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08 gennaio 2024

Report – il mistero della prima repubblica

Il presepe della discordia di Giorgio Mottola

Report è tornata sull’inchiesta sul presente conteso tra i due paesini in provincia di Rieti: nel 2019 era stato scelto i comune di Contigliano, nella valle Santa dove visse San Francesco. Il presepe non doveva costare 40ml come costo, ma nel comune di Greccio (dove 800 anni fa San Francesco realizzò il primo presepe) l’hanno presa bene. Il comitato Greccio 2023 istituito dal Mibac, voleva portare avanti un progetto in comune e da questo è partita una faida tra i comuni, cosa poco conciliante col tema del presepe.

Ci sarebbero state anche delle pressioni da parte di un monsignore: pressioni che, secondo il servizio di Report, nascerebbero dal legame tra il monsignore e un artigiano presepista, che doveva lavorare al presepe.

Il comitato Greccio e il vescovo Pompili aveva deliberato per incaricare il presepista Artese con un compenso da 175 mila euro, ma l’artigiano non ne sapeva nulla, creando un grande imbarazzo durante l’intervista.
Dopo l’inchiesta la diocesi di Rieti ha rinunciato al progetto, non si sa chi abbia finanziato il presepe del 2023, il responsabile dei lavori è stato il figlio di Gianni Letta e realizzato da un’azienda veneta. La cura del presepe è rimasta all’artigiano presepista Artese.

IL VALZER DELLA CANDELA di Manuele Bonaccorsi

Anno nuovo inchiesta vecchia: il servizio di Manuele Bonaccorsi e Thomas Mackinson aggiunge un nuovo tassello alla vicenda del quadro di Manetti, di proprietà del sottosegretario Sgarbi. Identico ad un altro quadro, rubato in un castello presso Torino nel 2013.

Il quadro rubato e l’opera di Sgarbi mostrata a Lucca si differenziano per un dettaglio, una candela presente nel secondo.

Report aveva raccontato i dubbi del restauratore Mingardi, che temeva che il quadro che gli aveva portato Sgarbi fosse identico a quello rubato: Sgarbi ha risposto che sono due versioni dello stesso quadro, lui avrebbe rinvenuto la tela in una casa comprata dalla madre, villa Maidalchina.

Report ha smontato la difesa di Sgarbi, più volte ripetuta in televisione.

Il quadro fotografato da Mingardi, senza la fiaccola, è stato poi preso dai responsabili della GLAB, che l’hanno scansionato su incarico di Sgarbi stesso: il quadro di Manetti è stato copiato dalla GLAB con uno scanner che ha analizzato la tela anche con le crepe sull’opera.

Le crepe sarebbero assenti proprio dove è presente la candela, questo indicherebbe, secondo i giornalisti di Report, che la candela è stata posta sul dipinto successivamente.

La tesi di Report è che il quadro, fotografato inizialmente dal restauratore Mingardi, è stato “rattoppato” riempiendo i buchi iniziali e aggiungendo la candela: il quadro di Sgarbi sarebbe lo stesso di quello rubato.

Il servizio ha detto anche altro: la GLAB ha realizzato una copia in rilievo del quadro di Sgarbi, con però degli impercettibili errori di stampa. Questi errori sarebbero stati presenti anche nella foto scattata a Lucca nella mostra in cui era presente il quadro di Sgarbi: il sottosegretario ha esposto una copia e non l’originale?

I due giornalisti di Report sono stati denunciati per stalking, dopo essere stati insultati dal sottosegretario. Toccherà ora all’autorità giudiziaria stabilire l’origine del quadro di Manetti, che non sarebbe ora nemmeno più di proprietà di Sgarbi.

IL MISTERO DELLE BRIGATE ROSSE di Paolo Mondani

Il delitto Moro e il caso Kennedy italiano: il delitto che ha cambiato il corso della politica e cambiato la coscienza della politica italiana, dopo la strage di Piazza Fontana.

Il caso Moro rappresenta per l’Italia ciò che l’omicidio dei fratelli Kennedy ha rappresentato per gli Stati Uniti, leader politici uccisi perché poco alla volta volevano lasciarsi alle spalle la logica del patto di Yalta che alla fine della seconda guerra mondiale e fino al 1991 ha diviso il mondo in campi di influenza contrapposti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Immaginare un mondo libero dalla stretta appartenenza ad un campo è stata la loro fine. 46 anni dopo la morte del presidente della DC Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, dopo 4 processi e due commissioni di inchiesta ora sappiamo che c’è stata raccontata una verità di comodo: la fine di Moro rappresenta il più grave trauma politico della storia repubblicana, uno choc da cui l’Italia non si è mai ripresa.

L’ex ministro DC Vincenzo Scotti assieme a Romano Benini hanno ricostruito in un libro la politica di Moro (Sorvegliata speciale – le reti di condizionamento della Prima Repubblica Rubettino), lentamente soffocata dalla guerra fredda, in particolare l’apertura al partito comunista italiano duramente contrastata dall’allora segretario di Stato Henry Kissinger.

Kissinger non nasconde mai la necessità di impedire qualsiasi iniziativa politica che vedesse Moro assumere la responsabilità di governo” racconta Scotti oggi al giornalista Paolo Mondani.

A dar fastidio era anche l’apertura al mondo arabo portava avanti negli anni ‘70: questa gli aveva portato una certa avversità dal mondo israeliano: “Moro nel 1973 nega le basi Nato per essere utilizzate dall’esercito americano in supporto ad Israele durante la guerra della Yom Kippur” spiega Romano Benini “ed è lo stesso Moro che nel 1974 dice al Senato che il popolo palestinese non ha bisogno di assistenza ma ha bisogno di una patria ..”.
Conclude il racconto l’ex ministro Scotti: “tutto questo non poteva essere accettato in quel momento da quella dirigenza americana e israeliana.”

Come ministro degli esteri Moro aveva cercato di portare avanti in Europa una politica di pari grado con gli Stati Uniti, ma su questo fu sconfitto dalla politica americana che voleva avere una egemonia sull’Europa.

Il giornalista di Report ha intervistato l’ex ministro socialista Claudio Signorile che, nei mesi della prigionia di Moro tra marzo e maggio del 1978, fu mediatore tra il governo e le Brigate Rosse tramite alcuni esponenti dell’Autonomia Operaia con l’obiettivo di liberare il presidente DC.
Alla fine del 1977 il vicesegretario del PSI Signorile era negli Stati Uniti per spiegare a molti soggetti istituzionali e governativi perché l’Italia voleva un governo con i comunisti: “volevamo il governo di unità nazionale ” racconta oggi a Report “e spiegammo perché, motivi economici, motivi strategici..”
Dal National Security Counsil recepisce un atteggiamento di attenzione, persino di favore, il Pentagono aveva una posizione sospettosa, il dipartimento di Stato aveva un atteggiamento più negativo ma con prudenza, la Cia era in parte favorevole e in parte contraria – ricorda oggi Signorile: “il Senato era in parte favorevole, il senatore Kennedy era attento, D’Amato era contro (non so se Signorile si riferisca ad Al D’Amato, che è stato eletto senatore nel 1981),
senatore degli Stati Uniti di estrema destra”.

Mondani ha chiesto a Signorile di quando, in commissione Moro, ebbe la sensazione che Mario Moretti fosse una figura di secondo piano nella struttura decisionale: “la struttura decisionale delle BR era teleguidata dall’esterno e Moretti era fattore di guida, partecipava [alle riunioni strategiche] come portatore di questi impulsi e di queste scelte. Qualcosa di più che esecutore, qualcosa di meno perché non aveva un’autonomia nelle decisioni.”

Il problema di cosa stessero facendo i servizi che in qualche maniera rappresentavano gli interessi di Yalta, me lo ponevo” – conclude Signorile.

Per capire la vicenda di Moro si deve partire da Yalta – la tesi del servizio di Report: il compromesso storico cercato da Moro assieme al PCI, che doveva appoggiare esternamente il governo, fu interrotto dal rapimento in via Fani, il 16 marzo 1978 (rapimento in cui la sua scorta fu trucidata).

Fino ad oggi le verità processuali si sono basate sul memoriale Faranda – Morucci: come tutti i brigatisti, le sue memorie sono parziali, secondo la commissione di inchiesta conclusasi nel 2018 il loro memoriale è una colossale menzogna.

C’è stato un patto oscuro, secondo Signorile, tra la DC e i brigatisti ed è questo quello che ha cercato di raccontare il servizio.

Quello che non rona nella versione ufficiale del rapimento di Moro
Dopo 55 giorni dal rapimento, il cadavere di Moro fu fatto trovare in via Caetani, il 9 maggio 1978.

Il lavoro della commissione ha vivisezionato il memoriale: ha una strana genesi, Faranda e Morucci erano in carcere ed ha una lunga gestazione, alcune versioni iniziali erano in disposizione al Sisde con cui Morucci collaborava. Fu ricevuto nel 1990 da Cossiga, senza passare da nessuna autorità giudiziaria: nel memoriale si racconta la cattura, la prigionia e la fuga, ma è come se fosse una verità perimetrata, quella da cui non si doveva uscire.

Il giudice Salvini ha collaborato con la commissione: l’agguato si svolto in modo diverso dalla versione di Morucci, c’erano più persone a sparare in via Fani oltre ai 4 brigatisti, sarebbero almeno sei le persone che hanno sparato.

Le prove di sparo sono state eseguite da Davide Minervini: le perizie sulle armi che hanno sparato in via Fani dovrebbero essere rifatte, sostiene il perito, ma nessuno ha intenzione di farlo.

I brigatisti non avevano grande esperienza, hanno perso un caricatore, alcuni colpi sono sparati in alto, mentre altri hanno colpito precisamente la scorta. Alcune armi si sono inceppate, secondo la versione dei brigatisti.

C’erano soggetti sconosciuti nell’agguato a Moro? L’agente Zizzi viene colpito da destra, da un uomo che era a destra rispetto alle auto.

Il pentito Barreca è stato sentito dal giudice Salvini: al giudice ha riportato quanto sentito dal boss Musolino della ndrangheta, che lavorava assieme ai servizi e in contatto con la massoneria. Secondo Barreca un agente della scorta di Moro è stato salvato, al suo posto è stato messo Zizzi quel giorno con Moro. Le dichiarazioni di Barreca rimangono nel cassetto e non sono mai state analizzate.

Chi era lo specialista che in via Fani spara 49 colpi (su 92) senza sbagliare un colpo?

Secondo il memoriale sarebbe Bonisoli, ma secondo la perizia di Salvini questa ricostruzione sarebbe improbabile, Bonisoli non aveva un caricatore da 50 colpi.
Bonisoli ha preferito diventare il capro espiatorio, piuttosto che raccontare un’altra versione dell’agguato.

Solo in parte si è cercato di risalire all’origine delle armi, non si è mai cercato di capire come mai il black out telefonico nella zona di via Fani. Non si è cercato di chiarire sul luogo della strage del colonnello del Sismi (e appartenente a Gladio) Camillo Guglielmi.
C’è poi la storia della moto: un testimone racconta la presenza di una moto in via Fani, dunque altre persone presenti ma mai tracciate dalle indagini.

Mario Mori era all’epoca capitano dei carabinieri presso il Sisde: il magistrato Di Matteo racconta del coinvolgimento di Mori nell’inchiesta Rosa dei Venti, e per questo nel 1975 Mori venne allontanato dal SID, con un suo allontanamento da Roma.

A inizio 78 il comando generale chiede il rientro a Roma, nonostante il diniego del Sisde, Mori tornò a Roma il giorno successivo il rapimento di Moro.

Altro mistero sono le tracce di sangue ritrovate sulle macchine delle BR in fuga: Patrizio Peci, il famoso pentito, raccontò del ferimento di uno dei brigatisti (aspetto assente nel memoriale). Chi hanno cercato di proteggere i brigatisti?

L’Austin Morris, che prese il posto del furgone del fiorista Spiriticchio, era di proprietà di una società del Sisde. I servizi erano presenti in via Fani?

Ci sono anomalie sulle indagini: il giudice istruttore di Roma doveva ricevere le carte, ma Imposimato ricevette le carte solo 8 giorni dopo la morte di Moro.

Il covo di via Massimi

Le perquisizioni nelle case di Morucci e Faranda furono bloccate dal procuratore generale di Roma: le indagini nel breve furono svolte dall’Ucigos, polizia che rispondeva al ministro dell’interno Cossiga.

Anche sul covo ci sono delle anomalie: secondo il memoriale Moro fu detenuto per 55 giorni in via Montalcini, ma secondo un ufficiale della polizia giudiziaria non fu così. Moro fu tenuto in un covo vicino via Fani in via Massimi: ci si arrivò grazie ad una fonte della Finanza, ma lo stabile di via Massimi non venne perquisito. Erano palazzine di proprietà dello Ior, dal padre del sacerdote che fece da postino con le BR.

In via Massimi abitava Marcinkus, il generale d’Ascia del Sismi, una giornalista tedesca Kraatz, che aveva un rapporto con Franco Piperno, esponente di Potere Operaio e che con Signorile aveva avuto un rapporto nella trattativa con le BR.

Il 19 marzo alla Questura arriva una telefonata: una voce racconta di sapere dove si trovi Mori, nella zona di via Massimi. La polizia si presentò coi lampeggianti accesi e la fonte sparì.

Le indagini furono gestite dal commissariato Monte Mario, i documenti sulle indagini sono oggi solo poche carte, come se fossero stati spostati o eliminati.

Il responsabile del commissario divenne poi prefetto, responsabile della sicurezza del papa.

Il giorno della strage di via Fani il lavoro di “bonifica” fu sospeso, racconta a Report il magistrato Donadio: secondo fonti dell’indagine le macchine delle BR sarebbero partite proprio dal compound di via Massimi 91.

La commissione parlamentare ha trovato in via Massimi, nella casa che all’epoca era di proprietà dell’ambasciatore iraniano, una camera blindata a cui si poteva arrivare dal garage: sarebbe stato il posto ideale dove tenere Moro nell’immediatezza del rapimento.
Al terzo piano dello stabile viveva monsignor Vagnozzi, dove riceveva i notabili della DC e anche Moro
prima del sequestro. Infine, Prospero Gallinari passò due mesi da latitante proprio in via Massimi, nel 1978.

Secondo la commissione, dopo via Massimi, Moro fu detenuto in una seconda villa vicino il mare. Un altro covo sarebbe stato nel ghetto, nella casa di Laura Di Nola (secondo il Sismi legata al Mossad).

Sicuramente c’è stato un covo vicino via Caetani, Aldo Moro non può essere stato ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani, racconta Ilaria Moroni.

Secondo le perizie Moro era in ottime condizioni fisiche, non era possibile che fosse rimasto costretto in pochi metri quadrati (quelli del covo di via Montalcini).

Il memoriale di Moro
Nel memoriale rinvenuto in via Monte Nevoso nel 1990 si parlava di Gladio, l’unità di controguerriglia in caso di invasione sovietica in Italia: le BR renderanno conto di queste rivelazioni solo in parte, in particolare quelle che riguardano l’ex ministro Taviani.

Nelle sue lettere Moro si rivolge direttamente a Taviani, sapendolo a capo di Gladio: nelle lettere Moro si chiede come mai il voler tener duro nella trattativa, forse dipende da scelte che arrivano dagli USA?

Il comunicato numero tre delle BR parla delle rivelazioni di Moro: questo allarma sia gli apparati interni, nelle strutture italiane che conoscevano Gladio.
Cossiga incarica il numero due del Sismi, Martini, di verificare cosa Moro sapesse di Gladio: ma nell’archivio del Sismi quei documenti erano spariti.

Moro poteva disporre degli archivi presso la settima divisione del Sismi – sostiene l’ex magistrato Libero Mancuso.

Nel sequestro Moro erano coinvolti dei gladiatori, che non facevano parte della lista rivelata dal presidente Andreotti nell’ottobre 1990.

Ma sia la lista dei gladiatori che la il memoriale trovato in via Monte Nevoso erano rimaneggiati: secondo Mancuso le carte di Moro sono scomparse quando furono portate a Roma per essere sottoposte al vaglio dei vertici dello Stato, Cossiga e Andreotti.

Dopo l’uscita dei comunicati delle BR iniziò la demolizione della figura di Moro: Moro non è lucido, colpa della sindrome di Stoccolma.

Così dopo il comunicato numero 5, dove si accennava a Taviani, nei successivi comunicati non si parlerà più di Gladio e nemmeno i brani del memoria dove si parlava di Andreotti. Come mai questa scelta?

Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento di Stato USA mandato in Italia per seguire la vicenda, fu inserito nel comitato di crisi presieduto dal Francesco Cossiga, ministro dell’Interno. Alle riunioni avrebbe partecipato anche Licio Gelli, il gran maestro della Loggia P2.
In una intervista negli anni recenti dichiarò di aver contribuito all’omicidio di Moro, evitando che Berlinguer arrivasse al potere, facendo intendere che fosse chiaro che Moro dovesse morire: la procura di Roma aprì un fascicolo sulle sue dichiarazioni, nel 2014 il Procuratore Generale di Roma Ciampoli vista l’inerzia del magistrato applicato alle indagini su Moro, avoca a sé l’inchiesta e formula contro Steve Pieczenik l’accusa di concorso in omicidio dello statista democristiano.

Le accuse in America non portarono a nulla e servirono solo a tenere al riparo Pieczenik.

Report ha raccontato poi di un volo di tre cittadini libici arrivati in Italia nei giorni del rapimento Moro: erano persone sotto protezione del Sismi. Si tratterebbe di due agenti della CIA, finiti poi sotto indagine in America con l’accusa di addestrare terroristi anche in Libia, in funzione anti comunista.

A Parigi era presente una scuola particolare, il centro Hyperion che era una sorta di camera di compensazione tra i servizi appartenenti a blocchi contrapposti: ad Hyperion fanno riferimento anche brigatisti come Gallinari.

I brigatisti erano infiltrati dai servizi americani e dai nostri servizi – racconta nel 2005 l’ex presidente del CSM Gallucci, riportando le parole di Moro: di queste infiltrazioni il governo italiano non era stato avvertito ufficialmente.

Uno di questi brigatisti infiltrati era Casimirri, riparato poi in Nicaragua: Mondani ha sentito l’ex agente del Sisde (e poi dirigente dell’AISE fino al 2013) Carlo Parolisi che nel 1993 aveva raggiunto il brigatista Casimirri in Nicaragua: “Casimirri ci racconta delle riunioni che si tenevano prima del sequestro Moro, ad alcune delle quali lui partecipa e dalle quali trae la convinzione che in realtà il destino di Moro sia segnato sin dall’inizio, lui ci dice che l’impressione aveva tratto era che Moro sarebbe stato comunque condannato a morte.”

La trattativa tra lo stato e le BR fu solo una finzione?

La trattativa di Signorile, il giorno 8 maggio, stava per approdare ad un risultato, si stava per dare la grazia alla brigatista Besuschio.

Ma, ricorda oggi Signorile, successe che il tavolo aveva già cambiato padrone: al tavolo della trattativa non c’erano più le Brigate Rosse.

Nel memoriale ritrovato nel 1990 sono presenti brani dove si parla di piazza Fontana, Gladio, dove Moro denuncia Andreotti: come mai le BR non le pubblicò come aveva promesso?

Secondo Salvini questi nastri e queste informazioni furono usate dalle BR per garantirsi un trattamento di favore, per loro e per le persone rimaste in carcere.

Forse le carte di Moro furono trovare nel covo di via Fracchia a Genova, dopo l’irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa – racconta il magistrato Donadio: quel materiale è stato sottratto agli atti del processo, forse è nelle mani dei servizi segreti.

Perché le BR non pubblicarono le accuse contro Andreotti, contro la DC? Perché avevano compiuto l’atto – spiega oggi l’ex ministro Scotti.
Mondani lo ha chiesto a Giovanni Senzani, ex brigatista: quella storia era troppo grande anche per noi, racconta a Report.

Perché, poi, proprio Moro: Mario Moretti era legato alla scuola di lingue Hyperion, la scuola che era camera di incontro tra servizi stranieri. Il suo covo era in via Gradoli, in un palazzo dove molti appartamenti erano di proprietà del Sisde. Di Gradoli parla la famosa seduta spiritica con Prodi e il falso comunicato numero sette, pensato da Pieczenik per preparare l’opinione pubblica alla morte di Moro.

Quel falso comunicato numero sette era un segnale alle Brigate Rosse: sappiamo dove siete e possiamo venirvi a prendere.

I brigatisti furono affiancati da altri professionisti che aiutarono a premere il grilletto, racconta oggi Signorile che ricorda anche come Cossiga fosse convinto che Moro stesse per venire liberato.

Non solo, anche la telefonata di Morucci al professor Tritto (delle 12) fu una sceneggiata: il cadavere con Moro dentro era già stato trovato alle 9.30.

Moro è stato sacrificato per mantenere un equilibrio internazionale deciso a Yalta?
È la teoria di Guerzoni secondo cui l’omicidio di Moro sarebbe stato appaltato alle BR, su indicazioni che arrivavano dall’alto, da paesi nostri alleati.

Come gli Stati Uniti che, per opera proprio di Henry Kissinger, si erano già mossi nel 1973 per bloccare il governo socialista in Cile, col presidente Allende.

Per bloccare un’Italia (e una Europa) sempre più indipendente dagli Stati Uniti.

Fin qui il servizio di Report. Dall’altra parte il memoriale di Faranda e Morucci, i terroristi, con tutte le lacune, gli errori, i pezzi che mancano.

08 giugno 2023

1993 – il romanzo delle stragi, di Andrea Cottone

 

Le bombe a Roma, a Firenze e Milano. Un viaggio alla scoperta dei misteri che hanno cambiato l’Italia.

Potete leggere questo romanzo, scritto dal giornalista Andrea Cottone, come un romanzo appunto: un ragazzo che decide di chiudere un lungo e travagliato corso universitario con una tesi, affidata ad un professore importante. Una tesi sull’Italia del 1993, uno degli anni cruciali della nostra storia recente, l’anno delle bombe di Firenze, Roma e Milano. L’anno che comincia con la cattura di Totò Riina, come aveva annunciata il ministro Mancino che, sebbene non sia un oracolo, aveva annunciato un bel regalo allo stato italiano, messo in ginocchio dai due attentati alle figure simbolo della lotta alla mafia, i giudici Falcone e Borsellino, uccisi nel 1992 a soli 57 giorni di distanza.
Ma il 1993 è anche l’anno in cui accadono altri eventi: si scioglie la Democrazia Cristiana, il partito che ininterrottamente dal 1948 aveva guidato il paese. Scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il vecchio partito comunista, sciolto alla Bolognina, si prepara forse a vincere per la prima volta le elezioni. È un anno di cerniera, questo 1993, tra la prima e la seconda Repubblica: compito di Ottavio, questo il nome dello studente, è compiere un’indagine storica

.. sono scoppiate delle bombe. Deve risalire alla causa e anche all’effetto prodotto da questi avvenimenti. Ci sono sentenze, testimoni che può ascoltare e tenga d’occhio anche le cronache più recenti.

Anche il tempo presente in cui avviene questa storia è un anno molto particolare: il terzo o quarto governo Berlusconi è messo in ginocchio dagli scandali, dalla crescita dello spread, dai mercati che non si fidano più del nostro paese e nemmeno del suo presidente del consiglio.
Il romanzo comincia proprio coi festeggiamenti la sera delle dimissioni, a cui seguì il governo tecnico di Mario Monti, passato alla storia come salvatore della patria, a capo di un governo fintamente tecnico che però, riuscì almeno a dare un po’ di credibilità. E anche qualche taglio alla spesa e alle pensioni.

Il nostro studente si getta con molto entusiasmo in questa ricerca: attraverso i vari capitoli del libro ci vengono raccontati i preparativi delle stragi di Firenze, di Roma e Milano. La mafia, dopo il maxiprocesso, anzi, anche prima della sentenza della Cassazione del 1992 aveva messo nel mirino Falcone, Costanzo e Martelli. Un commando mandato da Riina a Roma si era messo sulle tracce di Falcone, ma fu poi richiamato. C’era da preparare un botto più grande in Sicilia, c’era da fare scruscio. Era l’attentatuni di Capaci contro Falcone e poi, quello strano, anomalo, di via D’Amelio contro Borsellino.

Le bombe del 1993 furono preparate da un nucleo ristretto di persone dentro cosa nostra, anche dopo la cattura di Riina: da Messina Denaro (che non era il vecchietto che si faceva i selfie, come abbiamo visto nelle cronache dopo il suo arresto), a Giuseppe Graviano, madre natura, il boss trapanese Mariano Agate, Leoluca Bagarella. I camion con l’esplosivo fatti arrivare dalla Sicilia, i viaggi di Spatuzza per cercare gli obiettivi. E i morti: quelli mancati, come nell’attentato a Costanzo, fallito per un errore del mafioso che non riconobbe la macchina del giornalista. E quelli veri, come le vittime di Firenze e Milano. Anche qui però, attentati con diversi errori da parte del commando: una macchina piazzata male, una bomba esplosa troppo presto, come in via Palestro.

Ma che c’entravano quegli obiettivi con mafiosi semi analfabeti come Bagarella o Riina? E che c’entravano quelle vittime innocenti, come la bambina della famiglia Nencioni, con la vendetta della mafia? “Quelle morti non ci appartenevano” è il pensiero di uno dei mafiosi del commando, Spatuzza, uno che pure aveva sulla coscienza decine di omicidi.

Ma sarebbe potuto accadere anche di peggio: a Roma, lo raccontarono anni dopo i pentiti, allo stadio Olimpico, questa cupola ristretta che aveva dichiarato guerra allo stato aveva preparato un attentato con ancora più morti allo stadio Olimpico. Attentato che per un caso, fallì.
Ma quelle bombe, quelle morti, avevano portato ad una reazione: se dopo la morte di Borsellino lo Stato aveva deciso una reazione forte contro la mafia, con l’approvazione del 41 bis (il carcere duro voluto da Falcone), con lo spostamento nelle supercarceri dei mafiosi, quelle bombe creano una prima crepa nelle istituzioni.

Ci sono i contatti tra il Ros del colonnello Mori con Ciancimino, per capire se si poteva fare qualcosa, per fermare questa guerra – è quanto hanno ammesso gli stessi ufficiali.
Ci sono le lettere dei familiari dei detenuti al 41 bis, indirizzate al papa, al presidente della Repubblica, al vescovo di Firenze.
A seguire il filo della storia c’è il rischio di non capirci molto: come potevano questi mafiosi conoscere questi obiettivi dal valore artistico? Si parlava addirittura di colpire la Torre di Pisa.
Mafiosi che avevano commesso degli errori nella preparazione degli attentati.

A questo punto nel romanzo, e nella vita di Ottavio, si inserisce una voce da fuori: è qualcuno che conosce molto bene la storia di quei giorni, cosa è avvenuto in Italia tra il 1992 il 1993, qualcuno che si inserisce nel suo computer, come un hacker, invitandolo ad andare in Sicilia per incontrare il magistrato che sta indagando, nel 2011, sulla trattativa stato mafia, ovvero sul possibile reato di violenza contro un corpo dello stato.
Quelle bombe erano un messaggio, da parte di un’entità criminale come la mafia, per costringere lo Stato a smetterla con la linea dura?

Qui Ottavio conosce la storia del boss Luigi Ilardo, grazie al suo coraggio il Ros avrebbe potuto arrestare Provenzano nel 1995. Ma forse Provenzano doveva rimanere libero, come conseguenza di un patto scellerato tra un pezzo delle istituzioni la nuova cosa nostra. Un patto per far terminare le stragi, per far tornare la pace in questo paese.

Questo spiegherebbe come mai certi avvicendamenti politici e nelle istituzioni: Mancino al posto di Scotti, Conso al posto di Martelli, lo stesso guardasigilli che avrebbe, da solo, non prorogato il 41 bis a più di 300 mafiosi come segnale di distensione.

Dopo lo scoppio delle bombe di luglio, i primi di agosto la DIA scrive di 41 bis, di come i boss fossero “delegittimati” e stessero perdendo potere all’interno dell’organizzazione e perciò avevano bisogno di riaffermarsi «anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado di indurre le istituzioni a una tacita trattativa». Quindi, il 10 agosto 1993, si parlava di trattativa praticamente in tempo reale, in documenti riservati, conoscibili a pochi. Se segnala il crescente malcontento nelle carceri da parte della classe media della mafia nei confronti dei capi, a cui vengono sollecitate «azioni di ritorsione contro lo Stato». Con tutte queste premesse , ed è forse questo il passaggio più importante della relazione, scrive la DIA: «E’ chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’art. 41 bis, potrebbero rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato. Intimidito dalla “stagione delle bome”». Boom. Più chiaro di così era difficile essere per chi firma quel documento. Gianni De Gennaro..

Scalfaro, allora presidente della Repubblica, in questa storia che forse non è solo un romanzo, avrebbe avuto un ruolo importante, in particolare nell’avvicendamento al DAP, la polizia penitenziaria, da Amato a Capriotti e al suo vice, Di Maggio.

La mafia cambiava pelle, come spesso le era successo nel passato: era entrata in borsa, come aveva intuito Falcone, entrando nel capitale dei gruppi industriali, stringendo accordi con l’alta finanza. E poi, col passaggio da Riina a Provenzano, aveva nuovamente cambiato pelle. Basta bombe, basta scruscio, si torna in immersione, nascondendosi agli occhi dei benpensanti.

Ottavio sarebbe pronto a chiuderla così, questa storia, questo romanzo che purtroppo si basa sulle pagine delle sentenze, sulle carte processuali, su testimonianze di pentiti.
Ma ancora una volta, questo strano personaggio che lo ha avvicinato una prima volta, lo ricontatta. Se già così questa storia di bombe e di ricatti allo stato fa paura, c’è un ulteriore livello di verità che fa ancora più terrore. Perché porta dentro i segreti dello stato.
C’è ancora tempo per chiudere la tesi: Kar93, così si fa chiamare questa persona, porta Ottavio a vedere questa storia partendo da prima del 1993, dalla caduta del muro, dalla fine della guerra fredda, dalla fine della necessità di uno scontro tra est e ovest. Dall’Italia che con l’inizio dell’inchiesta di Tangentopoli ha vissuto una breve parentesi di speranza di togliersi di dosso tutte le scorie del passato..

Sono gli anni in cui, era il 1990, il governo Andreotti decide di rivelare al paese l’esistenza di Gladio: si tratta di un nucleo di militari che avrebbero dovuto opera di sabotaggio in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia (quando si pensava che i russi avrebbero potuto invaderci).

Ma dietro Gladio c’è qualcosa di molto peggio: lo scoprirà, passaggio dopo passaggio, Ottavio, che come Dante col suo Virgilio, viene accompagnato dentro l’inferno che è stata la nostra storia recente. Da Portella della Ginestra fino a Piazza Fontana, alla bomba di Brescia per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. Dietro quelle bombe, si intravede sempre lo stesso grumo nero: pezzi di servizi, uomini delle istituzioni e manovalanza nera con uomini della mafia.
Cosa è successo in Italia in quegli anni successivi alla caduta del muro di Berlino? Succede che si saldano diverse anime criminali del nostro paese, la mafia che aveva bisogno di cercarsi nuovi referenti politici, i superstiti delle strutture deviate dei servizi (che non intendono affatto finire processati dopo aver servito la causa anticomunista), la Gladio nascosta, pezzi della massoneria che volevano tornare a servire il mazzo delle carte, finanzieri d’assalto che decidono di spolparsi l’industria italiana, tutti uniti in patto scellerato.

Essendo venute meno le coperture politico-istituzionali, bisognava attaccare frontalmente lo Stato per generare la destabilizzazione della compagine governativa e l’apertura di una trattativa con nuovi referenti politici.

Destabilizzare il paese per spaventare le persone, per riportare a più miti consigli chi dentro le istituzioni avrebbe potuto dare aria agli armadi e ai cassetti che dovevano rimanere chiusi.
Come ai tempi di Milano nel 1969.

Come con le bombe sui treni.
O nelle stazioni. O nelle piazze durante una manifestazione dei sindacati.

Il “sistema criminale” era in connessione con altri personaggi legati al mondo “affaristico-economico” per perseguire degli scopi politici. Negli anni infatti, le organizzazioni mafiose, Cosa Nostra in testa, si sono adoperate per ripulire i denari proventi da affari illeciti, immettendoli nell’economia legale. «Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale. Tanto è vero che la proprietà industriale si è andata ad inserire nel sistema finanziario.», spiega la DIA nel 1994. Il mercato finanziario è quello in cui «è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza, in quanto lì è difficile individuarne le fonti».
Così, attraverso il mercato finanziario, con un meccanismo simile al contagio, la mafia è riuscita a raggiungere il sistema industriale. «In poche parole, attraverso il mascheramento dei capitali, gruppi di mafia possono essere entrati preponderantemente in gruppi finanziari, anche di livello nazionale, e attraverso questi, nel mondo industriale». Del resto, Giovanni Falcone l’aveva detto in tempi non sospetti: «La mafia è entrata in borsa».

Ancora una volta, anche in questo secondo livello di verità, viene da chiedersi, ma è tutto vero oppure è solo un romanzo?

Sarebbe bello se lo fosse. Se fosse vero, come raccontano tutti, che la mafia è stata sconfitta, è finita con la cattura di Riina, di Provenzano e di Messina Denaro (l’imprendibile primula che si faceva i selfie coi compagni di terapia).

Il concetto era fin troppo semplice, se le azioni erano rivendicate con delle telefonate bastava intercettarle. Così un gruppo di carabinieri per mesi è stato chiuso in uno stanzino di un’agenzia di stampa, in attesa che arrivasse la chiamata. (…) Ma quello non è stato l’unico tentativo, ci aveva provato anche l’ambasciatore Paolo Fulci, ai tempi capo del Cesis, la struttura che coordinava i due servizi segreti italiani: il Sismi e il Sisde. L’ambasciatore aveva già dovuto affrontare la discovery di “Gladio” nell’agosto 1990 mentre era ambasciatore alla Nato. Un vero guaio. Gladio era la struttura supersegreta che rientrava nel filone americano di “Stay behind” (letteralmente “stare dietro”), creata nel dopoguerra per opporsi al Patto di Varsavia e che agiva nella guerra non convenzionale, quella psicologica, e si esercitava per prevenire invasioni sovietiche. Fulci era il primo non militare a ricoprire quel ruolo. Ed è stato un incubo, anche perché non appena arrivato scoperchia uno scandalo legato a fondi neri, viene spiato nella sua residenza, incontra numerosissime resistenze. Due giorni prima che assumesse quel ruolo, quando ancora la notizia era segreta, la Falange armata già lo minaccia, preventivamente. Come potevano mai saperlo? L’unica possibilità era che fosse una voce interna agli stessi servizi.

Ma non è finzione la storia della Falange Armata, la sigla che ha annunciato (oltre alle operazioni criminali della banda della uno bianca) anche diversi omicidi politici di quegli anni, come quello di Salvo Lima.
Non è finzione la sovrapposizione tra i luoghi delle telefonate e le sedi coperte del Sismi (di cui parla il libro in questo passaggio), come scoprì l’allora ambasciatore Paolo Fulci, messo dal governo Andreotti a capo del Cesis

K93: Ecco.

8: Cosa? Che vuol dire?

K93: È molto semplice: i punti indicati nella mappa che hai messo sotto sono le sedi coperte dei servizi e il secondo foglio…

8: Perché ti sei fermato?

K93: Beh, il secondo foglio sono i punti da cui sono partite le telefonate della Falange armata.

8: Praticamente…

K93: Praticamente coincidono.

8: Cristo santo, ma tu lo sapevi?

K93: Sì ma finora non avevo prove(…).

Non è finzione l’esplosione delle leghe meridionali, fondate da mafiosi con dentro massoni e vecchi personaggi dell’eversione nera, che avrebbero dovuto prendere il controllo del sud (e nemmeno è finzione il modello dell’Italia divisa in tre come immaginato dall’ideologo della Lega Miglio).
Come non è finzione che le bombe, le stragi, finiscono nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi a capo di un partito fondato da Marcello Dell’Utri.

Come non è finzione quello che la lasciato scritto l’ex presidente Ciampi dopo le bombe del 1993 a Roma: avevo la sensazione di essere nell’imminenza di un colpo di Stato.

Ma forse questa è solo finzione, la mafia non esiste, è stata sconfitta, lo Stato ha vinto, la politica e le istituzioni hanno resistito e non ci sono segreti da nascondere.

Possiamo accontentarci di questa versione di comodo, come Neo, il protagonista di Matrix di fronte alla scelta, pillola blu o pillola rossa?

Come è avvenuta la transizione tra prima e seconda repubblica?

La scheda del libro sul sito dell'editore Aliberti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


23 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report: l’anniversario di Capaci, il vaccino cubano e la trap

Un omaggio ai due giudici Falcone e Borsellino, morti assieme alle rispettive scorte (e alla moglie Francesca) nelle stragi di Capaci e via D’Amelio: chi sono i mandanti dietro la mafia e perché quelle stragi. Poi a seguire un servizio sul vaccino sviluppato a Cuba e infine un servizio sulla Trap.

Il cuore nero dentro le istituzioni italiane – a 30 anni da Capaci

Dentro Villa Palagonia, a Brancaccio, ci sono delle statue di mostri: sono riproduzione di animali, esseri umani deformi, mostri. È la metafora di come la retorica delle celebrazioni in ricordo di Giovanni Falcone hanno deformato la storia, rendendoci incapaci di ricordare.

Perché i mostri che hanno voluto queste stragi, quelle della stagione 1992-93, sono ancora tra noi.

A 30 anni dalla strage di Capaci e via D’Amelio sono ancora tante le domande senza risposta: perché quelle stragi e con quella modalità terroristica? Perché l’accelerazione per uccidere Borsellino a soli 57 giorni dopo la morte di Falcone?
Nonostante i tanti processi su questi due attentati (e le tante condanne) ci sono ancora verbali nascosti e piste investigative che nel passato sono state insabbiate e che aiuterebbero ad avvicinarci alla verità. Il giornalista di Report Paolo Mondani, con questo servizio in cui si mostrano interviste esclusive, morta un quadro compatibile con quella strategia della tensione degli anni settanta, dove si voleva destabilizzare il paese per impedire ogni cambiamento.
Gli uomini dell’eversione di destra, dei depistaggi e degli apparati deviati dello stato, della massoneria piduista potrebbero non essere estranei alle stragi di 30 anni fa. E iniziamo a scorgere il volto dei mandanti, ben oltre il volto di Totò Riina.
Sono le menti raffinatissime di cui parlava Falcone col giornalista Saverio Lodato: nell’intervista diceva anche altro “ho l’impressione che per comprendere le ragioni che hanno portato qualcuno a decidere e a pensare di eliminarmi bisognerà pensare all’esistenza di centri occulti di potere in grado di orientare certe azioni della mafia.”

Giuseppe Lombardo, un magistrato che ha indagato sulla ndrangheta stragista, aggiunte un altro pezzo: “io le dice sinceramente che si deve abbandonare una ipocrisia di fondo, che spesso ruota attorno al concetto di zona grigia, che è un concetto che non mi convince. Io sono convinto che il grigio in questo caso è una sfumatura del nero. E il nero è mafia.


La storia di quegli anni, tra fine anni 80 e inizio anni ‘90, la ricorda bene Antonio D’Andrea, vice segretario della Lega Meridionale centro sud e isole (una tra le più importanti leghe nate in quegli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica) – a cui si iscrissero Licio Gelli (venerabile della P2), Vito Ciancimino (il più politico dei mafiosi – così lo descrisse Falcone) e il figlio di Michele Greco (il “papa” di cosa nostra) e Pino Mandalari, il commercialista Riina: obiettivo di questa Lega era dividere e destabilizzare l’Italia, in un piano che avrebbe portato ad un’Italia federale divisa in tre, col sud di fatto lasciato nelle mani della mafia.

Un’ipotesi fantasiosa oppure un piano politico condiviso perfino ai piani alti dello Stato?
“Questo progetto di dividere l’Italia non era un progetto massonico” - spiega a Mondani D’Andrea – “non era un progetto estraneo allo Stato, era un progetto nato e partorito nato e partorito all’interno della vita politica italiana e istituzionale, quindi di vertice.”
Un progetto inizialmente appoggiato da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga:

Appunto, quindi parliamo del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio.
Qual è il contesto che porta all’uccisione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino?
“Lo Stato, quando non sa cosa dire, escono sempre fuori i servizi segreti deviati. I servizi segreti deviati per definizione non possono esistere e non esistono, i servizi segreti agiscono in base agli ordini che ricevono dai ministri di riferimento e dalla presidenza del Consiglio. Per cui l’omicidio di Falcone non può che essere stato concepito all’interno del governo e delle più alte sfere istituzionali. ”

Il fenomeno del leghismo meridionale, esploso negli anni tra il 1990 e il 1992, è stato studiato anche dall’ex procuratore aggiunto Roberto Scarpinato

“C’era una connessione molto stretta tra un progetto politico iniziale che era quello di creare un nuovo soggetto politico, la Lega Meridionale, che doveva agire di concerto con la Lega Nord per creare un’Italia federale nell’ambito del quale il sud doveva essere lasciato alle mafie. E la strategia stragista di destabilizzazione. Ce lo dicono vari collaboratori di giustizia che ci definiscono appunto che questo progetto fu discusso segretamente nel 1991, in tutti i suoi dettagli, e che dietro questo progetto c’erano Gelli, la massoneria deviata, esponenti della destra eversiva i quali avevano consigliato di rivendicare la strage con la sigla di Falange Armata.”

Destabilizzare il paese con stragi e attentati, vecchi arnesi dell’area post-fascista a servizio, la massoneria nera: sono gli stessi protagonisti che abbiamo già visto all’opera in diverse fasi della storia italiana, come hanno raccontato nel saggio “Le menti del doppio stato” gli storici Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino. Era successo negli anni tra il 1944 e il 1948 quando si doveva ostacolare a tutti i costi i governi di unità nazionale. Poi le bombe erano esplose negli anni settanta, quando si doveva bloccare le spinte progressiste nel paese e l’idea di governi di centro sinistra, con la non astensione del PCI. Periodo culminato prima col rapimento di Aldo Moro e poi con la strage fascista alla stazione di Bologna.

Fino ad arrivare alle bombe della stagione del 1992 – 1993: i segnali di continuità ci sono tutti a ben vede, la sigla Falange Armata dietro cui si nascondevano gli ex Gladiatori che avevano lavoratdietro le quinte negli anni della strategia della tensione, la P2 di Gelli, lo stato che si dimostra impotente, fino a quella sensazione di essere ad un passo dal colpo di Stato. Lo ha raccontato Ciampi dopo le bombe esplose a Roma il 27 luglio del 1993

«Le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di stato.»

I due autori del saggio, di fronte a queste bombe, Capaci, via D’Amelio, Firenze, Milano, Roma, si chiedono se “Fu solo la mafia, o dietro Cosa nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’antistato annidato dentro e contro lo Stato?”.

Ecco, quell’antistato emerge anche dietro i delitti eccellenti che fino ad oggi abbiamo addossato alla mafia, alle stragi del 1992-1993: esistono delle connessioni con lo stragismo di destra responsabile delle bombe degli anni settanta, stragi fatte in collaborazione con esponenti della P2 e dei servizi segreti al nord.

Ed è per questo – spiega nel servizio l’ex magistrato Scarpinato – che la corte d’Assise di Bologna cita Falcone, il quale in una audizione alla commissione parlamentare antimafia del 1988 dice “forse dovremmo rileggere tutta la storia italiana.”

Paolo Mondani è andato ad Alcamo ad incontrare un bandito-poliziotto, chiamato così perché restio a seguire le regole, Antonio Federico: sulla base delle indicazioni ricevute da un confidente nel 29 settembre 1993 in una casa di Alcamo trovò un tesoro, una santabarbara detenuta da due carabinieri. Esplosivi, pistole, fucili e una cassetta col simbolo delle radiazioni: nella seconda perquisizione, il giorno dopo, la cassetta era sparita. I due carabinieri sono stati condannati ad una pena lieve, come fossero dei collezionisti di armi: il poliziotto, nel mentre dei controlli, ebbe la sensazione che i carabinieri fossero in contatto coi servizi.
Nella provincia di Trapani – racconta Scarpinato – era presente Gladio e quell’arsenale scoperto da Antonio Federico (di cui non si scoprì mai la provenienza) fosse proprio un deposito della Stay Behind italiana

Nella casa viene trovata anche una foto di una donna sorridente. Racconta il poliziotto: “il confidente mi dice di far vedere la fotografia nell’immediatezza della perquisizione, ai presenti, che erano quasi duecento, tra poliziotti e carabinieri, compreso il generale Cancellieri. Il significato di far vedere la foto non l’ho mai capito, il senso era chi deve capire, capirà. ”

Questa foto, che sparisce e poi riappare nei verbali dopo 29 anni, ritrae una giovane donna che solo oggi è diventata un elemento di prova per la procura di Firenze.

Nella foto viene riconosciuta Rosa Belotti, imprenditrice con qualche precedente penale, ora accusata di essere coinvolta nell’attentato di via Palestro a Milano del 27 luglio 1993. E forse anche in quello di Firenze del 27 maggio. La Belotti si è riconosciuta nella foto ma ha dichiarato di non avere nulla a che fare con le stragi.
“Io penso che ci sia un secondo stato parallelo” – è la conclusione dell’ex poliziotto a Mondani – “la criminalità organizzata è pilotata comandata gestita da queste persone.”

Sul Fatto Quotidiano di oggi, Marco Lillo riprende questa inchiesta

Strage di Capaci, s’indaga di nuovo sulla pista nera e su Delle Chiaie

INCHIESTA A CALTANISSETTA - 30 anni dopo i pm verificano se vi fu un ruolo del neofascista nell’agguato in cui perse la vita Giovanni Falcone

La scheda del servizio: LA BESTIA NERA di Paolo Mondani

Collaborazione Marco Bova, Roberto Persia

Consulenza Andrea Palladino

A 30 anni dalla morte di Giovanni Falcone, emergono documenti e protagonisti dimenticati in grado di gettare una nuova luce su quei fatti. A Capaci, Cosa Nostra non ha agito da sola: estremisti di destra e uomini di mafia, secondo testimoni e documenti ritrovati, sarebbero stati di nuovo insieme, dopo gli anni della strategia della tensione, in un abbraccio mortale costato la vita ai giudici Falcone e Borsellino. I due magistrati avevano il quadro completo, e oggi, tornando ad ascoltare collaboratori ed ex carabinieri, Report prova a ricostruirlo.

Il vaccino cubano

Mancano tante cose a Cuba, compresa libertà completa di una vera democrazia (che forse non manca solo a Cuba), ma non mancano i vaccini, tanto da far diventare l’isola il secondo paese al mondo per tasso di vaccinazione.
Ne hanno sviluppati ben due, Abdala e Soberana: ma al centro di ingegneria biomedica e tecnologica non si accontentano, oggi stanno sperimentando un vaccino intranasale, con una tecnologia che non solo consentirebbe di fermare la malattia, ma anche il contagio. Progetti del genere arrivati alla fase clinica nel mondo sono solo 8, quello cubano si chiama Mambisa, di come funziona e dei trial in corso ne ha parlato a Report la dottoressa Gomez-Vazquez:

“è uno spray, una volta iniettato nelle narici dovrebbe coprire tutta la zona della mucosa nasale, la porta d’entrata del virus e quindi potrebbe fermare l’infezione, non agire solo sui sintomi. Fino ad oggi tutti i pazienti su cui lo abbiamo sperimentato non hanno mostrato sintomi di reazione avversa.”
Sembra promettente ma, nel caso lo volessimo far arrivare in Europa, che barriere avremmo con Cuba?

La scheda del servizio: IL VACCINO PUBBLICO CHE L’OCCIDENTE NON VUOLE Di Manuele Bonaccorsi e Alessia Marzi

A Cuba manca il latte, il pane, il sapone. Ma il piccolo Paese caraibico, sottoposto a 60 anni di durissimo embargo, è riuscito a fronteggiare il covid tutto da solo. Grazie a tre vaccini pensati e sviluppati dall’industria biotecnologica nazionale. Un'industria integralmente pubblica, eppure capace di importanti innovazioni scientifiche. Oggi Cuba è il secondo Paese del mondo per tasso di vaccinazione (dopo gli Emirati arabi, che hanno un reddito 13 volte superiore) e soprattutto l’unico che ha vaccinato anche la popolazione infantile, dai 2 anni in su. Merito di Soberana, prodotto dall’Istituto Finlay de L’Avana, e sviluppato a partire proprio dalla piattaforma di un vaccino pediatrico, con effetti collaterali vicini allo zero. Risultato? Oggi Cuba ha un tasso di contagi bassissimo, e anche l’ondata di Omicron nell’isola caraibica è passata senza far danni.

Ora Soberana potrebbe essere importato anche in Europa, per completare la vaccinazione dei più piccoli, rimasta finora al palo. Ma gli ostacoli dei regolamenti di Bruxelles potrebbero essere insormontabili. Anche a causa dell’embargo, infatti, Cuba non può rispettare le buone pratiche di fabbricazione imposte in Europa. E perfino l’ipotesi di fabbricarlo in Italia, in un’azienda all’avanguardia, potrebbe non essere sufficiente per superare questo ostacolo. Un muro che impedisce ai Paesi in via di sviluppo, molti dei quali capaci di importanti innovazioni scientifiche, di accedere al ricco mercato farmaceutico del primo mondo.

Cos’è la Trap

Cosa sono in Italia il rap e la trap?“il rap è una magia non è una cosa data per scontato, devi avere la giusta base strumentale, le giuste parole”.
Di rap e della trap ne parla a Report Fabri Fibra, uno dei pilastri del rap italiano: in questi ultimi anni ha avuto una evoluzione da cui è nata la trap, con le sue caratteristiche, l’autotune, la correzione vocale con l’effetto robotico

La scheda del servizio: LA TRAPPOLA di Chiara De Luca

La trap è un sottogenere della musica rap, molto in voga tra i giovani, che racconta in maniera brutale e compiaciuta la vita di strada. Questo stile, nato nel mondo delle gang americane di Atlanta, in Italia è stata strumentalizzata dalla criminalità organizzata, alcuni tra i più noti cantanti sono vicini a famiglie di mafia. Report ha incontrato alcuni dei più noti interpreti di questo genere.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 marzo 2022

La notte della Repubblica – 16 marzo 1978

Il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma un commando delle BR rapiva il presidente della DC Aldo Moro, uccidendone la scorta (con l’aggiunta di un colpo di grazia, come se i brigatisti volessero essere certi della loro morte).

Questi i nomi dei membri della scorta che nelle celebrazioni, spesso, vengono dimenticati: vicebrigadiere di pubblica sicurezza Francesco Zizzi, guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, maresciallo maggiore dei carabinieri Oreste Leonardi e appuntato dei carabinieri Domenico Ricci.

L'agguato, la prigionia, la scelta di uccidere Moro sono ancora una delle pagine più buie (con tanti punti da chiarire) della nostra storia.
Oggi, passati 44 anni dalla morte di Aldo Moro, la memoria dei fatti diventa sempre più sbiadita, col risultato di aver fatto diventare la verità parziale (quella consegnata dai brigatisti Morucci e Moretti) come verità storica.
Eppure, ancora oggi, la cronaca di quei giorni racconta qualcosa di utile: per esempio il tentativo da parte del comitato di crisi (e poi della stampa) di consegnare all’opinione pubblica un Aldo Moro condizionato dalla prigionia e non pienamente lucido, per quanto scriveva nelle sue lettere ai familiari, ai membri della DC.

E c’è un’altra cosa che oggi dovrebbe tornarci familiare: Moro la mattina del 16 marzo stava andando in Parlamento dove il governo di unità nazionale stava per ricevere la fiducia, con l’appoggio del PCI. Una violazione degli accordi di Yalta, della divisione del mondo in blocchi, per cui in Italia doveva essere impedito a qualunque costo la salita al potere del più grande partito comunista europeo.
Noi l’abbiamo conosciuta molto bene la finta sovranità popolare, il cappello di sicurezza della Nato (e di Gladio, la Stay Behind italiana e tutto quello che ci stava dietro, fino ai gruppi neofascisti come Ordine Nuovo), quando nel nostro paese scoppiavano le bombe (a Milano, a Brescia, a Peteano).

E anche nel corso di quei 55 giorni, in cui al Viminale arrivò l’esperto di sicurezza del Dipartimento di Stato Steve Pieczenik, che nelle sue memorie scrive:

"Quando sono arrivato in Italia c'era una situazione di disordine pubblico: c'erano manifestazioni e morti in continuazione.. Se i comunisti fossero arrivati al potere e la democrazia cristiana avesse perso, si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero piu controllato la situazione e gli americani avevano un preciso interesse in merito alla sicurezza nazionale. Mi domandai qual era il centro di gravità che al di la di tutto fosse necessario per stabilizzare l'Italia. A mio giudizio quel centro di gravita si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro"

Certo, la memoria corta di parte degli italiani ha fatto dimenticare queste cose, specie ai signori che puntano il ditino a quanti si permettono di fare degli appunti alla Nato, confondendola anche con le istituzioni italiane o europee. Ma forse è un lapsus.

03 agosto 2021

Il paese dei tabù

Forse, più che il paese dei misteri, i misteri italiani, dovremmo parlare di paese dei tabù.

Dei misteri che in tanti conoscono ma che non si possono dire al paese.

E' tabù ammettere che in Italia abbiamo avuto una democrazia a sovranità limitata, dove la politica estera, la politica industriale, erano condizionate da vincoli atlantici.

E' tabù ammettere che in questo paese si è fatto uso della tortura, durante la lotta al terrorismo, fino al G8 e ancora fino ad oggi.

E' tabù ammettere che ad Ustica non è caduto un aereo, ma che un aereo è stato abbattuto sui nostri cieli nel corso di un conflitto causato anche dalla nostra ambigua politica estera (la moglie americana e l'amante libica).

E' tabù ammettere che pezzi delle istituzioni non rispondevano alla Costituzione, ma ad altri organismi: i servizi (non deviati, ma a servizio di chi comanda) che tolleravano le azioni dei gruppi neofascisti, i servizi che hanno coperto, parti della magistratura che tenevano nel cassetto i fascicoli trasformando colpi di Stato in golpe da operetta.

Tabù ammettere che in Italia, dentro lo stato, esisteva uno stato nascosto, parliamo di Gladio, ma non di quella rivelata da Andreotti nel 1990 quando ormai (crollato il muro) non serviva più coprire il segreto. Parliamo della Gladio nascosta, che va oltre l'elenco degli iscritti comunicati al Parlamento.


Uno stato nello stato che legava assieme pezzi di politica, impresa, massoneria, la loggia di Gelli, parti dei servizi italiani, la mafia, faccendieri e che ha condizionato la storia del nostro paese per decenni.

Non è sufficiente desecretare i documenti classificati su Gladio, non basta dire che, passati 41 anni dalla strage di Bologna il fumo si sta alzando.

Perché quei documenti (su Gladio e sugli altri tabù della nostra storia) devono essere desecretati e messi a disposizione di storici, associazioni e gruppi di studio, persone di assoluta fede che possano finalmente fare luce sulla nostra storia.

Penso ad Aldo Giannuli e a storici come Nicola Tranfaglia scomparso di recente.

Altrimenti è solo altro fumo che si alza per nascondere il quadro che è già di per sé inquietante.

Perché partendo da Portella, fino alle stragi di mafia, passando per Bologna, quello che per molti è un mistero per me è solo il volto del potere nascosto che tiene bloccato questo paese sin dalla sua nascita.

27 maggio 2021

Faccia da mostro Lirio Abbate


Un ex poliziotto. Omicidi eccellenti e stragi di mafia. Una donna legata a Gladio. Un mistero che dura da trent'anni.

Questa è la storia di un uomo di cui, per anni, non si è saputo il nome. Era solo un personaggio oscuro, il cui volto deturpato aveva colpito i vari testimoni che ne parlavano. Pentiti di mafia che raccontavano di questo poliziotto che lavorava per cosa nostra e non per lo stato, spietato e pericoloso, perfino per i mafiosi.

Ne ha parlato Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto Nino Agostino, ucciso dalla mafia (in un omicidio che non è solo di mafia) il 5 agosto 1989.

I capelli lunghi, la pelle del volto rovinata, una cicatrice sulla guancia. Una “faccia da mostro” l'aveva definita Vincenzo, un uomo coraggioso che quel giorno decise che non si sarebbe più tagliata la barba finché non avesse avuto giustizia per il figlio e la nuora.

Il lato oscuro della luna

Un personaggio sfuggente, difficile, ostile. Refrattario alle inchieste. Appare dove meno lo si aspetta, e anche chi riesce a trovarlo ha sempre l'impressione di non essere in grado di capirlo davvero, di vederlo nella sua interezza. C'è sempre un lato che rimane in ombra.

Questo è Faccia da Mostro, e chi vuole raccontare la sua storia deve innanzitutto scendere a patti con l'impossibilità di ricostruire fino in fondo le vicende. Non si sa neppure di preciso quanti scandali, quanti misteri, lo vedono attore protagonista, seppure defilato...

La premessa che fa Lirio Abbate è fondamentale per comprendere il senso di questa storia: non ci sono prove di colpevolezza contro questa persona, chiamata Faccia da Mostro ma che ha un nome e un cognome, un passato all'apparenza normale, senza nulla da segnalare.

In questo libro l'autore, che anni prima aveva raccontato della rete di complicità di Bernardo Provenzano tra imprenditori e politici, riporta fatti verificati, testimonianze, voci, intercettazioni.

Che raccontano l'altro volto di Giovanni Aiello, il suo volto oscuro della luna, ex poliziotto andato ufficialmente in pensione nel 1977 per gravi turbe psicologiche dopo la ferita al volto, che lo aveva sfregiato al volto. Anche qui, secondo la versione raccontata da questa persona, ferita riportata in servizio. In realtà un colpo partito per errore dal suo fucile.


Nessuno ha voglia di parlare di questa persona, che si è sempre presentata come un pensionato che vive nella sua casetta in riva al mare nel suo paese in Calabria, dove passava le giornate a pescare.

Ancora dopo anni fa paura questa persona e non solo per il suo volto, rovinato.

Nino Lo Giudice, pentito di ndrangheta, arriva a mettere in scena una sceneggiata, con un video messo in rete, per sconfessare la sua confessione fatta al giudice della DNA Donadio nel 2012.

«Io credo che il personaggio con il volto sfregiato sia un personaggio molto pericoloso». E poi afferma: «E' un cane». Il magistrato sbalordito lo guarda e chiede: «Scusi, non ho inteso», e Lo Giudice ripete: «E' un uomo cane» e poi «sto parlando di un uomo fuori dalle regole».

Un soggetto pericoloso, che era fuori dalle regole delle ndrine, un “terrorista dei servizi deviati”, coinvolto in “eventi stragisti dove sono state colpite anche persone innocenti e questo è contro le regole della 'ndrangheta”.

L'omicidio di un bambino, di un altro poliziotto e della moglie.. Una persona che aveva familiarità con le armi, che a volte si accompagnava ad una donna. Che, di sé, diceva di essere stato addestrato in Sardegna in un campo paramilitare, forse uno che apparteneva a Gladio.

Aveva anche delle foto, Lo Giudice, che aveva promesso al magistrato, foto che poi non sono uscite fuori. Non solo, in un video successivo, Lo Giudice racconta di essere stato minacciato dai giudici per infangare una persona che, evidentemente, anche a distanza di anni, fa ancora paura.

Una ritrattazione che getta fango sui magistrati della direzione antimafia che sono stati presi in giro da questo pentito.

A questo punto un altro giornalista avrebbe abbandonato la storia di “faccia da mostro”.

Ma Lirio Abbate decide di cambiare strada, tornare indietro, allargare lo sguardo, partendo da una scia di sangue lasciata da una serie di omicidi o attentati attribuiti alla mafia e avvenuti negli anni '80.

Episodi in cui, in un modo o nell'altro, viene fuori questo volto, questa persona così particolare.

L'omicidio di Ninni Cassarà nell'agosto 1985, capo dell'ufficio investigazioni della Mobile di Palermo, ucciso assieme a Roberto Antiochia.

L'omicidio di Claudio Domino, il ragazzino di 11 anni ucciso nei giorni del maxiprocesso, nell'ottobre del 1986. Un omicidio da cui gli stessi capi mafia di dissociarono, non è cosa di mafia, ammettendo di fatto l'esistenza della mafia.

L'omicidio di Natale Mondo, agente di polizia nel gennaio 1988.
I fallito attentato all'Addaura contro Falcone il 21 giugno 1989, l'estate del corvo e delle “menti raffinatissime”.
L'omicidio di Nino Agostino e della moglie, Ida Castelluccio, il 5 agosto 1989.

Lirio Abbate ripercorre tutti questi delitti, da Cassarà, lasciato solo dopo la sua deposizione a Caltanissetta contro contro i Salvo. Al delitto del piccolo Claudio, un delitto in cui il pentito Luigi Ilardo per la prima volta parlò di questa persona che non era della mafia, un ex poliziotto che eseguiva questi omicidi per i boss.

Erano anni difficili, quelli dopo il 1986, come se il maxi processo avesse interrotto la spinta antimafia: sono gli anni del finto garantismo, delle lettere del corvo, dei giuda che bloccano le promozioni a Falcone dentro la magistratura, il CSM, l'Alto Commissariato Antimafia.

Gli anni in si dice e si scrive che Falcone si è fatto l'attentato da solo all'Addaura per ottenere la promozione a procuratore aggiunto.

A raccontare di Faccia da Mostro e a portare al nome di Giovanni Aiello sono sia persone dentro la mafia (o la ndrangheta come Lo Giudice) che persone che hanno indossato la divisa per infangarla, come i poliziotti corrotti, come Pietro Riggio o Giovanni Peluso, indagato a Palermo per la strage di Capaci.

Sono loro che parlano, dopo anni di distanza, della trattativa, di quella parte dei servizi che non lavorava per lo stato ma per la destabilizzazione.

Ed è in questa zona grigia che troviamo l'ex poliziotto Aiello assieme ad un altro collega in polizia, uno la cui carriera è finita male, l'ex capo della Mobile Bruno Contrada. Erano molto amici, Aiello e Contrada negli anni in cui hanno lavorato a Palermo: la vicenda giudiziaria di quest'ultimo è emblematica su quanto l'Europa sappia poco della mafia. Contrada è stato condannato per concorso esterno, dopo aver completamente scontato la pena, la corte europea dei diritti dell'uomo ha annullato gli effetti della pena ma non la condanna, non le accuse fatte da diversi pentiti sull'ex numero tre del Sisde.

Accuse che portano verso questa zona grigia, tra stato e mafia, dove tutto si mescola: Abbate racconta la storia della “casa della morte” in vicolo Pipitone a Palermo, dove si incontrava il gotha mafioso negli anni '80 per decidere della morte dei suoi nemici, come un Tribunale senza appello.

Dentro questa casa, alla fine di un vicolo vicino ai cantieri, in una zona controllata dalla famiglia Galatolo, venivano ricevuti dai boss anche Contrada e Giovanni Aiello, la loro privacy era garantita da una camionetta dei carabinieri che chiudeva l'ingresso del vicolo agli estranei. Carabinieri a libro paga della mafia.

Anche questo è successo in Italia, vedere poliziotti sporchi e uomini dei servizi da una parte, e poliziotti a caccia dei mafiosi dall'altra. A fine anni '80 il Sisde reclutava poliziotti giovani e che avevano voglia di mettersi in mostra, per dare la caccia ai latitanti, come Riina, come Nino Madonia, stabilendo anche un prezzario, come le taglie ai fuorilegge del far west.

Di questi cacciatori di mafiosi avrebbero fatto parte Emanuele Piazza e Nino Agostino, due agenti che erano stati visti proprio lungo quel vicolo per cercare qualche pezzo grosso.

Ma da cacciatori diventarono prede, perché la caccia ai latitanti non si può fare in modo improvvisato, e questo non per colpa dei due agenti, che alla fine pagarono con la morte quel lavoro.

Lavoro che alla fine aveva creato molti problemi ad entrambi: Nino Agostino lo ripeteva a chiunque volesse ascoltarlo, lui non aveva voglia di finire in quel “calderone di fango” che aveva visto.

Pezzi dei servizi, uomini dell'estrema destra (come il professor Alberto Volo, che aveva raccontato allo stesso Falcone della pista dei Nar per l'omicidio Mattarella) ed esponenti della mafia.

Gli ultimi due capitoli del libro sono dedicati alla morte dell'agente Nino Agostino, ai cui funerali partecipò anche Falcone: Abbate racconta, sulla base dei ricordi del padre, quell'uomo che si presentò a casa sua chiedendo del figlio. Persona che anni dopo, nel 2016, Vincenzo Agostino identificò proprio in Giovanni Aiello.

La finta pista passionale seguita dalla Mobile, il cui capo era Arnaldo La Barbera, uomo dei servizi pure lui col nome in codice di Rutilius.

Ora, per questo omicidio, sono arrivate le prime condanne per i due mafiosi ritenuti responsabili. Ma non è ancora tempo per Vincenzo Agostino di tagliarsi la barba. Perché ancora alcuni pezzi della verità mancano: se Aiello è morto, ci sono ancora altri personaggi di questa brutta storia che sono ancora vivi e che possono parlare.

Persone come la donna che è stata vista a fianco di Aiello: anche lei addestrata in un campo militare, forse appartenente a Gladio. Sono poche le informazioni disponibili su di lei, ora tocca alla magistratura partire da queste poche notizie per fare un'indagine e svelare il mistero.

Che non è solo il mistero di un uomo dalla faccia rovinata da un colpo di fucile.

E' il mistero di una democrazia con un'anima sporca, che pesa sulla sua coscienza per i troppi lutti che ha causato.

E' tempo di fare luce sulle stragi del terrorismo eversivo-mafioso, sulle persone che da dentro lo stato hanno contribuito a questa destabilizzazione, che hanno piazzato bombe, che hanno protetto la latitanza dei boss e impedito ad un paese di poter respirare “il dolce profumo della liberà”.

Io sono arrivato fin qui. Il resto spetta agli inquirenti, che hanno strumenti e le capacità per fare luce sui quarant'anni di misteri che abbiamo ripercorso in queste pagine. Perché in fin dei conti un mistero non è che un segreto che ancora aspetta di essere svelato.

Il tema di Faccia da Mostro come abbiamo visto è molto complesso. Ci sono voluti quasi trent'anni per arrivare a scoprire la sua identità. E scavando nel suo passato abbiamo scoperto che gli inquirenti della Procura nazionale antimafia hanno dovuto lottare contro «le cose indicibili» che hanno protetto quest'uomo. La stessa cosa vale per le donne. E uso il plurale. Perché per più di una le indagini accertano il coinvolgimento nei delitti e nelle stragi.

La scheda del libro sul sito dell'editore Rizzoli, il pdf per leggere il primo capitolo

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