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lunedì 10 agosto 2015

La notte di S. Lorenzo (#goofy4)

(...approfittatene: questo è uno dei rarissimi esempi nella vicenda umana in cui la storia la scrive il perdente...)


Mais tandis que, une heure après son réveil, il donnait des indications au coiffeur pour que sa brosse ne se dérangeât pas en wagon, il repensa à son rêve, il revit comme il les avait sentis tout près de lui, le teint pâle d'Odette, les joues trop maigres, les traits tirés, les yeux battus, tout ce que—au cours des tendresses successives qui avaient fait de son durable amour pour Odette un long oubli de l'image première qu'il avait reçue d'elle—il avait cessé de remarquer depuis les premiers temps de leur liaison dans lesquels sans doute, pendant qu'il dormait, sa mémoire en avait été chercher la sensation exacte. Et avec cette muflerie intermittente qui reparaissait chez lui dès qu'il n'était plus malheureux et que baissait du même coup le niveau de sa moralité, il s'écria en lui-même: «Dire que j'ai gâché des années de ma vie, que j'ai voulu mourir, que j'ai eu mon plus grand amour, pour une femme qui ne me plaisait pas, qui n'était pas mon genre!» 














































Vi avevo fatto una promessa, lo ricordate? Ah, no!? Bè, ve ne ho fatte tante. Io mi riferivo a questa promessa, quella di parlarvi di un altro anniversario.

Esattamente venti anni fa, minuto più minuto meno, un treno riportava me e Roberta verso Roma da Fribourg. Era l'inizio della nostra convivenza, cioè la fine della mia relazione con la gentile creatura cui, con la magnanimità e la proprietà di linguaggio che le sono proprie, Roberta aveva imparzialmente e irrevocabilmente affibbiato il nomignolo di "la stronza".

(...S.A.R. passa, mi vede ridacchiare da solo, presente quello che sta per succedere e mi liquida con un: "Sei patetico!"... Ma io scrivo solo se mi diverto - però non mi diverto solo se scrivo...)

Oddio, non che non ci fosse del vero.

Ma insomma, voi siete uomini di mondo (donne di mondo suona male), e quindi vi immaginerete che a monte di ogni sofferenza ce n'è un'altra, e questa catena di sofferenze non si riesce a spezzare perché ognuno si concentra sull'unico anello che ha a disposizione: se stesso. Diciamo che esisteva un insieme di misura non nulla di punti di vista dai quali il nomignolo poteva sembrare tecnicamente corretto. Certo, lei (la stronza) non aveva fatto nulla per rendermi la cosa facile, né per rendermela impossibile. Ma va anche detto che io le ero piombato in casa out of the blue sky. L'avevo conosciuta a vent'anni ai corsi di Urbino (aneddoti che ci lasciamo per un'altra occasione), era stato un colpo di fulmine, perfettamente sincrono a quello della mia dante causa di allora per un giovane e prestante insegnante di flauto. Sicché, quando la dante causa (attuale fan di Giulietto Chiesa: che salvata che mme sò dato!) mi notificò che c'era un problema, Houston (cioè io) rispose che i problemi erano due, e quindi si annullavano: le diedi la mia fraterna benedizione (e continuai poi a Roma a farci un giro ogni tanto, ma questo non vi interessa - se escludiamo Baroni e Previti).

Però io avevo proprio perso la brocca, e quindi tornato a Roma, lacerato da una passione che oggi mi sembra, più che distante, inconcepibile, invece di una lettera d'amore, all'indirizzo che mi era stato dato spedii me. Diciamo che a quell'epoca tendevo a confondere sesso e amore. Non ho mai capito benissimo la differenza, ma suppongo che ci siano blog nei quali viene approfondita con dovizia di dettagli. Fatto sta che all'epoca pensavo: "Abbiamo scopato, quindi mi ama". Così, per farla breve, questa, che aveva tutt'altri cazzi per la testa (in senso ovviamente non figurato) si vede piombare in casa un Untermensch italiano (era adornata dal lieve razzismo delle zurighesi dello Zürichberg). Un po' interdetta, ma probabilmente anche compiaciuta, da tanta passionalità italiana, non ebbe il coraggio di sbattermi la porta sul muso. E così andammo avanti per una dozzina d'anni (a spanna).

Ora, c'era un evidente problema strutturale. La giovine soffriva a sua volta di un amore infelice. Proveniente da una famiglia bene della svizzera tedesca, si era innamorata del rampollo un po' guascone di una famiglia romanda, il quale, a sua volta, era infelice di suo, poiché (si narrava) suo padre, un artista, un giorno era uscito di casa per fare un esperimento come quelli di Leonardo, ma riuscito un po' peggio, da un ponte che, a un rapido controllo, vedo essere ancora di moda da quelle parti.Ora, essendo che il padre di Laurent (così si chiamava il rampollo) non faceva l'ingengngniere, suppongo che il suo desiderio di sperimentare l'ebbrezza del volo dal ponte fosse a sua volta determinata da una qualche infelicità, della quale nulla so, se non che, con quasi assoluta certezza, sarà capitata a valle di un'altra infelicità, che a monte ne avrà avuta un'altra ancora.

La famosa catena di affetti.

Insomma, la posizione di... scusate: della stronza (c'è stata la damnatio memoriae) era piuttosto chiara: io amo Laurent che un po' mi tiene e un po' mi lascia, per cui tu un po' stai e un po' levati dai coglioni, ma comunque sappi che io non ti amo. Punto.

Altrettanto chiara la mia: Amor omnia vincit. E quindi, testardo (Scanavacca! Si contenga!), proseguivo le mie "aller-retour" con Friburgo, dove cercavo di stare il più possibile. Suppongo che i miei genitori fossero perplessi, ma anche loro, più che da vincolo esterno, agivano da lender of last resort. E così la storia andava avanti. Naturalmente, quando ero a Roma, io, essendo vittima di un amore infelice, mi davo da fare per proseguire la simpatica catena, attraverso un'opportuna segmentazione delle mie serate. In prime time c'era la donna cui facevo la corte, in seconda serata quella che me la dava (ma solo se me la prendevo, cosa sulla quale ci sarebbe tutto un discorso da fare a Previti - ma non a Baroni), e in terza serata S.A.R. (ormai si può dire, è passato così tanto tempo: sed haec prius fuere...). Diciamo che facevo di meglio per rinsaldare la mia autostima sbriciolata dalla stronza.


Ora, io ero animato da sentimenti puri. Avevo pure pensato di finire gli studi a Fribourg (sì, proprio lì dove il mio inquisitore di riferimento, fra Riccardo o.p., ha appena consegnato la tesi di dottorato: ma all'epoca non pensavo che avrei fatto il teologo...), le avevo proposto di trovarmi un lavoretto, di mantenermi lì, di smettere di fare il turista. Ma avevo trovato la Eiger Nordwand. E così tiravo a campare. Nel 1985, finiti gli esami (economia internazionale e econometria), la chiamai per dirle che stavo per salire a Fribourg. Dall'altra parte la Eiger Nordwand a gennaio. Capii subito che qualcosa non andava. Ovvia domanda: "C'è un altro?" (sottinteso: oltre al solito altro). Dall'altra parte del filo (perché allora c'erano i fili) un eloquente silenzio assenso. Depongo la cornetta, frantumato, e mi appresto ad andarmene all'Elba coi miei. Pochi giorni prima di partire mi arrivano due sue lettere. Io, senza aprirle, vado alla posta di piazza Mazzini e faccio un formale rinvio al mittente. Dopo di che, porto la mia Wunde al sole dell'Elba, dove avevo appena trovato modo di mettere a frutto le mie conoscenze di tedesco, quando mio fratello arriva da Roma e mi porta un'altra lettera della sullodata stronza, sulla cui busta era scritto: "Questa non la rimandare indietro" (in francese, perché essendo io italiano e lei germanica parlavamo nella lingua dell'amore, con scarsi risultati...).

E così riprendemmo per un'altra decina di anni.

Ma il fatto è che, anche se io non volevo ammetterlo, non c'erano spazi. Io ormai avevo costruito il mio percorso in Italia: qui sarei potuto diventare ricercatore, in Svizzera ormai solo lavapiatti. E d'altra parte, la stronza in Italia sarebbe senz'altro venuta a vivere, purché le avessi trovato a Roma una fattoria toscana sulle rive di un lago svizzero, con un paio di tremila alle spalle.

Mentre io stavo per dare contro il muro in questo vicolo cieco, ostinandomi a fare la cosa sbagliata, dall'altra parte qualcuno aveva fatto la cosa giusta: S.A.R., stanca della terza serata, aveva finalmente trovato il coraggio di mandarmi a fare in culo. L'avevo fatta sporchissima, credo apposta: avevo chiesto alla sua migliore amica il numero di una che mi piaceva. La certezza che S.A.R. sarebbe stata immediatamente informata dalla sua sagace intelligence non mi aveva trattenuto nemmeno un istante. E così S.A.R. venne a casa mia per dirmi la verità, cioè che ero uno stronzo (del resto, stavo con una stronza: similia similibus), e partì per Londra. Io feci la riflessione del fauno:

Tant pis ! vers le bonheur d’autres m’entraîneront
Par leur tresse nouée aux cornes de mon front

...solo che di bonheur ce n'era poco, e di "cornes de mon front" più del necessario.

A un certo punto, il caso mi fece incontrare S.A.R. Sergio Siminovich mi aveva chiamato per fare un concerto, e S.A.R., che non vedevo da tempo, cantava da soprano in "Du aber Daniel". Sì, cantava ques'aria, forse la più bella di Telemann, che significa: molto bella. E io ascoltando la sua voce limpida ero rapito (nei limiti consentitimi dalla mia attività di continuista) da questa riflessione: "Ma perché io devo fare del male a S.A.R., che è così bella, ed è pure intonata, e non mi scassa i coglioni con i suoi complessi, e devo continuare a stare appresso a quell'altra? Non può funzionare così...".

Ah, sì, perché c'è un dettaglio che va detto, altrimenti la storia non si capisce. La stronza era una collega musicista, pianista. Di talento non eccelso, insegnava in coservatorio all'equivalente dei nostri preaccademici attuali, a avrebbe dovuto fare la virtuosité, il diploma finale, che però non fece mai. Io, a quei tempi, vivevo di musica. Era impossibile tenermi lontano da uno strumento. Per me la musica era un bisogno, o una maledizione (ein Fluch). Per lei una professione (ein Beruf), per la quale si sentiva inadeguata, vivendo la sua inadeguatezza con un senso di colpa radicale e irreprimibile che scaricava su di me. La mia gioia di esprimermi con i suoni era un costante rimprovero per lei, che invece viveva come una soma insopportabile il dover studiare per essere utile ai suoi allievi e apprezzata dal suo maestro. Ma io, a quell'epoca, non avevo né allievi né maestri. Semplicemente, suonavo, ero me stesso e felice di esserlo. Ci sono però persone che non riescono proprio ad allietarsi dell'altrui felicità...

Fu così che a fine concerto mi avvicinai a Roberta che non vedevo da forse un anno (se lo chiedo a lei sa anche il numero di ore), circondata da quelle (demi-) vierges courroucées delle sue amiche, che stendevano intorno a lei un impenetrabile cordone sanitario (dai loro sguardi esalava un tetragono: "Guarda questo stronzo che torna a provarci, speriamo che quella cogliona lo mandi al diavolo"...) e le feci un complimento.

Siccome io i complimenti li faccio solo se ne sento il bisogno, solo se sono sinceri, accade che siano generalmente bene accolti, e così fu. S.A.R. mi diede il permesso di frequentarla, e io cominciai a corteggiarla, cosa che, in buona sostanza, non avevo fatto mai, considerandola, come dire, una variabile totalmente dipendente dai miei voleri, totalmente endogena alle mie voglie.

Ma rendendosi esogena, ponendomi di fronte alla necessità di espugnarla, S.A.R. aveva dato un passo diverso alla nostra lunga relazione. E anch'io avevo cominciato a riflettere su un problema strutturale, un altro: alla fine, quando le avevo fatto male (ed era successo) lo avevo fatto solo perché mi sentivo in colpa, e questo senso di colpa si trasformava in un desiderio di difenderla da se stessa, cioè da me, che inevitabilmente aggravava la sua e la mia situazione. Le mie politiche di austerità, insomma, innescavano una spirale deflazionistica, in fondo alla quale c'era in ricorrente default. Presa la decisione di corteggiarla, di averla perché la volevo (e non perché era lì), e di fottermene se questa cosa le faceva male, tutto andò per il verso giusto (più o meno). Cominciammo a farci del bene.

A questo punto, la strada era segnata.

Un giorno litigai ferocemente con mio padre, per non so bene quale motivo (così farà un giorno er Palla con me): me ne andai di casa e chiesi a Roberta se potevo venire a stare da lei. La sventurata rispose. Due giorni dopo, noleggiai un Ducato, andai a casa dei miei mentre non c'era nessuno, svuotai con l'aiuto di un amico di canottaggio la mia stanza e portai tutto nell'appartamento di Roberta, allora praticamente vuoto.

La stronza nulla sapeva: ci sono le asimmetrie informative, sapete? Lei era il principal, quello che non sa tutto, e S.A.R. era l'agent, quello che ha l'informazione completa. Quasi completa, perché quando due settimane dopo dovetti andare a Friburgo, le dissi che andavo da mia nonna (a quei tempi c'era ancora). Lei capì che le mentivo, ma mi lasciò andare. Era abbastanza sicura che se le mentivo fosse per non ferirla, e che non avrei toccato la stronza nemmeno con un fiore (come in effetti fu). Poi tornai a Roma, con dei valigioni belli carichi delle tante cose che avevo lì, a casa appunto della stronza. Ma non era finita. A luglio ripartii, questa volta dicendole dove andavo e assicurandole che andavo solo a prendere le mie cose. Le sue amiche erano in tutti gli stati: "Questo stronzo viene ad attaccare il cappello a casa tua, se ne va a scopare la stronza e tu lo lasci fare!" Ma Roberta aveva capito che io avevo preso una decisione (per inciso, credo che il 99% dei matrimoni delle amiche che la ben consigliavano sia poi scoppiato come un palloncino: medice cura te ipsum... Si è capito che l'ho detto con soddisfazione? Bene: ricordatevelo: so aspettare...).

Così, io andai su. La stronza partì per un giro in montagna nel quale io non ero previsto. Io chiamai S.A.R., lei venne, mi aiutò a fare i pacchi, io lasciai una lettera che non era quella che avevo cercato di scrivere per due settimane, S.A.R. la rilesse e ne corresse l'incipit (esigendo un più formale "Chère Elisabeth..."), e partimmo.

Credo che S.A.R. fosse molto tesa. Io di meno: l'informazione completa l'avevo io. Ero felice, e tale sono rimasto. Vent'anni dopo ho due figli splendidi, che parlano la mia lingua, e una donna che mi sopporta. Ora la porto a cena, col vostro permesso. Er Palla si è offerto di occuparsi della sorella, pensate un po'...

Poi ci sono le coincidenze. Il quarto incomodo, nel 1985, si chiamava Albert, come me. La stronza era caduta in piedi: due compagni con lo stesso nome sono una bella Versicherung (del resto, lei era svizzera).

E la notte in cui io partii, lasciando di me solo una lettera, era la notte di S. Laurent, cioè l'onomastico di quell'uomo che mi aveva fatto tanto soffrire, per il tramite della stronza, perché a sua volta ecc.

Che poi è anche la notte nella quale sono lieto di annunciarvi il #goofy4...



(...e dopo tanto romanticismo mi metto in modalità Mr Krebs. Il mo Krusty Krab vi aspetta, ma... ricordate! La vendita dei biglietti inizia solo dopo le 21: bisogna che il sole tramonti, e il treno lasci la stazione di Berna...)