseguire poi per poche centinaia di metri, fino a quando ha iniziato ad accasciarsi su un fianco a poca distanza dal porto. Se non avesse toccato l’ultimo scoglio, quello della Gabbianella, sarebbe proseguita per inerzia fino ad affondare, col rischio di avere maggiori vittime.

Secondo tutti i gradi di giudizio è Schettino il responsabile del naufragio e per questo sta scontando in carcere una pena di 16 anni

Ma un transatlantico come quello non è governato da un uomo solo – spiega a Report il giornalista Alessandro Gaeta, autore del libro Il capitano e la Concordia – ma da un gruppo di lavoro, poi ci sono gli errori del timoniere, “non comprende correttamente gli ordini che gli da il comandante e non sapeva nemmeno l’inglese” e forse nemmeno l’italiano..

Ernesto Carusotti ha fatto causa alla compagnia per danno post traumatico da stress e il Tribunale gli ha dato ragione. In quel gennaio 2012 era in crociera con la moglie: mentre erano a cena, la sera, hanno sentito uno “sferragliamento enorme”, la voce all’altoparlante diceva “state tranquilli, la situazione è sotto controllo”. La voce invitava persino a rientrare in cabina: lo stesso faceva il personale di bordo, tornate in camera e state tranquilli.

La scheda del servizi: L’ULTIMO INCHINO

di Rosamaria Aquino

Collaborazione Marzia Amico, Norma Ferrara

Naufragio di Costa Concordia, sono passati 12 anni. Tra i 32 morti, alcuni sono tra coloro che non riuscendo a scendere dalle scialuppe poste sul lato sinistro della nave, hanno dovuto attraversarla per intero, in pendenza e per giunta al buio. Lo stesso percorso che ha fatto un naufrago, il quale ha denunciato con una causa civile armatore, costruttore e certificatore della nave, per la sua esperienza da incubo di quella notte. Pur senza mai negare la responsabilità del comandante Schettino, che per aver causato l'incidente sta scontando la sua pena di 16 anni, Report ripercorre le tappe di quel naufragio. Cosa è successo quella notte? Quali sistemi esistono oggi per controllare le rotte delle navi in quel tratto di mare? E che danni ha subito l'Isola del Giglio?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.