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domenica 29 settembre 2024

la recesione

Ieri leggevo una recensione a “Io capitano” di Matteo Garrone, scritta da una insegnante che diceva – basandosi su ciò che aveva visto, ma senza aver capito nulla del film – come fosse rimasta delusa perché l’opera si concentrava unicamente sul viaggio in Africa dei due ragazzi e non mostrava mai quanto siamo orribili e crudeli noi europei verso di loro, quasi che Garrone volesse mostrare che gli unici cattivi sono gli africani e non avesse il coraggio di ammettere che i veri mostri siamo noi. L’ho trovato un commento talmente sbagliato nei suoi preconcetti da creare quasi una sorta di razzismo rovesciato, per cui nell’ansia di affibbiarsi tutte le responsabilità del problema si tende quasi a edulcorare le molte colpe dei tanti stati e criminali africani che sulle loro migrazioni interne lucrano con una crudeltà inaudita, fino a dividere ancora una volta il mondo in un “noi” (i cattivi) e “loro” (le vittime) rovesciando solo le parti rispetto alla visione di certa destra europea (che vorrebbe fare di noi le povere vittime innocenti), ma proprio come la destra costruendo un discorso su basi molto schematiche e grossolane, per nulla inclusive, per nulla protese alla semplicissima idea che siamo prima di tutto umani e in quanto umani i buoni e cattivi non si distinguono dal colore della pelle o dal continente di provenienza ma dalle azioni. L’ho trovato talmente sbagliato come commento che mi ha spaventato l’idea che questa persona insegnasse in una scuola, a dei ragazzi, mossa dalle migliori intenzioni, ma dicendo loro: pentitevi perché in quanto nati da questa parte del mondo siete già mostri alla radice. Chissà quanti la pensano come lei.

mercoledì 24 luglio 2024

colpa loro!

Ascoltando al Tg le parole di Delmastro pensavo a com'è breve il passo da "Aiutiamoli a casa loro" a "Rimandiamoli a casa loro". In ogni caso è sempre colpa loro, mai della nostra gestione vergognosa di quelle strutture. Tanto che Delmastro ha la faccia tosta di venirci a dire che se non venivano qui "loro" nelle carceri si stava proprio bene, c'era tanto spazio arieggiato e si poteva pure assumere nuovo personale. Ma che possiamo farci se ci sono "loro" che vengono qui a rubarci il lavoro, il futuro, persino in carcere? Nulla, quando se ne andranno "loro", allora tutto si aggiusterà da sé. Sarà, io di persone che sono state in carcere, ma non da oggi, da anni, ne ho conosciute un bel po', e non me ne ricordo una sola che mi abbia detto: Antò, ma come si stava bene in carcere, soprattutto d'estate era così bello che guarda, io non volevo più uscire! E penso che ci vuole talento per riuscire con una sola frase a sputare in faccia a così tante persone in difficoltà. Caro Delmastro, chapeau.

giovedì 10 febbraio 2022

uogliò

La ragazza di colore che ogni settimana scende alla stazione per vendere cianfrusaglie e ogni volta che mi vede mi saluta da lontano sollevando il cesto UOGLIÒ! e io ogni volta provo a spiegarle che è UAGLIÒ, UA non UO e lei ogni volta prova, ride, non ce la fa, troppo difficile parlate.

mercoledì 11 novembre 2020

il riccio

Stasera, appena fatto buio, ho scoperto che c'è un nuovo ospite in giardino. È un piccolo riccio rossastro che si è rifugiato qui e adesso si sta mangiando un piattino di pasta. Qui intorno è ancora campagna, e così ogni tanto se ne ferma qualcuno prima di riprendere i suoi giri. Così, visto che è arrivato oggi, ho pensato di chiamarlo Carlo. Ieri, leggendo i tanti post che gli hanno dedicato, ho visto che molti lo descrivevano come una persona discreta. Forse perché non alzava la voce ed era capace di grandi silenzi. Ma io personalmente ho un’altra esperienza di lui, di uno che coltivasse l’apertura. La prima volta che ci ho parlato, gli avevo appena scritto una mail, mi ha chiamato dopo nemmeno mezz’ora al telefono e abbiamo parlato. Io dalla Puglia e lui da Roma. Abbiamo parlato di poesia e di lavoro, non ho mai scritto una sola poesia sul lavoro mi ha detto, ma come se fosse una cosa a cui non aveva pensato. Ma soprattutto abbiamo parlato della situazione degli immigrati nel mondo, un argomento che invece aveva a cuore, tutta questa gente che cerca un posto dove vivere e i profondi problemi che deve affrontare per arrivarci. Non faceva più politica, diceva, ma aveva una visione politica del mondo. E questa politica cominciava appunto da loro. E da cosa potevamo fare noi per loro. Citandomi una sua poesia, mi ha detto: E noi che scriviamo poesie, cosa possiamo fare? Io non lo so. Ma la poesia serve proprio a questo, a dirsi E noi cosa possiamo fare? Io non lo so, ma per stasera ho accolto un riccio, ed è un inizio.

mercoledì 23 settembre 2020

morirai in mare

Nella foto Abdel Wahab Yousif, poeta sudanese morto il 20 agosto 2020 nel Mediterraneo, insieme ad altri 45 migranti. Di seguito la traduzione di una una delle sue ultime poesie, in cui esorcizzava la paura del viaggio. 

Morirai in mare.
La testa sbattuta dalle onde assordanti,
il corpo trascinato nell’acqua,
come una barca fallata.
Te ne andrai nel pieno della tua giovinezza,
timido nei tuoi trent’anni.
Andarsene presto non è una cattiva idea;
ma lo è di certo se muori solo,
senza che nessuna donna ti reclami al suo abbraccio:
«Lascia che ti stringa al mio petto,
ho tantissimo spazio.
Lascia che ti lavi dall’anima l’unto della miseria».

sabato 23 marzo 2019

rivendicazioni

Stamattina ripensavo, a freddo, alla vicenda del bus dirottato. Al di là della dinamica che ricalca alla perfezione la sceneggiatura di un film d’azione americano – negli Stati Uniti starebbero già firmando il contratto per la cessione dei diritti sulla storia – l’attentato di Ousseynou Sy dimostra come la visione politica di Salvini e di chi lo segue sia del tutto fuori fuoco e incapace di capire come non solo la storia non si possa fermare, ma sia già andata oltre le sue aspettative. L’uomo, senegalese ma con cittadinanza italiana, squilibrato o meno che sia (come stanno cercando di provare), depresso o meno che sia, non ha agito in nome di rivendicazioni islamiche, quindi in nome di un terrorismo “straniero” che Salvini paventa da sempre ai suoi elettori, ma in quanto emigrato amareggiato e deluso dal “sogno italiano” – in altre parole, a scatenarlo è stata la presa di coscienza che l’Italia non è l’America di inizio ‘900, non porta lavoro né fortuna, cosa che molti nativi italiani sarebbero pronti a giurare con lui –, ma ancora più Ousseynou ha agito (dice) per vendicare i bambini africani morti nel Mediterraneo, estrema follia – questa sì di matrice terroristica, ma più vicina a quella palestinese che islamica – e denuncia dell’inadeguatezza delle politiche protezionistiche adottate dall’Italia e da tutta Europa contro lo sbarco dei migranti. Quella inadeguatezza nel gestire i flussi umani ha generato un tale odio e sentimento di vendetta da provocare una reazione esasperata, che non ha basi ideologiche ma emotive e che può quindi ripetersi in qualsiasi altra persona che ritenga di aver subito una ingiustizia sociale da parte di uno Stato più forte e vessatorio: basta un cedimento, una scintilla di follia. Proprio come succede negli Stati Uniti, che non a caso sdoganano e stemperano tali paure sociali attraverso la spettacolarizzazione cinematografica coi classici buoni e cattivi, ma in cui i buoni sono sempre americani. Questo perché, in simili dinamiche si genera un sentimento di colpa collettivo in cui la spunta chi rinuncia per primo alla propria umanità. Tu, a uno che va fuori di testa e si vendica su dei bambini per vendicare altri bambini morti in mare, cosa dici? Che è un bastardo perché i nostri bambini vengono prima di quelli neri morti in mare? Che è meglio non prendersela coi vivi, perché per i morti non c’è più niente da fare? E se sì, non stai anche tu rinunciando alla tua umanità? Non è già questo il segno di un cinismo senza pari? Ancora, per unire la beffa al danno, proprio il bambino che ha sventato l’attentato, Ramy Shehata (l’eroe del giorno) è figlio a sua volta di immigrati e ora, in virtù di quel gesto, suo padre rivendica per lui una cittadinanza che prima non aveva. Gli italiani, che avrebbero dovuto venire per primi in questa storia, come in ogni storia che accade sul sacro suolo italiano, sono relegati sullo sfondo, semplice coro in una vicenda che ha giù tutto il sapore speziato dell’internazionalità. In entrambe le storie, quella di Ousseynou e quella di Ramy, le rivendicazioni di un luogo a cui appartenere sono il succo (causa scatenante e premio) di una vicenda che un semplice spettatore come l’italiano medio che guarda la storia al Tg non può capire.

martedì 2 ottobre 2018

per lucano

Salvini dice: "Chissà cosa diranno adesso i buonisti". Io che sono buonista, dico che fra molti anni, quando chi è al Governo e chi lo segue sarà nulla più che un brutto ricordo, Mimmo Lucano verrà ancora considerato uno dei veri eroi di questo Paese. Perlomeno uno che ha indicato una alternativa concreta al problema dell'immigrazione, ai tanti che non fanno che lamentarsi ma il cui unico sforzo è quello di ringhiare e mordere come fanno i cani contro chi pensano gli ruberà l'osso. Da politico, lotta a modo suo per eliminare la povertà con più convinzione e meno slogan dei tanti legiferanti. Da uomo, accoglie anche l'ultimo dei poveri, si batte per lui o per lei con un coinvolgimento personale di cui non sono capace, ma che gli ammiro. Coinvolgimento che poi è il vero messaggio del Vangelo: in uno stato cattolico com'è il nostro, Lucano è più italiano di molti italiani.

domenica 24 giugno 2018

la notte di san giovanni

Ieri sera, bello carico di vino, leggevo Ungaretti in un jazzilo e ricordavo a chi mi ascoltava che il grande poeta nostrano era in realtà un immigrato egiziano arrivato qui per mare. La gente annuiva commossa e anche io per la commozione mi sono fatto un secondo piatto di pasta.

venerdì 25 agosto 2017

vangelo

Dire che la Chiesa è il male è una sana fesseria, ma va anche detto che un cattolico che va dietro a Salvini o a chi grida "Aiutiamoli a casa loro" del Vangelo non ha capito proprio nulla.

giovedì 24 agosto 2017

raccontare le conseguenze


Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto. Vi racconterò allora dove ho incontrato i migranti salvati. Se non mi credete, è facile verificare. I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che ho sentito l’odore dei poveri. 

venerdì 15 aprile 2016

fame

Sono in studio. La porta si apre ed entra un nero sventolando un accendino. Gli dico, scocciato: No, senti, non mi interessa. Mi risponde: No, non mi frega nulla, ho fame, dammi almeno una moneta, ho fame, per favore non mangio niente oggi, ho fame. Ripete tre volte ho fame, con una paura nella voce che viene da tremare anche a me, e senza nemmeno sapere come mi alzo e tiro fuori il portamonete. Gli compro due panini e una bottiglia d'acqua da un litro. Lui mangia i due panini di fronte a me, il primo senza nemmeno gustarlo, per solo bisogno, il secondo con più gusto, ma sempre troppo veloce. E beve, dopo, il litro d'acqua quasi tutto in un sorso. Di fronte a me, in piedi, sulla porta del mio studio. Poi, sazio, mi dice grazie, e mi stringe la mano, me la stringe così forte, con tanta di quella gratitudine che ancora mi sento la pressione sulla pelle. La gente che passa davanti allo studio ci guarda come si guarda un cartone animato, con troppo lieto fine per essere credibile. Intanto, da qualche parte in Europa, ci sono persone che parlano di alzare muri e chiudere fuori questa gente, ma fuori da cosa? Dicono di farlo per il bene di tutti, ma io mi chiedo come fanno a non sentirsi degli stronzi se io, solo che uno mi dice che ha fame, mi sento subito colpevole.

mercoledì 10 giugno 2015

e mi chiedo

Ieri nel mio borgo è venuta fuori questa cosa, che il nostro sindaco ha commentato l'arrivo nel comune vicino di 130 profughi africani con un commento non proprio improntato all'accoglienza. Questa cosa ha scatenato una serie di accese polemiche che, a ben vedere, non dicono nulla di nuovo, rievocano semplicemente scenari abituali in tutto il resto del Paese. In molti disapprovano il sindaco per il suo comportamento. Altri lo difendono. Ma il punto è proprio questo: o il sindaco è completamente solo a pensare quel che dice (ma non mi è parso sia così), oppure il sindaco esprime appunto l'opinione di tantissimi altri che non conosco ma hanno diritto di opinione. Uno può dire che quello è il sindaco e non dovrebbe esprimersi in quel modo a livello istituzionale, ma problemi del genere (problemi che per noi sono solo all'inizio, perché non faranno che aumentare), non li risolvi nascondendo la testa sotto il tappeto istituzionale, perché le istituzione così come sono buone a regolare il disordine, sono anche buone a imporre un ordine che non sempre ha fondamenti umani, o umanitari. E mi chiedo, cosa posso fare, nel mio piccolo, per convincere questi altri uomini, più ancora che il sindaco che li rappresenta, che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato, di profondamente egoistico, nel loro attegiamento verso il prossimo? E come si potrà poi, tutti insieme, organizzarci e far fronte (non solo a parole) all'onda umana che a breve potrebbe risalire dalle coste del Mar Ionio fino a noi?

mercoledì 27 maggio 2015

lingua e significati

Oggi ho imparato a dirlo in farsi: "Man dooset daram", e poi in norvegese: "Jeg elsker deg" dalla stessa persona che ha girato il mondo per sette anni senza documenti, o come si dice da noi, un clandestino.

domenica 24 maggio 2015

pranzo in famiglia

Guardiamo insieme il tg poi commentiamo le ultime notizie. Un prete lo mette in culo ai ragazzini che fanno i chierichetti e poi scrive loro messaggini d'amante abbandonata, un altro ruba i soldi alla Caritas per aiuti agli immigrati: più di 100.000 euro destinati ai poveri del mondo, intanto che la Lega fa le marce per ricacciarli indietro questi negri che ci rubano il pane. Un terzo allontana un disabile dal tempio. Mio zio, italiano medio, sangue caldo, si schifa, si lamenta a voce chiara, dice blasfemie della Chiesa, il vero male. Poi fra sette giorni va alle urne e, in fondo al suo cuore, continua a votare DC.

giovedì 20 febbraio 2014

mensa

Ho fatto un sogno. Siamo tantissimi, tutti seduti a una sorta di mensa scolastica. Dal pulpito una maestra ci ripete all’infinito quali sono le regole, i giusti valori, il comportamento adeguato da tenere. Io dipingo una sacra famiglia, è un monocromo rosso. Si intravede sul fondo Gesù bambino col bue e l’asinello. Mancano Giuseppe e Maria. “C’è uno scrittore” mi dicono alcuni che sbirciano il quadro. C’è uno scrittore, infatti, in evidenza sul lato sinistro del quadro. Si capisce dal fatto che ha uno scalpello in mano. Mi guardo intorno. Maria è seduta a capotavola. Piange. Le prendo la mano per darle conforto e dal contatto delle nostre mani viene fuori del sangue. Giuseppe gira fra i tavoli. Offre agli immigrati del broccoletti sottolio. Loro li divorano compiaciuti. Non hanno mai mangiato, dicono, nulla di così buono.

giovedì 11 luglio 2013

passeggiata con roma

Roma, ce ne stiamo nella pioggia posati
sul Tevere verdastro
come vecchie panchine, barconi
baracche a mollo del dopolavoro ferroviario
senza direzione né peso sotto i ponti assetati d’amore
che se ne va dal gelataio, prende un cono alla fica
addolcisce il cuore la speranza
mentre fuori si preannuncia il nubifragio.

Roma, ce ne stiamo al riparo fra le tombe degli Inglesi
colle gattare in calore, gatti noi avvelenati di silenzio
insicuri e stanchi senza più fava o fontanelle
senza notturni che ci riportino a casa
a nasconderci in bagno per sedurci
ma tanto non ci sono paletti, solo convinzioni
non ci sono più ombrelli, ma sete.

Roma, ce ne stiamo così scuri nei visi sui tram del rientro
senz’avere risposte che valgano una storia
senza passione né sorrisi, divisi
all’ombra del fascio e nell’abbraccio del papa
direzione Casilina, spartendoci che resta coi solitari e gli immigrati
sui trampoli, coi suicidi che ci premono addosso.

Roma, rimandiamo un passaggio a Ostia
e passiamo per Parco Traiano
dove uomini e cornacchie indistinguibili
senza fare più chiasso se ne stanno
attorno a una pozza di sangue che si bevono i pini.

Roma, ce ne stiamo lontani dagli aperitivi
studenteschi, già abusati e corrotti
via dai Fori Imperiali, da troppe natiche strette
con disagio a Pasolini, Penna, Palazzeschi,
ce ne andiamo a cercare un amore fiorito in un verso
lasciato per caso cadere a Porta Maggiore.

Roma, siamo innocenti e sgraziati, desolati
a consumare couscous che ci consumi lento
ce ne stiamo al sole al lago Albano
verso l’attimo diretti in cui saremo stretti
l’una all’altro, intrappolati
quando ancora mi dirai come una volta: mi hai giocata di nuovo ed io
mi preoccupavo solo per l’acqua.

domenica 31 marzo 2013

epitaffio per un piccolo uomo

Paolo Giannoccari mi diceva sempre una cosa: “Io ti rispetto perché sei comunista però con me, che sono democristiano, ci parli lo stesso”. In verità con Paolo non si riusciva tanto a parlare, faceva tutto lui. Ti vedeva arrivare da lontano sul corso, ti chiamava con foga, e tu potevi solo sederti sulla stessa panchina e aiutarlo a passare una mezzora della sua lunga giornata da pensionato. Paolo, a essere giusti, era una persona buffa, a volte stralunata, e spesso un gran rompipalle. Soffriva da anni di diversi problemi, ma anche così Paolo non si arrendeva, pieno di entusiasmo e ingenuità senza rimedi, ancora studiava, si impegnava, lui che si riteneva un illetterato, e aveva fondato un gruppo di azione locale per fare, a modo suo, politica attiva nel suo paese. A modo suo era un estremista. Credo che nessuno si scorderà mai quella volta che, lui che faceva il postino, bloccò per protesta lo sportello dell’ufficio postale, nessuno poteva più spedire lettere, pagare le bollette. Arrangiava, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma sempre in maniera onesta. La verità è che Paolo Giannoccari ci credeva davvero nella politica, e a quel credo che era tutto ciò che gli restava insieme alla famiglia, aveva dedicato la parte migliore di sé.
Paolo è morto oggi, davanti a casa sua, mentre tornava dall’ennesimo ricovero ospedaliero. È morto nella piazzetta dove ha passato un po’ in disparte gli ultimi anni. Di quei pomeriggi insieme sulla panchina non mi scorderò mai le sue lunghissime, estenuanti, relazioni che preparava per ipotetici incontri da farsi con tutte le forze politiche, anche con noi “comunisti”, perché per lui, uomo solo, il dialogo, lo scambio, erano cose fondamentali. L’ultima di queste relazioni, che non ha fatto in tempo a leggere a nessuno, riguardava l’accoglienza agli immigrati, la necessità di riscoprire un vero senso di carità cristiana per queste persone arrivate qui dal mare, senza più nulla. Ripensando all’incapacità di dialogo e all’arrivismo delle forze politiche che oggi devastano l’Italia, direi che, pur arrangiando con tutti i suoi limiti, quel piccolo democristiano illetterato, per cui nessun altro scriverà un epitaffio, era molto più avanti, nel cuore, di tanti di loro.

sabato 30 marzo 2013

pasqua senza lacrime

Ieri Enzo Jannacci, oggi Franco Califano. È come se tutta la musica di questo paese lo ripudiasse, o ne venisse spurgata, tenuta a distanza. Guardo il telegiornale. Questa notte due immigrati sono morti assiderati su un gommone in mezzo al Mediterraneo, in un tentativo estremo di realizzare il loro sogno di una vita migliore, il miracolo della Pasqua per loro non si ripeterà. Oggi uno dei presidenti peggiori della nostra Storia, certamente il più debole, ha consegnato il paese ai Dieci Saggi, come so fossimo nel Signore degli Anelli o in Harry Potter: sembra un gioco di società per nerd appassionati di magia, e sarebbe quasi comico se non fosse tragico, se non fosse un così palese inciucio. Persino Marco Travaglio, a questo punto, ha pubblicamente dato degli idioti (non in questi termini ma il senso era quello) al Movimento Cinque Stelle, che fino a ieri appoggiava. Io lo do a tutti senza complimenti. In pochi lo dicono, ma Cipro, in ginocchio, è il primo indizio del disfacimento dell’Europa democratica che tutti sognavamo. Intanto il Tg4 dedica un intero servizio alle vacanze della Merkel a Capri, per ricaricare le batterie prima dell’ennesima porcata: la Merkel, ci informano dal Tg4, non rilascia interviste e non vuole essere disturbata. Intanto gli italiani non vanno più in vacanza, denuncia Federalberghi preoccupata. In molti nel prossimo anno finiranno per strada. La Cina avanza senza dirlo, ce ne accorgiamo ogni volta che un operaio perde un diritto, che andiamo a fare la spesa e poi mangiamo carne di cane contraffatta. Non c’è conforto per nessuno, non c’è più amore, neppure quello semplice di una compagna, perché siamo tutti più poveri, più arrabbiati, incattiviti e senza speranze. Una volta la musica dei cantautori aveva un potere aggregante, serviva a farci sentire più vicini, a dare forma ai nostri pensieri di popolo, al sentimento, a una speranza. Oggi cantiamo le canzoni di Jannacci o Califano chiusi in casa, per noi stessi, nostalgici o per consolarci, comunque più cinici, induriti. Abbiamo fallito su tutti i fronti, amici miei. C’è tanto dolore senza scopo, ma nemmeno più una lacrima da piangere.