Ieri leggevo una recensione a “Io capitano” di Matteo Garrone, scritta da una insegnante che diceva – basandosi su ciò che aveva visto, ma senza aver capito nulla del film – come fosse rimasta delusa perché l’opera si concentrava unicamente sul viaggio in Africa dei due ragazzi e non mostrava mai quanto siamo orribili e crudeli noi europei verso di loro, quasi che Garrone volesse mostrare che gli unici cattivi sono gli africani e non avesse il coraggio di ammettere che i veri mostri siamo noi. L’ho trovato un commento talmente sbagliato nei suoi preconcetti da creare quasi una sorta di razzismo rovesciato, per cui nell’ansia di affibbiarsi tutte le responsabilità del problema si tende quasi a edulcorare le molte colpe dei tanti stati e criminali africani che sulle loro migrazioni interne lucrano con una crudeltà inaudita, fino a dividere ancora una volta il mondo in un “noi” (i cattivi) e “loro” (le vittime) rovesciando solo le parti rispetto alla visione di certa destra europea (che vorrebbe fare di noi le povere vittime innocenti), ma proprio come la destra costruendo un discorso su basi molto schematiche e grossolane, per nulla inclusive, per nulla protese alla semplicissima idea che siamo prima di tutto umani e in quanto umani i buoni e cattivi non si distinguono dal colore della pelle o dal continente di provenienza ma dalle azioni. L’ho trovato talmente sbagliato come commento che mi ha spaventato l’idea che questa persona insegnasse in una scuola, a dei ragazzi, mossa dalle migliori intenzioni, ma dicendo loro: pentitevi perché in quanto nati da questa parte del mondo siete già mostri alla radice. Chissà quanti la pensano come lei.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 29 settembre 2024
mercoledì 24 luglio 2024
colpa loro!
Ascoltando al Tg le parole di Delmastro pensavo a com'è breve il passo da "Aiutiamoli a casa loro" a "Rimandiamoli a casa loro". In ogni caso è sempre colpa loro, mai della nostra gestione vergognosa di quelle strutture. Tanto che Delmastro ha la faccia tosta di venirci a dire che se non venivano qui "loro" nelle carceri si stava proprio bene, c'era tanto spazio arieggiato e si poteva pure assumere nuovo personale. Ma che possiamo farci se ci sono "loro" che vengono qui a rubarci il lavoro, il futuro, persino in carcere? Nulla, quando se ne andranno "loro", allora tutto si aggiusterà da sé. Sarà, io di persone che sono state in carcere, ma non da oggi, da anni, ne ho conosciute un bel po', e non me ne ricordo una sola che mi abbia detto: Antò, ma come si stava bene in carcere, soprattutto d'estate era così bello che guarda, io non volevo più uscire! E penso che ci vuole talento per riuscire con una sola frase a sputare in faccia a così tante persone in difficoltà. Caro Delmastro, chapeau.
giovedì 10 febbraio 2022
uogliò
La ragazza di colore che ogni settimana scende alla stazione per vendere cianfrusaglie e ogni volta che mi vede mi saluta da lontano sollevando il cesto UOGLIÒ! e io ogni volta provo a spiegarle che è UAGLIÒ, UA non UO e lei ogni volta prova, ride, non ce la fa, troppo difficile parlate.
mercoledì 11 novembre 2020
il riccio
Stasera, appena fatto buio, ho scoperto che c'è un nuovo ospite in giardino. È un piccolo riccio rossastro che si è rifugiato qui e adesso si sta mangiando un piattino di pasta. Qui intorno è ancora campagna, e così ogni tanto se ne ferma qualcuno prima di riprendere i suoi giri. Così, visto che è arrivato oggi, ho pensato di chiamarlo Carlo. Ieri, leggendo i tanti post che gli hanno dedicato, ho visto che molti lo descrivevano come una persona discreta. Forse perché non alzava la voce ed era capace di grandi silenzi. Ma io personalmente ho un’altra esperienza di lui, di uno che coltivasse l’apertura. La prima volta che ci ho parlato, gli avevo appena scritto una mail, mi ha chiamato dopo nemmeno mezz’ora al telefono e abbiamo parlato. Io dalla Puglia e lui da Roma. Abbiamo parlato di poesia e di lavoro, non ho mai scritto una sola poesia sul lavoro mi ha detto, ma come se fosse una cosa a cui non aveva pensato. Ma soprattutto abbiamo parlato della situazione degli immigrati nel mondo, un argomento che invece aveva a cuore, tutta questa gente che cerca un posto dove vivere e i profondi problemi che deve affrontare per arrivarci. Non faceva più politica, diceva, ma aveva una visione politica del mondo. E questa politica cominciava appunto da loro. E da cosa potevamo fare noi per loro. Citandomi una sua poesia, mi ha detto: E noi che scriviamo poesie, cosa possiamo fare? Io non lo so. Ma la poesia serve proprio a questo, a dirsi E noi cosa possiamo fare? Io non lo so, ma per stasera ho accolto un riccio, ed è un inizio.
mercoledì 23 settembre 2020
morirai in mare
Nella foto Abdel Wahab Yousif, poeta
sudanese morto il 20 agosto 2020 nel Mediterraneo, insieme ad altri 45
migranti. Di seguito la traduzione di una una delle sue ultime poesie,
in cui esorcizzava la paura del viaggio.
sabato 23 marzo 2019
rivendicazioni
martedì 2 ottobre 2018
per lucano
domenica 24 giugno 2018
la notte di san giovanni
venerdì 25 agosto 2017
vangelo
giovedì 24 agosto 2017
raccontare le conseguenze
venerdì 15 aprile 2016
fame
mercoledì 10 giugno 2015
e mi chiedo
mercoledì 27 maggio 2015
lingua e significati
domenica 24 maggio 2015
pranzo in famiglia
giovedì 20 febbraio 2014
mensa
giovedì 11 luglio 2013
passeggiata con roma
sul Tevere verdastro
come vecchie panchine, barconi
baracche a mollo del dopolavoro ferroviario
senza direzione né peso sotto i ponti assetati d’amore
che se ne va dal gelataio, prende un cono alla fica
addolcisce il cuore la speranza
mentre fuori si preannuncia il nubifragio.
Roma, ce ne stiamo al riparo fra le tombe degli Inglesi
colle gattare in calore, gatti noi avvelenati di silenzio
insicuri e stanchi senza più fava o fontanelle
senza notturni che ci riportino a casa
a nasconderci in bagno per sedurci
ma tanto non ci sono paletti, solo convinzioni
non ci sono più ombrelli, ma sete.
Roma, ce ne stiamo così scuri nei visi sui tram del rientro
senz’avere risposte che valgano una storia
senza passione né sorrisi, divisi
all’ombra del fascio e nell’abbraccio del papa
direzione Casilina, spartendoci che resta coi solitari e gli immigrati
sui trampoli, coi suicidi che ci premono addosso.
Roma, rimandiamo un passaggio a Ostia
e passiamo per Parco Traiano
dove uomini e cornacchie indistinguibili
senza fare più chiasso se ne stanno
attorno a una pozza di sangue che si bevono i pini.
Roma, ce ne stiamo lontani dagli aperitivi
studenteschi, già abusati e corrotti
via dai Fori Imperiali, da troppe natiche strette
con disagio a Pasolini, Penna, Palazzeschi,
ce ne andiamo a cercare un amore fiorito in un verso
lasciato per caso cadere a Porta Maggiore.
Roma, siamo innocenti e sgraziati, desolati
a consumare couscous che ci consumi lento
ce ne stiamo al sole al lago Albano
verso l’attimo diretti in cui saremo stretti
l’una all’altro, intrappolati
quando ancora mi dirai come una volta: mi hai giocata di nuovo ed io
mi preoccupavo solo per l’acqua.
domenica 31 marzo 2013
epitaffio per un piccolo uomo
Paolo è morto oggi, davanti a casa sua, mentre tornava dall’ennesimo ricovero ospedaliero. È morto nella piazzetta dove ha passato un po’ in disparte gli ultimi anni. Di quei pomeriggi insieme sulla panchina non mi scorderò mai le sue lunghissime, estenuanti, relazioni che preparava per ipotetici incontri da farsi con tutte le forze politiche, anche con noi “comunisti”, perché per lui, uomo solo, il dialogo, lo scambio, erano cose fondamentali. L’ultima di queste relazioni, che non ha fatto in tempo a leggere a nessuno, riguardava l’accoglienza agli immigrati, la necessità di riscoprire un vero senso di carità cristiana per queste persone arrivate qui dal mare, senza più nulla. Ripensando all’incapacità di dialogo e all’arrivismo delle forze politiche che oggi devastano l’Italia, direi che, pur arrangiando con tutti i suoi limiti, quel piccolo democristiano illetterato, per cui nessun altro scriverà un epitaffio, era molto più avanti, nel cuore, di tanti di loro.

