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venerdì 14 marzo 2025

ha scritto solo canzoni

Leggo con fastidio la battuta di un signore che commentando la scelta di Guccini di partecipare alla manifestazione pro-Europa di domani a Roma lo irride scrivendo: “Cos’ha fatto mai Guccini nella vita a parte scrivere belle canzoni? Mica andava a salvare i feriti in guerra come Gino Strada”. Che è un commento stupido che ha preso più di cento di like. Purtroppo convivo da tutta la vita con questo pregiudizio, io come tutti coloro che pur non andando a salvare feriti in guerra provano a creare qualcosa di bello che dia gioia agli altri, i quali la danno troppo spesso per scontata. Si può essere o non essere d’accordo con le scelte politiche di Guccini, ma non gli si può dire con quella sottintesa sufficienza che nella vita ha scritto solo canzoni, come se scrivere canzoni fosse una cosa da poco. Perché, se davvero lo pensate, mi dovete anche giurare che quando state male, quando state bene, quando siete innamorati, o malinconici, quando siete sotto la doccia o andate a zonzo in auto, voi non cantate le vostre canzoni del cuore, no, voi che siete diversi non cantate niente, voi vi guardate sul telefono le foto dei feriti raccolti negli ospedali da campo di Emergency perché solo quando guardate quei feriti che vengono curati da qualcuno che non siete neanche voi vi sentite compresi, appagati e in pace con voi stessi e il mondo.

domenica 6 novembre 2022

perché si scende in piazza?

Ho letto poco fa il commento di una donna a un post sull’Ucraina il cui la donna, a favore della pace, diceva sostanzialmente che noi occidentali siamo talmente imbevuti di propaganda da credere, fra le altre, alle storie di stupri delle truppe russe sui civili ucraini, e che “non ci sono prove degli stupri” diceva. Ci sono rimasto. Primo perché, da che mondo è mondo, la prima cosa che fa qualsiasi esercito in una guerra è stuprare i civili; lo fanno tutti, non solo i russi (che conoscono bene questa pratica: basta informarsi su cosa hanno fatto in Germania durante la seconda guerra mondiale), ma anche gli italiani in Grecia e in Africa (Montanelli non era l’eccezione, era la regola), gli americani in Asia, i francesi di Napoleone, gli spagnoli in America, lo facevano gli antichi romani e i greci alla base della nostra cultura, e andando a ritroso nel tempo dubito si possa trovare una qualsiasi civiltà che non abbia avvalorato “l’efficacia” dello stupro in guerra. E mi fa specie, in secondo luogo, che lo dica proprio una donna e proprio in nome della pace, con tutta la cultura dello stupro che si respira oggi nel mondo e con tutte le lotte in corso per la difesa di diritti fondamentali legati alla dignità della donna (vedi l’Iran). Una donna che scrive “non ci sono prove degli stupri di soldati ecco, a pelle mi sembra quasi un controsenso. Tutto si può dire su Russia e Ucraina secondo me, e io non pretendo di avere ragione in merito, tranne che in una guerra non ci sono stupri a decine, ed è innanzitutto per questo che si dovrebbe lavorare per la pace, non pro questo o contro quello, ma per evitare che un qualsiasi soldato si senta in diritto di stuprare, rapinare o uccidere un altro essere umano. Se non lo si fa per questo, perché si dovrebbe scendere in piazza? A volte, invece, da certe cose che leggo, mi sembra davvero che si vada a dimostrare per idee di civiltà così alte che ci si scorda proprio le persone.

sabato 6 agosto 2022

programma

Stamattina pensavo che sono ormai trent’anni – da quando cioè ho diritto di voto – che sento dire alla sinistra che per vincere serve un programma e da allora io sto ancora aspettando di vederlo. Ora la sinistra mi viene a chiedere il voto – come fa sempre da trent’anni – non per un’idea ma contro l’idea che vinca qualcun altro. Insomma, l’idea di fondo della sinistra si basa sull’affossare l’avversario invece di far meglio: è come quello che deve fare una gara e invece di allenarsi fa lo sgambetto a quello che corre più veloce, come il ristoratore che invece di inventarsi un piatto nuovo fa la chiamata anonima alla guardia di finanza contro il ristorante all’angolo che fa più clienti. Questa è l’idea che mi si chiede di promuovere per salvare il paese, in nome dei più alti valori della sinistra berlusconiana (o draghiana, come si dichiara). Io lo avverto il “pericolo della destra”, non tanto a livello politico ma sociale – basti pensare al tipo che picchia la dipendente nera perché non la voleva pagare: quello non è un caso, è la norma taciuta. E quel tipo lì sappiamo tutti per chi vota. Ma piuttosto che sputarmi in faccia o turarmi il naso – come mi chiedono di fare da trent’anni in nome dei più alti valori della sinistra – io piuttosto vado a votare Meloni, e lo faccio non perché si vedrebbe finalmente una donna come primo ministro, che se fosse per la sinistra paritaria non si vedrebbe mai – ma proprio per fottere questa sinistra qui, che è poi il sentimento di sinistra che mi si chiede di avere verso gli altri, alla faccia del principio di mutualità che dovrebbe guidarci tutti.

martedì 21 luglio 2020

amore per le proprie idee

L'altro giorno, al bar, Dudduzzo mi diceva che secondo lui il motivo principale che ci spinge a litigare e accanirci in accese discussioni, noi italiani, non è il senso di giustizia ma l'amore per le proprie idee. In altre parole, non c'è quasi mai un vero astio verso l'altro, perché fondamentalmente non ce ne frega nulla dell'altro: noi stiamo difendendo le nostre idee non per amore della verità, ma per puro spirito agonistico, per poter dire di avere ragione. E infatti, se l'altro a un certo punto cambia bandiera e sposa le nostre idee, subito l'astio finisce, nella vita quotidiana così come nella politica. Dudduzzo di questo amore ne parlava in termini anche alti; io ripensandoci mi accorgo che c'è qualcosa di profondamente infantile in tutto questo e un po' mi ha dato fastidio.

domenica 25 febbraio 2018

personalissima opinione

Continuo a pensarci da giorni, ad arrovellarmi, anche sollecitato da molti amici, e forse andrò anche a votare, per quanto conoscendomi finirò per votare qualcuno che non farà testo, così che fra votare e non votare non ci sarà nessuna differenza, sarà comunque un non farsi sentire. (E se mi dicono che comunque andare a votare è il segnale di qualcosa, io credo di no: vincere le elezioni è un segnale, votare tanto per votare e comunque al potere ci vanno sempre i soliti, secondo me non serve a nulla. Però a votare qualcuno che non vince almeno non si sbaglia, no? Non ci si sporca le mani col potere.) Ma più ci penso e più sono convinto che la politica, come concetto alto dico, smontato nei suoi meccanismi, non solo sia una cosa di per sé innaturale e perversa, spesso rivoltante, ma non offra salvezza a nessuno, anzi il più delle volte imbruttisce le persone, proprio come un vizio. E la cosa che mi dà più fastidio, forse, non è nemmeno questo (una politica ci vuole alla fine, proprio come una moneta), è come molti che fanno politica non solo lo sanno, ma di diventare umanamente più brutti se ne compiacciono pure. Ma questo è ovviamente ciò che penso io e non è che faccia testo, è solo la mia personalissima opinione e vorrei che fosse presa come tale.

giovedì 4 maggio 2017

una cosa preoccupante di cui mi sto accorgendo

Se clicchi il titolo di un libro su Google la maggior parte dei siti che vengono fuori, perlomeno sulla prima pagina, sono soltanto piattaforme di vendita. Non un blog, non un sito che ne parli, che parli del libro, che lo citi, che lo recensisca o lo confuti. Dei libri più famosi capita alla seconda di trovar qualcosa, perlopiù siti istituzionali dei soliti noti che si scambiano favori. Dei meno famosi non capita nulla, mai. Ed è una cosa brutta. Perché sembra quasi che i libri siano lì solo per vendere (e non vendono). Però i libri sono soprattutto veicolo di pensiero. Se nessuno ne parla, se persino il più sfigato dei blogger non si prende la briga di scrivere due righe su di un libro che ha letto per dire la “sua”, come invece fa sul calcio, sul sessomatto o sulla politika, quel libro un poco ha fallito. E non lo dico per presunzione di autore, lo dico perché dieci anni fa, quando avevo solo il blog e non Facebook, c'erano molte più recensioni di libri in giro. E questo qualcosa significa.

lunedì 20 febbraio 2017

inventarsi un lavoro

Stamattina riflettevo su una cosa che ci dicevano qualche anno fa per tamponare la delusione della mia generazione precaria. Ci dicevano: il posto fisso non esiste più, per cui ti devi inventare un lavoro. Che è uno slogan bellissimo legato a un'idea parecchio stupida. Che significa: ti devi inventare un lavoro? Un lavoro esiste in base a un bisogno reale. Se c'è bisogno di una cosa allora c'è bisogno di qualcuno che ottemperi a quel bisogno e allora c'è lavoro. Se non c'è abbastanza bisogno di quella cosa allora non c'è lavoro. Io penso e dico che la gente ha bisogno di più libri ma se la gente non la pensa come me allora ahivoglia a lavorare intorno ai libri. Non ti puoi inventare i bisogni degli altri. E soprattutto se il bisogno è quello di lavorare e basta, io che faccio: mi invento un lavoro in cui do lavoro agli altri e mi faccio pagare da loro per questo? Mi pare di averlo già sentito.

martedì 3 novembre 2015

il rompiballe

‪Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2007

Il Popolo d'Italia, fondatore Benito Mussolini, maggio 2008

giovedì 11 giugno 2015

la vittoria dei poveri

Parecchi mesi fa, in tempi non sospetti, venne a me e ad alcune altre persone che non cito per correttezza, l'idea di realizzare un libro sulle erbe spontanee del territorio, con tanto di mappa dei luoghi e itinierari per poter rintracciare determinate specie di piante e come prepararci decotti o ricette naturali. Un progetto bello e ambizioso che però necessitava di fondi per essere realizzato. Per questo motivo presentammo il progetto all'ente che più di tutti avrebbe dovuto appoggiare tale iniziativa, la BCC del mio paese, che qui è un po' il punto di riferimento. La banca ha rifiutato in blocco il progetto senza nemmeno darci una spiegazione. Oggi scopro che un libro molto simile a quello che volevamo fare noi esce in allegato alla Gazzetta del Mezzogiorno. Il libro si chiama Erbe Spontanee della terra di Bari ed è allegato al giornale al prezzo di 10 euro. La considero una piccola vittoria dei poveri, che dimostra come a volte non sono le idee a essere sbagliate, ma quelli a cui le porgi. Né vorrei sembrare eccessivamente polemico, ma credo sempre che le cose vadano dette, se no finisce che hanno sempre ragione loro, si abituano ad avere ragione perché decidono per tutti, ma non è così. Anche chi decide può sbagliare. Solo che raramente lo ammette.

sabato 9 maggio 2015

idea per una installazione dal titolo: cosa penso di voi

Tutto si svolge su una sorta di mappa del mondo in scala. Sul Nordafrica sono segnate delle tracce per il posizionamento dei piedi, in modo che chi si posiziona sopra dia le spalle all’Europa. Poiché la nostra è una installazione razzista le tracce sono indicate dalla targa: “questo è il posto dei negri”. Proprio per questo, nelle tracce devono posizionarsi categoricamente persone di colore, le quali non hanno la possibilità di spostarsi sul resto della mappa. I neri che scelgono di posizionarsi lì devono restare immobili per un certo periodo di tempo, senza bere né mangiare né sedersi. L’unica azione che è concessa loro è quella di piegarsi su se stessi fino a restare col culo sospeso sull’Europa, e svuotarsi delle feci. I neri possono svuotarsi anche più volte e sono loro a determinare la fine della performance. Se però il nero in posizione non si svuota, la performance non può concludersi. Il pubblico che sceglie di assistere alla performance viene chiuso nella stessa stanza col nero ed è costretto a restare lì, intorno a lui, fino al suo svuotamento. Quando il nero si svuota sull’Europa, tutto il pubblico deve categoricamente applaudire l’azione. Se qualcuno non applaude, allora verrà costretto dal personale della galleria a calpestare l’Europa, camminandoci sopra più volte fino a imbrattarsi le scarpe delle feci del nero. Il pubblico è anche caldamente invitato a fare dei selfie durante la performance e a metterli in rete, usando l’hastag: #cosapensodivoi.

giovedì 5 febbraio 2015

silenzio

Pensavo che, almeno una volta all’anno, sarebbe bello istituire la Giornata mondiale contro lo spreco delle parole, in cui invece di perder tempo a spiegare o a spiegarsi si sorvolasse su tutto, in base al principio che per quanto tu possa buttarne di sangue e di ragioni, alla fine nessuno può veramente capirsi. Per una volta sarebbe carino lasciar perdere, arrendersi, e starsene un po’ zitti ad ascoltare il resto: il vento che fa tremare i vetri, l’acqua che scorre nel lavello, il ronzio della stufa, le fusa dei gatti che reclamano carezze. Sarebbe un silenzio non pieno, ma proprio per questo molto rilassante.

giovedì 29 gennaio 2015

io e charlie

A toccare la fede degli altri li si rende cattivi. Ha ragione il papa. Me ne sono accorto l’altro giorno che ho fatto dell’ironia sulla Giornata della Memoria e un mio amico, cresciuto nei valori della Resistenza, s’è incazzato dicendomi: ci sono alcune cose sacre, questa è una, l’altra è il 25 aprile. Ne è una nato una sorta di litigio collettivo, assai antipatico, fra me, lui e altri che hanno commentato il post e alla fine, disgustato, ho cancellato tutto. Che scrivevo nel post? Per sommi capi che forse a incrementare il giorno della Memoria era l’industria cinematografica per produrre quei due o tre film all’anno da trasmettere a fine gennaio, subito dopo i cinepanettoni di Natale, e concludevo con l’infelice battuta: Natale a Dachau. Insomma, ci sono andato pesante, e così ho toccato i nervi scoperti di una fede laica. Lì mi sono accorto di una cosa, che proprio quel giorno, mosso dagli stessi identici motivi e con gli stessi identici modi, io sono stato Charlie Hebdo. Ma davvero Charlie, non come molti che lo hanno scritto per partecipare al dolore e poi basta. Ho fatto dell’ironia alla Charlie che ha portato per alcune ore un po’ di nervosismo a tutti, e nulla di realmente costruttivo. Sono stato Charlie e non ne vado per nulla fiero, aggiungo. Però mi viene da dire anche questo, che inneggiare alla libertà di satira o d’espressione – di qualsiasi genere e contro qualsiasi fede – se poi non si è pronti, per primi, a calarsi le mutande in piazza fa molto Europa, non quella illuminista di Charlie Hebdo ma l’altra più antica, più ferocemente radicata, dove tutti sono sempre un po’ impacciati con l’autocritica ma sempre bendisposti a dare del coglione al prossimo. Insomma, serve tanto equilibrio.

venerdì 8 agosto 2014

democrazia

Sono uno di quelli che pensa che la democrazia se n'è andata a quel paese, un qualsiasi altro paese che non è l'Italia. Si può anche discutere se questo è stato fatto per il bene del paese o meno, se era necessaio o meno, se sarà utile o meno. Ognuno ha il suo punto di vista a proposito e non è detto che il mio sia quello giusto. Ma quello a cui stiamo assistendo in questi giorni non è un processo democratico, e se qualcuno sostiene il contrario, o sta mentendo o deve andare a cercarsi la definizione di "democrazia" sul vocabolario. Si sostiene sempre che nel gioco politico il cinismo è un elemento indispensabile, ma diamo almeno alle cose il loro nome. L'unico aggettivo che mi viene in mente per il nostro scenario politico è "machiavellico", non certo "democratico". La democrazia se n'è andata altrove.

sabato 2 agosto 2014

pregiudizio


A volte mi rendo conto di scontare una sorta di pregiudizio di fondo, per cui il fatto di vivere e lavorare in un paesino della provincia del sud non solo mi rende più debole sul mercato o nelle PR (cosa verissima), ma anche deficitario nel capire determinati meccanismi. Mi capita spesso, infatti, quando parlo con amici che vivono fuori, che senza quasi accorgersene mi facciano lezioni su come "si fanno" le cose nel mondo, quasi che da solo non riuscissi a rendermene conto, per il solo fatto di vivere in provincia, o come se non fossi in grado di aggiornarmi nell'epoca del 2.0. Io, quando capita, mi sento quasi in imbarazzo, perché mi viene voglia di ridere oppure di fare loro una carezza, ma mi par brutto ridere in faccia alla gente. Lo so che non lo fanno per cattiveria, ma nella loro sottile presunzione mi ricordano tanto Antonio, il protagonista dei Basilischi della Wertmuller, quando se ne va a Roma e se la tira tanto con gli amici perché lì si lava tutti i giorni, ma in fondo al cuore resta il solito cafone come gli altri.

domenica 7 aprile 2013

idea per un romanzo da scrivere

TITOLO PROVVISORIO: TRASH

TRAMA: Maria, che lavora in un call center erotico, e suo fratello Giuseppe, falegname, hanno una relazione incestuosa. Giuseppe, superdotato, è diventato famoso per aver girato un porno casalingo dal titolo “Arriva l’uccello dello Spirito Santo” ed è impegnato da tempo nel suo sequel annunciato “Sempre uccello è!”, che vorrebbe alzare il tiro, proponendo un film lungo ventiquattro ore, con una sorta di gang bang femminile (cento donne) contro di lui, unico maschio intento a soddisfarle nella più grande orgia cinematografica di tutti i tempi.
Giuseppe affitta una casa in cui comincia le riprese. Purtroppo per Giuseppe, a causa di un “blocco creativo”, non riesce ad avere l’erezione “necessaria” a completare il film nella lunga scena finale (una vera e propria maratona sessuale di sei ore, da girare tutta in presa diretta e senza stacchi) e rischia seriamente di ritrovarsi nei guai, a causa dei debiti che nel frattempo ha contratto con Erode, uno strozzino pedofilo per farsi finanziare le riprese.
Quando oramai non ha più soldi nemmeno per pagare un cameraman, Giuseppe, che deve terminare a tutti i costi il film, chiede a Gabriele, postino appassionato di poesia, di aiutarlo nella realizzazione delle riprese. Coprotagonista della scena che chiuderà degnamente il capolavoro di Giuseppe è proprio Maria. I tre si chiudono per settimane nella casa affittata da Giuseppe, in una sorta di piccola orgia senza fine, aspettando il momento giusto per completare l’opera, momento che forse non arriverà mai.
All’inizio Gabriele, guardone timidissimo, aiuta Giuseppe perché crede di essere innamorato di lui, ammaliato dalle dimensioni del suo sesso, poi però si lascia irretire in una relazione estrema con entrambi i fratelli, si innamora anche di Maria, che ne intuisce la natura più fragile e lo coinvolge in giochi sadomaso in cui Gabriele diventa il suo schiavo-giocattolo.
La tragedia scatta quando proprio Gabriele resta incinta. Di chi sarà il bambino? Lo strozzino Erode, se Giuseppe non ritroverà la concentrazione necessaria a terminare il suo film, lo vuole per sé, per farne ciò che vuole, e promette di cancellare ogni debito in cambio della creatura, che però si rifiuta di nascere.

NOTE: La scrittura dovrà essere quanto più asciutta, asettica possibile.

martedì 12 marzo 2013

mieli di marzo

Linko qui, a trent'anni dalla sua scomparsa, un ricordo di Mario Mieli scritto dal suo amico Franco Buffoni, poeta. Mieli, fra i fondatori del movimento gay italiano, è stato uno dei più incredibili ed eversivi personaggi degli anni '70, quando la parola "eversione" (rivoltare, mettere sottosopra) aveva ancora un senso, una sua violenza rigenerante, quando si faceva eversione per cambiare il mondo e non semplicemente per intorbidare le acque.
Certe sue affermazioni hanno ancora oggi un carattere realmente polemico, creativo, ancora più oggi forse, con il ritorno in auge di una Chiesa e di uno Stato tutti chiusi in se stessi e contro l'accettazione di determinate identità, anche al loro interno. Qualcuna di queste affermazioni la trovate su Wikiquote, senza sforzarvi troppo, e credo valga la pena di leggerle: troverete che a volte sono eccessive, forti, indigeste, proprio com'era lui, che usava il suo stesso corpo, la sua sola presenza "disturbante" come un'arma.
In particolare, le mie preferite, sono quelle relative alla sua battaglia contro l'educastrazione, contro l'educazione uniformante e "castrante" dei bambini che vengono spinti a vivere una sessualità normativa, e a considerare squalificante qualsiasi altra pulsione ritenuta offensiva dalla Società perbenista.
In realtà, si scoprirà poi, quella battaglia nasceva da radici profonde, da contrasti interni alla sua stessa casa, dal complicato rapporto col padre. Eppure, proprio per il sentimento alla base di tale rivolta, un sentimento che ha più a che fare col cuore che con l'ideologia, ci pare che questa sua lotta non abbia perso nel tempo un solo briciolo della sua dignità. Anzi, la profonda aspirazione a vivere da persone libere in un mondo libero né fa ancora oggi, e sempre, un messaggio valido, necessario.

giovedì 7 febbraio 2013

musica discreta



“[…] Negli ultimi tre anni, mi sono interessato all’uso della musica come atmosfera, e sono giunto a credere che sia possibile produrre materiale che possa essere usato in questo modo senza risultare in alcun modo compromesso. Per creare una distinzione tra i miei esperimenti in quest’area e i prodotti dei vari fornitori di musica riprodotta su supporti magnetici, ho iniziato a usare il termine Ambient Music.
Un ambiente è definito come un'atmosfera, o un’influenza che circonda: una tinta. La mia intenzione è di produrre pezzi originali apparentemente (ma non esclusivamente) per momenti e situazioni particolari, con l’idea di costruire un piccolo ma versatile catalogo di musica ambientale adatta ad un’ampia varietà di stati d’animo e di atmosfere. […]
La musica Ambient deve essere capace di andare incontro a numerosi livelli di attenzione nell’ascolto senza esaltarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto è interessante.”

(Brian Eno, note di copertina di Music for Airports, 1978)

Discreet Music, del 1975, è il primo disco ambient a firma del solo Brian Eno e il mio preferito in assoluto, utilissimo soprattutto quando scrivo. Musica in cui l’elettronica espande i confini della musica senza risultare mai forzata.

giovedì 10 gennaio 2013

il duello

[…] Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l'odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio, la scienza del cuore
non è ancora nata, ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe ora che appena si può
cercare la speranza nel suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile possa dire
forza a qualcuno o a me stesso che la partita è aperta,
che la partita è chiusa per chi rifiuta
le distanze e s'affretta come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani sarà impossibile anche
alla tua astuzia.

È l’ultima strofa di Lettera a Malvolio, in Diario del ’71 e del ‘72, poesia che Montale scrive contro Pasolini, che gli aveva recensito negativamente Satura, evidenziandone il lato più sincero eppure “borghese”, e quindi tanto peggiore perché la sincerità di Montale coincideva col suo assoluto fondo borghese: grigio, basso, ironico, ma non più eroicamente romanzesco come nelle sue prime raccolte, semmai venato di cinismo.
Pasolini risponde così, in una poesia privata, ritrovata fra le sue carte dopo la morte, col suo tono più sconsolato degli ultimi anni:

Non ho banda, Montale, sono solo.

Non ti rimprovero di aver avuto
paura, ti rimprovero di averla giustificata.

Male forse ne voglio; ma il mio.

Ti ha ottenebrato la tua un po' troppo italiana
Musa Oscura

          Astuto poi non lo sono:
di solito è astuto chi ha paura.

Chi aveva ragione, dunque, dei due?
Ogni pensiero è valido, soprattutto quando è intelligente. Ma col senno di poi, mi pare che si possa dire che Satura fu per certi versi libro astutissimo, almeno quanto sincero. Senza di esso, infatti, oggi Montale non avrebbe lo stesso peso nell’evoluzione della poesia italiana contemporanea. Sarebbe considerato un maestro grandissimo ma legato indissolubilmente al suo tempo, così come la poesia di Pasolini è stretta alla metà del ‘900, alle sue aspre mareggiate. Satura, invece, pubblicato nel 1971, ma nutritosi di modernità dai più giovani, è un libro coraggioso e proiettato al futuro, la cui impronta, nel linguaggio, nel taglio, nello spirito, nel distacco voluto verso la realtà politica e sociale del paese (all’origine della critica di Pasolini, radicato per idee e natura su altre posizioni) arriva fin a qui intatta, fresca, seminale. Necessaria.