Visualizzazione post con etichetta Sylvia Beach. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sylvia Beach. Mostra tutti i post

mercoledì 22 novembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Shakespeare and company


L'edizione del 1922 dell' Ulisse di James Joyce
Fonte: Non Solus blog


Comincia così questo libro, come una raccolta di piccole immagini di una vita di una famiglia normale. Aneddoti divertenti e divertiti di una figlia che ricorda "mamma e papà" con i loro pregi e difetti, che commenta le leggende di famiglia e ricorda la prima volta che ha visto Parigi. Un periodo decisamente importante per la nostra Sylvia che rimarrà contagiata dallo spirito parigino d'avventura e di curiosità verso qualsiasi novità. Spirito che rimarrà intatto per quasi mezzo secolo fino alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure Sylvia, nono solo non dimenticherà quel brivido degli incontri domenicali con gli studenti americani a Montparnasse ma anzi, perpetrerà quella ansia di guardare oltre,  con la sua piccola libreria a ricordata storicamente per la sua seconda sede, e non quella della sua prima apertura, a Rue de l'Odèon.

La via che volge le spalle al quartiere latino, che sbircia dietro la sagoma dell'omonimo teatro le rive della Senna e che tanto ha dato agli artisti dei primi del novecento diventò il fulcro del laboratorio letterario del momento. Apollinaire sta a La maison des amis des livres come Joyce sta a Shakespeare and Company. Se adrienne riusciva a fomentare i movimenti francesi e spagnoli a Sylvia non rimaneva che sovvenzionare quelli americani e anglofoni. Fra gli esponenti, oltre a Joyce troviamo anche un giovane di belle speranze che usava sostare, leggendo il giornale, con il figlioletto in libreria. Era Ernest Hemingway. Lo stesso che, con la divisa da ufficiale alla riconquista di Parigi si precipita a verificare se Sylvia sta ancora bene.

Rue de l'Odèon e le sue due librerie formano non solo un rifugio e uno spazio per gli artisti che vi si vogliano provare ma sono anche un trampolino di lancio per le nuove tendenze che verranno. E alla base di questo formale impegno, non può non essere inserita la prima e unica, non per stampa ma per presenza in catalogo, opera pubblicata da Sylvia con la casa editrice da lei fondata con lo stesso nome della sua libreria: l'Ulisse di Joyce. All'interno di questo libro c'è un po' di tutto: alcune cose in maniera maggiore e altre appena accennate. Tutto sta a farsi coinvolgere e trascinare come dicevo nella recensione.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



BALTIMORA, PARIGI, PRINCETON 

Mio padre, il reverendo Sylvester Woodbridge Beach, dottore in teologia, era un ministro del culto presbiteriano che per diciassette anni fu pastore della prima chiesa presbiteriana di Princeton, nel New Jersey.
A prestar fede a un articolo apparso nel "Munsey's" Magazine sui più curiosi alberi genealogici d'America, i Woodbridge, antenati di papà dal lato materno, si sarebbero tramandati di padre in figlio il ministero sacerdotale per dodici o tredici generazioni. Mia sorella Holly, che vuole la verità a qualsiasi costo, ha preteso di vederci chiaro e, ahimè, ha sfatato la leggenda  riducendo il numero a nove; e tanto dobbiamo accontentarci.
Come certi personaggi mitologici mia madre, una Orbison, scaturisce da una fonte. Cioè, un certo suo antenato, il capitano James Harris, zappettando nel cortile dietro casa, scoperse una magnifica sorgente e fondò in quel punto la città di Bellefonte negli Allengheny; fu la signoa Harris a pensare al nome. Io però preferisco un'altra storia, che la mamma mi raccontava spesso, secondo la quale Lafayette, fermatosi a chiedere un sorso d'acqua della nostra fonte, avrebbe esclamato: "Belle fontaine!". Benché sia improbabile che un francese si fermi a chiedere un bicchier d'acqua.
La mamma nacque non nella sua città fra i monti della Pennsylvania, ma a Rawalpindi, in India, dove suo padre era missionario medico. Poi nonno riportò la famiglia a Bellefonte, dove la vedova allevò i quattro figliuoli e trascorse tutto il resto della vita, finendo i suoi giorni venerata poco meno della storica sorgente.
La mamma frequentava l'accademia di Bellefonte, dove aveva per insegnante di latino un bel giovanotto alto, appena uscito dal college e dal seminario teologico di Princeton, Sylvetser Woodbridge Beach. Lei aveva solo sedici anni. Si fidanzarono, ma aspettarono due anni a sposarsi.
Papà fu chiamato a esercitare il ministero prima a Baltimora, dove nacqui io, poi a Bridgeton, nel New Jersey, dove f pastore della prima chiesa presbiteriana per dodici anni.
Avevo circa quattordici anni quando papà portò a Parigi tutta a famiglia: la mamma, le mie due sorelle minori, Holly e Cyprian e me. Gli avevano chiesto di occuparsi di quelle che venivano chiamate le Riunioni dell'Atelier degli Studenti: non esisteva ancora il bellissimo club degli studenti americani di Boulevard Raspail. La domenica sera gli studenti americani si ritrovavano fra compatrioti in un grande studio a Montparnasse, dove papà faceva un discorsetto e alcuni fra i cantanti più in vista del momento, come Mary Garden e Charles Clark, il grande violoncellista Pablo Casals e altri artisti intrattenevano brillantemente il pubblico.   Venne persino Löre Fuller: ma non a  danzare, bensì a parlare delle sue danze. La ricordo come una ragazza piuttosto tarchiata e non bella, con un paio d'occhiali che la facevano somigliare a una maestrina. Ci parlò degli esperimenti che stava facendo con il radium, per i suoi giochi di luce. In quel tempo danzava al Moulin Rouge e aveva molto successo. Vedendola laggiù, non avreste più riconosciuto la robusta ragazzotta di Chicago. Con due bastoncelli si faceva volteggiare intorno, cinquecento metri di stoffa turbinante, fiamme la avvolgevano e la consumavano, finché di lei non rimaneva che un mucchietto di ceneri.
Papà e mamma amavano la Francia e i francesi, benché di questi ultimi ne conoscessimo pochi a causa del lavoro di papà, che ci faceva vivere soprattutto a contato con i nostri compatrioti. Specialmente papà se la diceva bene con la gente del nostro paese d'adozione; in fondo al cuore, penso, doveva essere proprio un latino. Fece di tutto per imparare la lingua. Un suo amico deputato gli diede delle lezioni, mettendolo ben presto in grado di leggere e scrivere il francese alla perfezione; ma la pronuncia... ahimè, quella era un'altra faccenda. Dalla stanza accanto sentivamo papà e il suo amico alle prese con la "u" francese; prima si udiva quella strettissima "u" del deputato, e subito dopo quella inguaribilmente larghissima di papà, pronunciata con un volume di voce ogni volta maggiore, ma sempre altrettanto lontana del modello. Non migliorò mai.


Questo pezzo è tratto da:

Shakespeare and Company
Sylvia Beach
Edizioni Sylvestre Bonnard, ed. 2004
Traduzione a cura di Elena Spagnol Vaccari
Collana "Il piacere di leggere"
Prezzo 26,00€

venerdì 10 novembre 2017

"Shakespeare and Company", Sylvia Beach - Dei ruggenti anni '20 parigini...

Parigi 1925 Fotografia di Roger-Viollet
Fonte: Venets

Ci sono storie del passato della letteratura che riescono ad essere, ancora oggi, più affascinanti di quelle inventate per la letteratura. Ci sono persone che hanno fatto per la letteratura internazionale molto più dei patinati autori. Hanno permesso che questa evolvesse e diventasse quello che è oggi, un immenso patrimonio culturale di memorie e di storie che, se lette, ci rendono persone migliori e ci fanno vivere, guardare e ascoltare saltando fra le epoche o vivendo nella fantasia, mille vite diverse. È un concetto un po’ strano detto così, diventa più chiaro se pensiamo all'immedesimazione che avevamo da ragazzini leggendo le gesta dei nostri amati eroi nei fumetti e nei libri illustrati. Ecco molte delle persone che si incrociano nel libro di oggi, avevano lo stesso sguardo trasognato e vivevano i libri, le fascinazioni del linguaggio e degli stili narrativi in maniera talmente totalizzante che, leggendo questo memoir, non si può fare a meno di rimanere coinvolti.

Siamo nella prima metà del ‘900, il periodo di cui parliamo è fra le due guerre fra il 1920 e la fine della seconda guerra mondiale. Il luogo è Parigi. Parigi è quel luogo in cui tutto il mondo che si distacca per convinzione o curiosità, nonché rifiuto delle convenzioni sociali si ritrova. È quel luogo dove in ogni angolo il pullulare delle conversazioni, che ai più sembrano astruse, ti raggiungono e stuzzicano la tua curiosità. Se tendete l’orecchio potreste sentire la voce baritonale di Gertrude Stein che commenta nel suo studio il primo quadro di Picasso che ha acquistato dicendo che la ragazzina rappresentata ha i piedi grossi o sentire Apollinaire e Picasso che parlano impauriti della collezione di oggetti africani che hanno acquistato e la cui provenienza non è così chiara, oppure vi capiterà di osservare un omino minuto con il cappello di paglia e gli occhialini. Ieri spendeva e spandeva, oggi è di nuovo povero, ha una moglie e dei figli e ha vissuto per un certo periodo in Italia, a Trieste per la precisione. Si chiama James ma tutti lo conosceranno e ne parleranno solo come Joyce, cognome che ci fa pensare a quel mastodontico mattone che è l'Ulisse. Ecco, lo troviamo a Parigi perché lì c'è una simpatica e scavezzacollo americana che, supportata dalla amica che fa anche lei la libraia, ha aperto un negozio di libri che poi ha spostato dopo un anno per stare più vicino alla sua Adrienne. L'Adrienne in questione noi la conosciamo già, è Adrienne Monnier, e qui l'abbiamo incontrata con la raccolta degli scritti che ha redatto per varie occasioni nella sua libreria che in Italia si trova sotto il titolo "Rue de l'Odeòn. La libreria che ha fatto il Novecento"(era pubblicato da :duepunti Edizioni). La nostra intrepida americana invece si chiama Sylvia Beach e s'innamora subito del progetto di Joyce e lavora alacremente per pubblicare quello che nessuno mai oserebbe fare con un autore così. E' affascinata dal suo eterno spingersi oltre il linguaggio convenzionale per creare nuovi percorsi comunicazionali.

Parigi non è solo la culla delle arti in quel periodo ma anche di una nuova libertà: il vivere fuori dalle convezioni. Colette aveva divorziato, aveva pubblicato libri scritti in cui campeggiava il suo nome e si era data al teatro facendosi anche un amante giovane, Gertrude Stein viveva con Alice Toklas, compagna da una vita e Sylvia e Adrienne erano molto più che unite da una sola amicizia, eppure il fatto di fare lo stesso lavoro, di vedere alla vita e all'esplorazione dei nuovi mondi letterari come un'opportunità da perseguire, fu un'amplificazione dei sentimenti che le univano così profondamente. Fece sì che quella strada che, prima di giungere sulla Senna doveva passare accanto al teatro, diventasse essa stessa il teatro delle gesta che molti autori, scrittori, architetti, artisti e giornalisti fecero per rendere quella porzione di Novecento magico e che gli sopravvivessero parte delle correnti che diventeranno i pilastri della cultura contemporanea. 

In questo rutilante mondo sono ambientate le memorie di Sylvia e, se pensate al fatto che quello che vi ho presentato è solo la minima parte di quel che smuove l'ambiente parigino, e poi leggere il libro lo troverete un po' sottono. Le descrizione dei metodi alquanto alternativi di Joyce di approcciare alla scrittura e gli aneddoti su di lui e su Hemingway rendono l'idea di quanto fossero uomini e al contempo geni questi artisti. Ce li rende più vicini, ma sebbene abbia dedicato una vita all'Ulisse, della Parigi fuori dal negozio ce n'è davvero poca rispetto ai lasciti della compagna. E' questo il neo di questo libro, che comunque andrebbe letto per avere una conoscenza in "presa diretta" e non solo accademica di Joyce. Perché Joyce, a quanto ci dice Sylvia non è l'Ulisse, è il contrario. Ogni parola scritta è una parola che non era abbastanza per significare il pensiero di colui che scriveva. L'ansia di comunicare una storia al di là della semplice comunicazione sino ad allora conosciuta e utilizzata è la stessa di Picasso alla ricerca del segno grafico unico e schematizzato che racconti la stessa storia. Se, come diceva la Stein, Picasso produceva tanti quadri e si accompagnava con soli scrittori perché in fondo era lui stesso uno scrittore e i suoi quadri pagine di storie, Joyce è uno scrittore pittorico che ha necessità di cesellare il linguaggio per poter tirare fuori tra le mille sfumature del significato quello nuovo, nascosto fino ad oggi ai più.

In questo Sylvia è più che puntuale, quasi una biografa d'eccezione e con un gran talento nella ricostruzione di questo ritratto così particolareggiato da risultare completamente diverso da quelli che si leggono in giro. La scrittura è scorrevole e piacevole, gli eventi sono raccontati in maniera che si susseguano uno dietro l'altro e mantengano il livello di coinvolgimento del lettore sempre alto; non sai mai che ti aspetterà alla pagina successiva eppure lo spirito voyeristico, che sobilla la scrittrice e che non sapevi di avere, ti porta a continuare a leggere per vedere che succederà ancora. Un libro bello, tutto sommato, anche se con questo neo di una occasione in parte persa perché, giusto da questi resoconti, abbiamo l'opportunità di tornare in quegli anni e continuare a sbirciare fra le strade di una città come nasce un nuovo mondo, quello che oggi abitiamo ma che non possiamo, perdendo la memoria, imparare ad apprezzare fino in fondo.

p.s.: L'originale libreria Shakespeare&Company è quella di Sylvia e non l'attuale. Venne chiusa all'inizio della guerra e Sylvia andò a lavorare con Adrienne a la "Maison des amis des livres" che invece rimase aperta anche durante tutto il periodo bellico. L'attuale Shakespeare&Co, ex Mistral, prese questo nome alla morte della Beach in suo ricordo.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Shakespeare and Company
Sylvia Beach
Edizioni Sylvestre Bonnard, ed. 2004
Traduzione a cura di Elena Spagnol Vaccari
Collana "Il piacere di leggere"
Prezzo 26,00€



lunedì 14 novembre 2016

Diario di un mese di libri... Ottobre 2016

Fonte (Immagine di sfondo): A Work in progress


Libri comprati:

"I romagnoli ammazzano il mercoledì", Davide Bacchilega - Las Vegas Edizioni (Scambio)
"Di grammatica non si muore", Massimo Roscia - Sperling&Kupfer (Usato)
"Giro di vite", Henry James - Einaudi Editore (Scambio) 
"Lady Susan", Phillys Ann Karr - Sonzogno Editore (Scambio)  
"I ghepardi", Finn Carling - Iperborea (Scambio) 
"Una notte sul treno della Via Lattea", Miyazawa Kenji - Marsilio (Scambio) 
"Il re del mondo", Ivan Cotroneo - Bompiani (Scambio) 
"Addio alle armi", Hernest Hemgway - Mondadori (Scambio) 
"A volte ritornano", Stephen King - SuperPocket(Scambio)
"Cuori in Atlantide", Stephen King - Sperling&Kupfer (Usato)
"CELL", Stephen King -  Sperling&Kupfer 
"Joyland",  Stephen King - Sperling&Kupfer (Usato)
"L'incubo di Hill House", Shirley Jackson - Adelphi (Premio #regelamiunracconto)
"Rizzoli", Nicola Carraro e Alberto Rizzoli - Mondadori (Reimanders)

Libri regalati

"Barbarian Days. A surfing life", William Finnegan - Little Brown Book Group
"Il Miglio verde", Stephen King - Sperling&Kupfe (Grazie Angela!)
"La legge e la signora", Wilkie Collins - Fazi editore
"Sicilia terra bruciata", Vincenzo Maimone - Fratelli Frilli Editori
"Meriloqui in illudoteca", Meri Nigro



Libri letti

"Veleno d'amore", Eric-Emmanuél Schmitt -  Edizioni E/O 
"Shakespeare and Company", Sylvia Beach -  Sylvestre Bonnard Editore 
"Chi perde paga", Stephen King -  Sperling&Kupfer
"Il petalo cremisi e il bianco", Michel Faber -  Einaudi Edizioni
"Follia", Patrick McGarth -  Adelphi (Novembre)


Libri in lettura

"Sulla letteratura", Umberto Eco -  Edizioni Bompiani
"I terribili segreti di Maxwell Sim", Jonathan Coe -  Mondolibri
"Girl with green eyes", Edna O'Brien -  Penguin UK
"Gli ultimi eretici", Vasile Ernu- Hacca Edizioni (in lettura)
"Città in fiamme", Garth Risk Hallbergh - Mondadori Editore (in lettura)
"Alla ricerca del tempo perduto Vol.1: Dalla Parte di Swann", Marcel Proust - Mondadori Editore (in lettura)


È Ottobre! Le foglie cadono insieme alle castagne, abbiamo raccolto l'uva e io sono uscita indenne dal periodo delle sagre paesane. È stato anche un mese un po' ballerino a causa dei terremoti ma ne siamo usciti indenni... Nonostante la scia sismica che, ancora oggi, ogni tanto ci fa ballare stiamo tutti bene - persino le pile di libri da leggere non ci sono crollate addosso! -. Quindi, il mese scorso dicevamo che ho aderito alla gara a squadre su Goodreads, e come è andata? Abbastanza bene, ho quasi ripreso il mio ritmo, anche se il traffico del rientro dall'ufficio mi distrugge e quindi alla sera leggo di meno durante la settimana, anche se le recensioni, come vi sarete accorti, cominciano a uscire nuovamente solo in questo periodo. Ma ce la possiamo fare!
La squadra cui appartengo si chiama "Brunello" - già vi vedo ridere, lo so che per una che non beve, una gara di squadre con nomi di vino non sono il massimo! - e, insieme a me, ci sono anche Rowizyx di Occhio verde acido (caposquadra), Monica, *Giulia*, Auntie, Micol e posso solo dirne meraviglie. Sono tutte molto orientate sul risultato e - qualcuno potrebbe dire inspiegabilmente ma siamo lettrici quindi spiegabilissimo - non c'è stato uno screzio e ma un'ampissima collaborazione. Sono delle schegge a leggere e, grazie a loro ho conosciuto qualche libro di cui ignoravo l'esistenza. Sono stati letti 56 libri dalla squadra ed è ancora più interessante leggere i commenti sui libri letti che sono puntuali e con molti spunti di riflessione. Ammetto che una challenge così interessante non l'avevo mai vista. Se non avessi da leggere altri mille mila libri probabilmente ne farei ogni mese con le stesse colleghe. Per ora comunque posso ritenermi più che soddisfatta anche se i miei tempi di lettura sono ancora troppo lunghi rispetto a quelli del precedente semestre!

Tra i libri letti due libri belli a sorpresa, uno a sorpresa così e così e l'ultimo è un "No, prova ancora". Il "no, prova ancora" è sicuramente "Il petalo cremisi e il bianco" di Michel Faber. Ha detto bene al libro che quest'anno, per la mia innata passione per Collins e Dickens, io mi sia ripassata molto bene il periodo e che quindi sia riuscita a cogliere in tutti gli anfratti i riferimenti sul 1875 inglese, in particolare della Londra del periodo, perché, se non mi fossero stati così evidenti, difficilmente avrebbe avuto una valutazione tanto alta fra le mie letture. È talmente raffinata la ricerca, che ha condotto Faber, che persino le preghiere vengono citate e alcuni riferimenti sulla chiesa frequentata da Agnes hanno veramente del particolare. Il problema è che la ricerca non è sorretta da niente: storia poco consistente, narrazione secondo me sbagliata - nel passaggio da toni descrittivi che ricordano il periodo ad altri che invece sono più che contemporanei-, e da una trama che si perde nei meandri dei covoni di lavanda che stanno per essere bruciati nella tenuta dei Rackam. Talmente lungo che Einaudi non riesce manco a centrare la sinossi in cui si dice che la trama segue la scalata sociale di Sugar, scalata che deve aver fatto in un altro libro... perché non mi sembra che qui abbia fatto questo gran salto di qualità. 

Libro che invece un po' mi ha deluso, soprattutto dopo aver smosso mari e monti per averlo, è "Shakespeare and Company"di Sylvia Beach. Ora, non che sia brutto, ma ha quest'aria di parziale che il memoir della Adrienne Monnier non aveva (Rue de l'Odèon - Duepunti edizioni). La Beach era innamorata del genio di Joyce e ce lo propina ovunque e in qualunque modo (tanto che non sembra più una biografia attraverso una vita di lavoro fra i libri ma una biografia del Joyce non ufficiale); è vero, Joyce è stato un po' onnipresente nella vita di Shakespeare& Company, però si perde lo spirito di quello che Adrienne e Sylvia hanno creato in quel tratto di strada. Di lì sono passati un sacco di personaggi che hanno fatto la cultura del periodo e il sapore di quello che si stava creando e che era quindi in divenire e avrebbe cambiato, non solo la cultura europea ma soprattutto il ramo che segue le orme di Hemingway, non si sente. Non arriva proprio. Diversamente, appare uno Joyce altalenante, un artista fatto e finito, che quando crea è il maestro ma se lo lasci da solo con qualche banconota il giorno dopo ha una montagna di debiti. James è uno che crea e ha bisogno, per contraltare di qualcuno che lo limiti, nella vita e nelle parole e, a quanto pare, in nessuna delle due situazioni, nessuno l'ha mai fatto. Limitare il genio? Già vi vedo con la faccetta da "L'ha detto! Orrroreeeee! Orroreeeeeeee!". Joyce sarebbe stato lo stesso Joyce senza tante parole ed è evidente, dalla sua biografia parallela in questo libro:  Joyce non era un genio perché scriveva un tanto al chilo con l'Ulisse, Joyce era un'idea. Solo che in Picasso il genio e l'idea hanno poi trovato una sintesi nel famoso Bue, Joyce aveva bisogno di trovare la sua sintesi attraverso un confronto che non c'è mai stato, stando alla Beach. Approfondiremo...

Belli invece sono stati sia "Veleno d'amore" di Eric-Emmanuél Schmitt che "Chi perde paga" di Stephen King. Il primo mi ha riappacificata  con Schmitt, bella la storia e anche l'analisi sociologica sul mondo di queste quattro ragazzine, narrato in maniera inconsueta - ovvero un dialogo fra diari - che ha un finale per nulla scontato e tiene bene senza dover contare solo sulle emozioni del lettore. È un libro che lascia il segno, non come La giostra del piacere, ma quasi. Le quinte che caratterizzano le storie schmittiane, qui, diventano metaforiche e sono i limiti dei diari dei ricordi di ogni ragazza e permettono un tipo di conoscenza del personaggio atipica, fatta di continui confronti fra come la ragazza si percepisce e su come viene invece percepita dagli altri. È decisamente interessante questo gioco di incastri fra percezioni, storie personali e resoconti delle stesse situazioni, un gioco degli specchi difficile da far reggere rendendolo credibile e, invece, pare che a Schmitt venga del tutto naturale.
Discorso diverso per "Chi perde paga". Mi ero quasi pentita dopo averlo proposto per una task, dopo aver letto un giudizio drastico di Holden&Company e invece a me è piaciuto. Oddio, non è la storia del secolo, ma credo che mi sia piaciuto più del precedente, MR. MERCEDES, perché la narrazione ha un bel ritmo, anche se ogni tanto ci toccano un paio di pagine di intermezzi che allungano i momenti topici, dall'inizio alla fine e infatti ci ho messo molto meno di quel che pensavo a leggerlo. L'idea della storia non è malvagia anche se, a questo punto, io la chiamerei la "trilogia dei figli unici" perché i figli unici, in queste storie, sono tutti un po' fuori di testa e succubi delle madri e dall'altra i buoni sono sempre i fratelli maggiori. È una cosa che mi è venuta in mente mentre vedevo a confronto fra Peter (protagonista di Chi perde paga) e Jerome (MR. Mercedes); è inutile i fratelli maggiori americani devono avere una marcia in più. Anche le sorelle maggiori italiane, non perché io appartengo a questa categoria, ma fidatevi io so!

Oh, ricordate quando il mese scorso dicevo mai più al comprare tutti questi libri? Ecco questo mese mi sono decisamente limitata e sono stata brava. Il primo libro è il premio per "l'amico di Murakami" per la vittoria del concorsino #regalamiunracconto. L'avete letto il racconto vincitore? Se non lo avete ancora letto lo trovate qui: Martedì 
Nel post che indiceva la gara avevo scritto che si poteva scegliere, fra una selezione di libri, quello da ricevere ovvero:


"Il tempo dell'attesa. La saga dei Cazalet 2", Elisabeth Howard - Fazi Editore*
"La strage dei congiuntivi", Massimo Roscia - Exòrma Edizioni
"Sottrazione", Carlo Sperduti - Gorilla Sapiens
"L'incubo di Hill House", Shirley Jackson - Adelphi
"Il superlativo di amare", Sergio Garufi - Ponte alle Grazie
"A proposito di Grace", Anthony Doerr - Rizzoli Editore
"Mailand", Nicola Pezzoli - Neo edizioni


L'amico di Murakami ha scelto "L'incubo di Hill House"di Shirley Jackson libro che, a dir la verità, a fine ottobre ha registrato un sacco di recensioni positive - l'amico è avanti! - di ragazzi entusiasti che lo hanno letto per le solite Challenge di Halloween. E' un classico del genere gotico in cui la protagonista che, dice la quarta di copertina "non ricorda di essere mai stata felice in tutta la sua vita, viene assoldata dal sinistro professor Montague, aspirante cacciatore di fantasmi, per un soggiorno sperimentale a Hill House...". Il resto? Non lo so, ma temo che ne comprerò un'altra copia per me presto... Però li so scegliere bene i premi dei concorsi eh?
Poi, visto che tanto dovevo raggiungere un importo per evitare le spese di spedizione ho comprato, sulla scia dell'entusiasmo ritrovato per King "CELL" e "Joyland". Non direi la verità se dicessi che quello che mi interessava fra i due era il primo che volevo trovare ad un prezzo conveniente perché avevo letto parte della trama che mi aveva attirata. Ero disponibile a leggerlo anche in inglese, ma quel "fetuso" di canadese che aveva scritto nella sezione spedizioni "Will send: Worldwide" è sparito alla richiesta di scambio e quindi alla fine mi sono rassegnata a comprarlo in italiano. Perché mi interessava? Distopia! L'umanità viene totalmente, anzi quasi, annientata da un misterioso virus che, in un giorno specifico, colpisce chiunque sia al telefono che non muore ma si trasforma in un pazzo sanguinario. Chi si è salvato dovrà lottare per la vita e per ricostruire un gruppo che sovrasti e distrugga quello creato dalla tecnologia. Nell'elenco dei "vorrei" c'è anche Under the dome tante volte qualcuno se ne volesse separare io qua sto! 
"Joyland" invece è la storia di uno studente universitario squattrinato che per tirar su qualche soldo si fa assumere in un luna park dove non solo s'innamora di una ragazza ma scopre che il "Castello del brivido" ospita un vero fantasma di una donna uccisa quattro anni prima. Sì lo so, l'entusiasmo di questa descrizione comprova quanto detto più su, faceva numero e non è stato una mia prima scelta!

Poi c'era  questo libro che mi faceva l'occhiolino fra i Reimanders e io non ho resistito quindi l'ho preso, tanto lo sapete che alle storie sull'editoria non resisto, e nel dettaglio si chiama "Rizzoli. La vera storia di una grande famiglia italiana". Leggendo la seconda di copertina si capisce che il protagonista della storia è Angelo Rizzoli e che, Nicola e Alberto che firmano questa biografia, sono i nipoti che raccontano il nonno come lo hanno conosciuto in famiglia, attraverso i ricordi più intimi.
Ultimo, ma non meno importante:
"Di grammatica non si muore" di Massimo Roscia detto anche "il kamikaze". Io di Massimo ne ho parlato in lungo e in largo ho sempre detto a tutti di leggere la "La strage dei congiuntivi" perché, secondo me, è un libro bellissimo che ci insegna a non perderci come cultori dell'arte della lettura. "Di grammatica non si muore", è invece un libro che parla di grammatica! ALT, non è un libro di scuola, è una raccolta di storie che al contempo ci ricordano che, come si dice nelle vignette che girano spesso tipo "Una virgola ti salva la vita..." o " Ma il tempo che risparmi mettendo "K" al posto di "ch" come lo impieghi?", che delle volte la grammatica ci salva dalle incomprensioni e non serve così tanto tempo per utilizzarla al meglio. Non l'ho ancora finito ma trovo veramente interessante il lavoro fatto da Massimo anche se, per la verità - che Massimo mi fulmini all'istante! -, per un secondo ho dubitato che la sua simpatia e la sua allegria potessero riuscire a ravvivare "la regola". 

Dunque, ora, facendo un paio di calcoli ci stiamo chiedendo... "E tutti gli altri libri?". Ricordate che il mese scorso vi avevo detto che avevo ceduto un sacco di libri che non avrei più riletto? Ecco questi sono una "parte" di quelli che ho avuto in cambio.

"I romagnoli ammazzano il mercoledì", Davide Bacchilega. Quattro storie di quattro personaggi che si assomigliano solo perchè sono romagnoli, hanno 39 anni anni e il mercoledì si trovano nelle vesti di carnefici o di vittime e, qualche volta rivestono entrambi i ruoli. Se "Il milanesi ammazzano il sabato" come faranno i romagnoli al mercoledì? È una cosa che mi domando da Dicembre scorso quando l'ho visto a Più libri più liberi. Quando l'ho visto passare fra i libri in scambio appena aggiunti non credevo ai miei occhi e l'ho preso prima che qualcuno me lo fregasse!
"Giro di vite", Henry James, racconto definito come " romanzo breve Gotico" vede come protagonisti due bambini perseguitati dai fantasmi di un'istitutrice e un maggiordomo e, come dice la quarta di copertina, "intrappolati in una tirannica atmosfera". Non l'ho mai letto ma molti dei miei amici su FB sì e ne hanno tessuto le lodi, dopotutto era Henry James... perché lasciarlo lì?
"Lady Susan" di Phillys Ann Karr, libro con una copertina brutta, ma così brutta che nemmeno ve la posso descrivere ve la linko: Lady Susan. "Lady Susan" e' il romanzo incompiuto di Jane Austen e pare che questa, "pare" perché io manco sapevo chi fosse la Karr, che questa sia l'unica versione che sia stata ripresa in mano da qualcuno e che sia stata  rimaneggiata  e definita bella - per Drood di Dickens e di Simons ci posso anche stare per quello che ho letto sin'ora, ma per la Karr e la Austen permettetemi di dubitare!- . 
Leggerla per vedere se davvero regge è una cosa che mi interessa, per ora l'unica cosa che so, oltre alla copertina da Harmony, è che ci sono un sacco di "..." nel dialogo riportato in quarta di copertina, un po' più di quanto io li tolleri ma sopravviverò. Forse.

"I ghepardi", Finn Carling. Questo libro ha, alle spalle, un dialogo divertente fra me e colui che me lo ha ceduto. Io l'ho chiesto, lui ha accettato mettendo questa postilla "spero che ti piaccia più di quanto non è piaciuto a me". La mia risposta a cotanta sincerità è stata "Tranquillo, se è una sòla lo rimetto in circolazione!" e, devo avergli ispirato simpatia, visto che mi ha inserito una pin insieme al libro. È stato un regalo simpatico da ricevere!
"Una notte sul treno della Via Lattea", Miyazawa Kenji. Sono racconti e in particolare fiabe, credo mistiche o metaforiche che hanno come filo che le unisce il percorso del treno che attraversa la via Lattea. Di Kenji avevo sentito parlare non so dove, ma mi è rimasto impresso il fatto che sia bravissimo a creare immagini metaforiche e strabilianti. Potrei essermi anche sbagliata, guardo talmente tanti video sui libri e recensioni nei blog che potrei confondermi, per ora so solo che: la terza di copertina è talmente sintetica da non potervi raccontare altro e che comunque si fa riferimento alle fiabe, quindi forse potrei averci preso!
"Il re del mondo", Ivan Cotroneo. Ivan Cotroneo lo conosco grazie ai social, sapevo che faceva il traduttore ma non che scrivesse per cinema e tv. Questo è il suo primo romanzo, che indaga sull'impatto della società odierna sull'uomo. Il suo protagonista è un giovane di belle speranze che vuole fare l'attore e e vive già una vita spericolata ma, un giorno, incontra un'autrice famose, che gli propone di partecipare a un reality che gira sul sesso, l'amore e il tradimento. Il nostro giovane rimane coinvolto più del previsto, poi un omicidio...
"Addio alle armi", Hernest Hemgway. È un libro pesante, non per narrativa, ma proprio fisicamente. Sono 362 pagine più qualcuna di titolo e note e pesa quasi come uno di 500. Io pensavo di averlo già e, invece, mentre lo cercavo per verificare un dubbio che mi era venuto non sono riuscita a trovarlo. Mentre facevo mente locale davanti al pc, su dove poteva essere andato a finire, eccolo lì che mi passava davanti la copia in scambio. Scommettiamo che quando lo inizio di nuovo, salta fuori la mia copia?

Ah non ve l'avevo detto? Questo è il mese di King! Mi ha talmente convinta "Chi perde paga" che, come ho visto passare i titoli me li sono accaparrati. Anzi no, solo uno dei due ovvero "Cuori in Atlantide", perché l'altro mi è stato inviato in dono per aver scelto di scambiare il libro di Cotroneo. Non mi chiedete il perché, non lo so! "Cuori in Atlantide" Riguarda il Vietnam e nello specifico indagano sull'impatto che ha avuto sulla società americana attraverso storie diverse, ambientate in un lasso di tempo che va dal 1960 al 1999. Mentre "A volte ritornano", sono storie dell'orrore. Non è che sia un'entusiasta del genere, ma tanto uno di quelli di questo scrittore è anche l'horror, quindi prima o poi ci dovrò fare i conti quindi, quando sarà, potrei iniziare da qua!

Dicevamo il mese di King? E diciamolo anche perché Angela Cannucciari, che tanto mi aveva incuriosita con "Il Miglio verde" alla fine ne ha trovata una copia anche per me, sapendo che io, dopo averne viste e lasciate mille-mila al mercatino, ora che invece ero realmente intenzionata a comprarlo, non ne ho trovata nessuna! Ne aveva parlato nel Wrap-Up di Marzo 2016  in una maniera così accorata e felice, che mi sono detta che forse era ora che lo leggessi anche io! Angela venderebbe anche i freezer agli eschimesi quando è entusiasta, sappiatelo!

Ma non sentite la mancanza di Wilkie su questo blog? Ecco pure Fazi a quanto pare, visto che ad ottobre ha pubblicato questo: "La legge e la signora". E' un romanzo concepito nella maturità e che è ancora una novità per l'epoca dove, dopo aver esplorato i vari tipi di trame e di intrecci del genere mistery, in questo caso stupisce i suoi lettori con un investigatore donna. La donna in questione si è da poco sposata con un uomo che, poco dopo, lei scopre non essere quello che pensava. Il mistero risiede nel fatto che lui ha cambiato cognome e quando rientrano a Londra lei decide di indagare a fondo al passato oscuro del marito.
"Sicilia terra bruciata" è un poliziesco noir ambientato ad Acireale, è il secondo dello stesso autore in cui il commissario Costante è costretto a rientrare per un'improvvisa spirale di violenza scoppiata in città. 
"Meriloqui in illudoteca" di Meri Nigro invece mi è stato proposto dall'autrice ed è una raccolta "di illusioni ludiche" dice il titolo e la sinossi aggiunge: "L'illudoteca è un posto immaginario dove intrattenere illusioni con giochi di pensieri. "Poesie" e "Meriloqui" si alternano in questo spazio: un piccolo viaggio." Vi saprò dire alla fine del viaggio che ne penso.

E ora il regalo di mammà. Siamo state in centro per delle pratiche che dovevo firmare e, visto che notoriamente arriviamo sempre prima, dovevamo occupare un'ora di tempo in attesa del notaio. Quindi abbiamo fatto una cosa che non avevamo mai fatto insieme: siamo state in libreria! Lo so, io e mia madre che siamo lettrici appassionate - si può dire che mi ha contagiata lei! -, non eravamo mai state contemporaneamente in libreria e ne siamo uscite con tre libri, due suoi e uno mio. I suoi, devo ammettere, non li ricordo, ma quello che ha regalato a me è il Pulitzer 2016: "Barbarian Days. A surfing life" di William Finnegan che in Italia è pubblicato da 66thand2nd con il titolo "Giorni selvaggi: una vita sulle onde". E' una biografia e un diario di viaggio di un uomo che fin da ragazzino è vissuto alla ricerca dell'onda perfetta e nei lungi viaggi fatti alla ricerca dell'onda ha attraversato luoghi e la storia degli stessi. Un diario anticipato da un celebre profilo apparso sul New York Times e poi divenuto libro. 

E siamo arrivati in fondo anche se ora mi rendo conto che ho dimenticato un libro che mi ha donato Librangolo Acuto e che non so dove ho messo. Per cui vi grazio e lo inserirò il mese prossimo. 
Quindi vi auguro buone letture,
e con questa rubrica ci aggiorniamo il mese prossimo!
Simona Scravaglieri


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...