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lunedì 26 gennaio 2026

Il mio primo secolo

(...qualche giorno fa il duro mestiere di ecclesiarca mi ha condotto in un paese dell'entroterra, dove ho reso l'ultimo saluto al padre ultracentenario di una di voi. Qui abbiamo sempre condiviso tutto, anche i momenti più dolorosi. Il fatto di non esistere conferisce a questo blog una riservatezza che oblitera in radice qualsiasi sospetto di sconveniente ostentazione - quella tipica dei "coccodrilli" giornalistici che tanto infastidiscono il nostro Daniele! Quando a spegnersi è una vita così lunga, da un lato ci si consola pensando che, in fondo, quella che termina è stata una vita pienamente vissuta, ma dall'altro ci si sbigottisce pensando che, per lo stesso motivo, la memoria che si disperde è tanto più profonda e preziosa. Comunque, fedeli al manifesto della Goofynomics, vediamo il bicchiere mezzo pieno: l'Abruzzo è discretamente pieno di centenari, anche se non ha il primato dell'incidenza sul totale della popolazione:

e questo, quando hai 63 anni, ti dà una netta indicazione. Sono rimasto sorpreso, peraltro, di vedere al quinto posto la Toscana - anche se la mia bisnonna morì a 99 anni. Forse trapiantando l'erba cattiva della Toscana in una terreno buono come quello dell'Abruzzo si può pensare di battere il primato del Molise, perché io come andrà a finire questa storia voglio vederlo... ed era proprio di questo che desideravo parlarvi!...)

A Roccaraso ho esposto i dati che qui conoscete da tempo, quelli che al #goofy12 avevano impressionato alcuni manager, motivandomi a scrivere questo post. Come vi ho detto nel post precedente, non solo voi, non solo i manager pubblici, ma anche qualche amministratore della Lega ha capito la gravità della situazione. Perché il fatto è che quando diciamo che "nel 2023 il Pil italiano è tornato ai livelli del 2007" non stiamo dicendo che siamo usciti dalla depressione! Stiamo dicendo che abbiamo perso sedici anni di crescita, e quindi che saremo usciti dalla depressione quando avremo recuperato la posizione che avremmo avuto se non avessimo perso sedici anni di crescita!

Certo, quale sia questa posizione nessuno lo sa con esattezza: si tratta per definizione di un controfattuale che può essere stimato in vari modi, ed è soggetto a incertezza. A mero titolo di divertissement possiamo usare come modello per la stima di questo controfattuale la tendenza deterministica, cioè, per capirci, la linea retta che meglio approssima i dati nel periodo antecedente alla crisi (cioè nel periodo 1950-2007), e poi estenderla nel futuro relativo (dal 2007 in poi), come vi ho fatto vedere plurime volte:


Faccio qui due o tre rapide considerazioni (su cui lavorerò con calma, e che potete naturalmente saltare).

Primo, so bene che la tendenza deterministica, per quanto interpoli bene i dati, in linea di principio non è il modello di serie storica più appropriato per rappresentare il Pil reale. Lo sappiamo almeno dal 1982, cioè dal two Charlies paper (9049 citazioni su Scholar, a mia scienza il paper di economia più citato del dopoguerra). Quale fosse il modello più appropriato ho cominciato a spiegarvelo qui, ma non è questo il momento di riaddentrarci in quei dettagli.

Secondo, anche se la tendenza deterministica non è un modello adeguato, sarebbe comunque buona norma nell'estrapolarla calcolarne la variabilità statistica. Potremmo scoprire, magari, che la forchetta di possibili valori del Pil previsti per il 2026 con le informazioni disponibili fino al 2007 è così ampia da contenere anche il valore cui siamo effettivamente giunti. 

Prometto che mi riapproprierò della mia licenza EViews per farvi vedere anche qualche stima fatta col modello giusto, e in ogni caso con gli appropriati indicatori di dispersione (intervalli di confidenza della proiezione), ma per ora tralascerei queste (opportune) raffinatezze, limitandomi a osservare che fino a qui quello che sappiamo è che con 603 miliardi potremmo riagganciarci al treno della crescita da cui ci siamo sganciati con lo shock del 2008. Va da sé che questa è un'ipotesi impossibile (soprattutto con un ministro austeritario come Giorgiettiiiihh!11!1!), quindi possiamo mettere la cosa in un altro modo: quale dovrebbe essere il tasso di crescita dell'economia da qui in avanti perché io possa festeggiare (a Pizzoferrato) il giorno del mio centesimo compleanno, nel vicino 2062, vedendo il Pil riagganciare il treno della sua crescita tendenziale storica?

La risposta è in questo grafico:

ed è...

























(...al primo che indovina facciamo uno sconto del 50% al prossimo #goofy, dove sarà presente uno che se ne intende...)

martedì 23 dicembre 2025

I salari reali: un aggiornamento

(...il post precedente ha suscitato una lunga discussione, che non credo sia esaurita né esauribile, perché la provocazione che vi ho posto mette in discussione l'essenza stessa di questo blog, cioè di quanto ci lega da anni, e del concetto stesso di rappresentanza politica, cioè della democrazia come la conosciamo e come cerchiamo di difenderla. Non mi sento pronto a replicare alle vostre osservazioni, a trarne una sintesi - necessariamente provvisoria: prima voglio rileggerle con calma e cercare di gerarchizzarle. Altre osservazioni mi sono venute in mente parlando con Gianandrea a colazione dopo il convegno, altre me ne sono venute passeggiando cor Palla per i monti Pizzi, altre me ne verranno dopo averci dormito sopra. Quale che sia la risposta che daremo alla domanda, io resterò qui perché questa è la mia natura, ma intanto, nell'attesa di sottoporre al vostro scrutinio gli insegnamenti che penso di aver tratto, e che penso dobbiamo trarre, dalla discussione, soprattutto perché non si possa rimproverare a noi quello che noi rimproveriamo agli altri, cioè di essere autoreferenziali e non apprendere dalle esperienze altrui, nell'attesa di questa sintesi vi propongo un aggiornamento. Sento piddini e sindacalume giallo assortito strepitare sul livello del salari. Io ero rimasto a maggio, quando avevamo calcolato che questo governo aveva realizzato il massimo tasso medio di crescita trimestrale dei salari reali. Siccome sono persona aperta al dubbio, a differenza degli "antifassisti", degli "ionondimenticoh", e di tutto il bestiario social, sono andato a verificare: non sia mai che dalla fine del 2024 - dove i nostri calcoli si fermavano - i salari reali fossero precipitati e si dovesse correre ai ripari! Non sarete sorpresi di sapere che invece...)


Su come si calcolino i salari medi unitari in termini reali ci siamo ampiamente diffusi qui, qui, qui e qui. Non riprendo quindi l'argomento e rinvio gli interessati ai post relativi per i dettagli tecnici. Da maggio ad oggi sono usciti i dati relativi ai primi tre trimestri dell'anno, quindi abbiamo tre punti dati in più. Dato che l'edizione dei dati è stata aggiornata, e ci sono quindi minuscoli "slittamenti" in tutte le serie coinvolte, invece di "appendere" gli ultimi punti dati alle serie calcolate a maggio ho rifatto completamente i conti. Per darvi un'idea, a maggio i dati si presentavano così:


e a dicembre si presentano così:


Stiamo parlando di revisioni praticamente impercettibili, tant'è che rappresentando insieme le due serie il quadro è questo:


(le due serie sono sostanzialmente indistinguibili) e facendo uno zoom su quello che non è un ventennio, ma lo diventerà a causa  dell'imbecillità di chi si ostina a negazionare i dati, vediamo questo:


cioè la stessa cosa che vediamo nel grafico precedente, quello che riporta tutta la storia a partire dal 1996: nel 2025, dopo una modesta flessione nel primo trimestre, i salari reali hanno ripreso a correre a un ritmo ancor più vigoroso che negli anni precedenti. Draghi ce li aveva lasciati (non per colpa sua, ma di una sorpresa inflazionistica) al secondo livello più basso dal 1996 (il minimo assoluto era stato toccato nel secondo trimestre del 2020), e nel terzo trimestre (estate) del 2025 eravamo già tornati sostanzialmente al livello del terzo trimestre 2019 (più esattamente, sotto quel livello dello 0,06%).

Quindi va tutto bene?

Naturalmente no.

Il problema infatti non è recuperare lo shock inflazionistico subito da Draghi o il disastro del COVID (compito portato quasi a termine), ma recuperare la macelleria sociale inflittaci da Monti (circostanza su cui gli operatori informativi pudicamente non si soffermano), e per quello di strada da fare ce n'è ancora un po'.

Quanto?

Rispetto al quarto trimestre 2011 siamo sotto dell'1,82%. Resta il fatto che siccome questo governo continua ad avere il più rapido tasso di crescita trimestrale dei salari reali, attorno allo 0,49% in ragione di trimestre:


se si mantenesse questa media i salari reali potrebbero tornare al livello pre-macellaio in circa quattro trimestri, cioè per l'estate prossima.

Naturalmente non è detto che lo facciano, né soprattutto che farlo sarebbe opportuno.

Se lo si facesse, infatti, da un lato i traditori dei lavoratori che sono stati a cuccia durante la macelleria montiana continuerebbero ad uggiolare che i salari non crescono per colpa del fassismo e dell'austeritah, ma dall'altro, ragionando in termini macroeconomici e non pseudo-ideologici, ci sarebbe da ragionare su come si potrebbe mantenere la posizione di vantaggio competitivo di cui beneficiamo, atteso che, come qui ben sapete dal 2011, e come Draghi ci ha confessato nel 2024, la competitività nell'Eurozona si basa sul taglio reciproco dei salari, il che comporta che una crescita dei salari troppo rapida esponga il Paese che riesca a conseguirla a una perdita di competitività, con deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, perdita di fiducia dei mercati, downgrade, innalzamento dello spread, e tutta la tiritera che sapete.

Si potrà spingere sull'acceleratore solo se anche gli altri lo faranno, ed è possibile, ma non so quanto probabile, che siano costretti a farlo dalle loro vicende politiche interne (la Francia, in realtà, dovrebbe tagliare, mentre la Germania dovrebbe spingere sulla crescita...). D'altra parte, indipendentemente da che cosa facciano Austrasia e Neustria (oltre a proseguire la loro più che millenaria baruffa), noi abbiamo comunque ancora margine per spingere un po' sulla crescita senza che i conti esteri vadano in rosso. Non so dirvi, perché non ho un modello econometrico trimestrale (e quello annuale l'ho lasciato a fare la muffa) in quanto tempo una spinta sulla crescita tale da mantenere una simile dinamica dei salari reali (ripeto: lo 0,5% al trimestre, cioè il 2% all'anno, che con i tassi di crescita che abbiamo significa un significativo progresso della quota salari), in quanto tempo, dicevo, una crescita così sostenuta dei salari reali porterebbe la bilancia dei pagamenti italiana in deficit. Posso solo darvi una valutazione istintiva: questa dinamica dovrà rallentare un po', ma non tanto da togliere a questo governo il suo primato nella crescita trimestrale dei salari medi in termini reali.

Il PD, naturalmente, continuerà a parlare di fassismo e di diritti QWERTY, ma il suo vero problema è questo: il fatto che i lavoratori due conti in tasca se li fanno, e nonostante il disfattismo seminato manibus plenis da quei pagliacci in caduta verticale di credibilità che sono gli operatori informativi, in media i lavoratori non potranno che vedere quello che è nella media dei dati (atteso che l'ISTAT non avrebbe particolare interessa a fornire un quadro edulcorato della situazione: se mai il contrario!).


(...breve rimando al post precedente: ma voi credete che quelli che erano lì siano in grado di apprezzare questo ragionamento e di capire che cosa ha a che fare con l'unica cosa che li preoccupa? Io no, ma va bene uguale: qui scrivo per me, non per cambiare "er monno", anche se, così facendo, un pochino "er monno" l'ho cambiato...)

giovedì 20 novembre 2025

La rivoluzione di Garofani

...oh, tiriamo un sospiro di sollievo! La vicenda è stata archiviata, fa parte del passato, o del futuro, ma comunque non dell'attualità, e quindi in questo blog che rifiuta il presentismo possiamo finalmente parlarne.

Credo non sia vilipendio affermare che Sergio Mattarella è un politico del PD (rectius: di quell'area politica che all'esito di lunghe e tormentate vicende è confluita naturaliter nel PD di cui costituisce il nucleo): la traiettoria in cui si iscrive è limpidamente descritta da Wikipedia (prego consultare), e se lo dicono loro forse lo posso dire anch'io.

Non vedo nulla di particolarmente strano nel fatto che un politico del PD si scelga come stretti collaboratori altri politici del PD, fra i quali il finora oscuro Garofani, un mio coetaneo che ha fatto (perché voleva farla) una ragguardevole carriera nell'area di cui sopra (prego consultare). Non so voi, ma io, ove mai in futuro dovessi scegliere chi inserire in un mio ufficio di diretta collaborazione, difficilmente penserei a farcirlo di piddini, ed è assolutamente ovvio che valga reciprocità.

Sarei molto sorpreso, infine, se un piddino non dicesse cose da piddino!

Confesso quindi a voi fratelli (e basta) che non vedo lo scandalo che ci ha tenuti occupati per 72 ore:

Tralascio le varie questioni ancillari su quanto una conversazione inter pocula possa essere o meno assimilata a una oscura trama, su quanto possiamo spingerci con la nostra fantasia nell'immaginare che possa esistere una leale collaborazione nell'interesse del Paese fra istituzioni comunque politiche perché di emanazione direttamente o indirettamente parlamentare, su quale debba essere il contegno non solo pubblico ma anche privato di chi riveste ruoli in certe auguste istituzioni, su come sarebbe stata gestita dagli operatori informativi una situazione simile a parti invertite, e via dicendo. Il fatto che una chiacchierata un po' guascona non sia un piano non significa naturalmente che un politico del PD auspichi un radioso futuro per il centrodestra, come pure il fatto che se un politico del PD potesse non esiterebbe a mettere i bastoni fra le ruote al centrodestra non significa che questo sabotaggio sia nella sua disponibilità, atteso che il gradimento di questo Governo presso gli elettori resta tutto sommato stabile, per motivi a noi chiari dal 22 agosto 2011 (che a pensarci è tanta roba):

(fonte YouTrend), e quindi rebus sic stantibus le elezioni del 2027 sembrano destinate, trame o non trame, Colle o non Colle, a dare un ulteriore dolore agli amici del PD.

Quindi, ricapitolando, il fatto che un politico del PD si scelga un collaboratore del PD che la pensa come uno del PD a me sembra piuttosto scontato.

Quello che invece mi colpisce è lo strumento con cui il PD pensa di ostacolare l'inevitabile, ma non imprevedibile, decorso degli eventi da lui stesso innescato: il "listone di centro" (che non è un parquet, ma una tappezzeria)!

Si continua cioè a ignorare che il centro è un buco coi partiti intorno, e questo buco è stato scavato dal PD, col sostegno dato ai Governi che realizzando questo programma hanno ottenuto questo risultato:


(ne parlammo qui). Quello che mi stupisce, e, ragionando con spirito patriottico, mi preoccupa, è che una testa pensante di una istituzione così eminente in tutta evidenza non si renda conto di che cosa il Paese ha subito, e non sia in grado di trarre delle ovvie conseguenze politiche dalle dimensioni e dalla scansione temporale di un simile shock economico! Non sono conseguenze inedite, tutt'altro! Sono anzi conseguenze assolutamente omogenee nel tempo e nello spazio, per cui stupisce che chi è pagato per pensare strategicamente non sia in grado di tenerne conto.

Questi intellettuali del PD, insomma, si rivelano un materiale sorprendentemente scarso non nelle loro forme, ma nella loro sostanza. Non possiamo perdonarli, proprio perché non si sono ancora resi conto di quello che ci hanno fatto. E finché a non rendersene conto è un personaggio tutto sommato irrilevante come questo qui:


(qui) direi che va anche bene. Uno che twitta gnegnegnègnegnegnègne (peggior governo di sempre) immediatamente sopra al grafico che certifica lo stupro fatto alla crescita italiana dai Governi Monti e Letta va tenuto caro! Averne di alleati simili!

Quando però questa lucidità di visione ("il fasheesmo ha portato il Paese sull'orlo del collasso e quindi un listone di centro riscontrerà consensi e darà la spallata") viene espressa da personaggi che un ubi consistam e soprattutto un ascolto ce l'hanno, eh, allora la situazione prende una luce che per certi versi è inquietante (possibile mai tanta cecità in centri decisionali importanti?), e per altri rassicurante (dato che quei centri decisionali ci sono apertamente ostili, è cosa buona e giusta che non abbiano capito un accidenti di quello che il Paese ha passato e sta passando).

Insomma: il problema (se è un problema) non è che un piddino pensi da piddino, ma è che cosa pensano i piddini.

E come ogni problema, anche questo è un'opportunità.

Basta togliersi di torno i piddini...

domenica 16 novembre 2025

La storia siamo noi

Murmur ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il goofy migliore è sempre l’ultimo":

Come verrà raccontato questo periodo tra 100 anni, quando nessuno di noi ci sarà più? Quando gli storici probabilmente dovranno anche fare uso di Intelligenze Artificiali molto più avanzate per scandagliare e analizzare l'infinita mole di documenti prodotti dall'umanità (inclusi i contenuti del Goofy che magari, per sopravvenuta obsolescenza tecnologica, non si troveranno più su Youtube ma archiviati in qualche altra forma)?

Il periodo del COVID verrà raccontato riducendo il tutto a scontro tra Lascienza e complottismi, come si fa oggi per vicende di 100 o 200 anni fa? O verrà messo in relazione alla più generale crisi della rappresentanza democratica e della distribuzione del potere che ha prodotto Brexit, Trump, Euroscetticismo? E la parentesi Eurozona/Unione Europea, come verrà giudicata dagli storici e dagli economisti del futuro?

Pubblicato da Murmur su Goofynomics il giorno 15 nov 2025, 16:17


Nel chiudere il #goofy14 mi sono posto una domanda analoga, ma forse più fruttuosa (o più assurda, giudicherete voi): ora che vediamo l'Europa andare rapidamente a destra

noi, che sappiamo perché ci sta andando, dato che lo avevamo previsto il 22 agosto del 2011 ("le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra"), non dovremmo forse rileggere con occhi diversi la storia dell'ultima drammatica svolta a destra del continente, quella iniziata circa un secolo fa?

Sono pressoché certo, caro Murmur, che uno storico comme il faut considererebbe con sussiegoso disdegno la mia e la tua applicazione alla storia di un metodo che probabilmente non le appartiene, quello analogico. Diciamo che su questo c'è un dibattito, e che probabilmente l'anelito verso un ragionamento rigoroso vale anche come scusante per la conclamata incapacità di imparare dagli errori del passato, visto che, in effetti, quanto il passato abbia da insegnarci dipende da quanto fondate siano le analogie che vediamo fra esso e il presente, e che un livello elevato di sofisticazione consentirà sempre di trovare distinguo in numero sufficiente da convincerci che "questa volta è diverso".

Tuttavia, nel modo asimmetrico con cui ci poniamo il problema (tu che ti chiedi come vedrà il presente uno storico del futuro, io che mi chiedo che cosa il presente dica del passato a noi che questo presente abbiamo dimostrato di comprenderlo meglio di altri perché ne abbiamo previsto un tratto molto significativo in un momento in cui il mondo sembrava stesse andando da un'altra parte - cioè a sinistra con la deposizione di Berlusconi qui, l'avvento di Hollande in Francia, ecc.), in questa asimmetria vedo un dato percettivo molto interessante. Mi sembra (ma può darsi che questa sia una mia impressione) che la maggior parte di voi non rifletta sul fatto che anche il presente è storia, e che, di converso, la storia è stata il presente di altri essere umani, né tanto migliori né tanto peggiori di noi. Questa dicotomia fra attualità e storia è largamente falsa, ancorché, me ne rendo conto, si basi su uno dei problemi più formidabili che la filosofia abbia mai dovuto gestire (non credo lo abbia risolto), quello del divenire, che da Parmenide in qua ha occupato menti più attrezzate della mia. Ma è questa dicotomia che ci consente di "chiamarci fuori" quando ragioniamo sui fatti storici, trincerandoci dietro la certezza che essi riguardino non solo (com'è ovvio) altre persone, ma persone e circostanze radicalmente diverse, realtà non confrontabili.

Credo che sarebbe invece un esercizio proficuo, e qui qualcuno lo ha fatto:


riflettere sul fatto che la storia siamo noi, che noi siamo nella storia, nella nostra storia, naturalmente, ma che questa storia, la nostra storia di esseri viventi che zampettano su due gambe da poco meno di quattro milioni di anni e che ha ancora più o meno lo stesso pancreas di 12.000 anni fa, quando ha posto le basi per soffrire di diabete, non può essere così radicalmente diversa da quella dei nostri simili che vivevano in un sistema economico capitalistico un centinaio di anni fa. Insomma, è sempre il solito discorso: chi ci propone "i totalitarismi" (e in particolare "le destre") del XX secolo come una imprevedibile irruzione nel divenire storico di un Male assoluto e radicale, inemendabile e incomprensibile, forse agirà in buona fede, ma sicuramente ci impedisce una lettura di quegli eventi in base alle dinamiche di classe che qui abbiamo individuato e applicato con successo, quando abbiamo preconizzato che l'austerità avrebbe fatto svoltare a destra la politica europea (QED) proprio mentre la politica europea pareva andasse a sinistra. E, in effetti, anche negli anni '30 del XX secolo era stata l'austerità a far svoltare a destra la politica europea, almeno in Germania, come ormai tutti sanno e ammettono. Solo qualche remoto sprovveduto crede più alla storiella dell'inflazzzzione di Weimar come causa del nazismo, la letteratura scientifica ha archiviato questo mito (basta leggersi Austerity and the rise of Nazi party, uno dei tanti paper che qui abbiamo scritto prima di leggerlo...). Non saprei citarvi ricerche analoghe a proposito del fascismo, ma sul nazismo c'è ormai un corpo di ricerca consolidata e autorevole secondo cui non è andata che i tedeschi siano tutti impazziti andando dietro a un folle omicida sessualmente disturbato, ma:


semplicemente che hanno cercato di reagire a governi che li avevano impoveriti praticando le politiche che qui in Italia sono state praticate dal PD, come Keynes aveva detto a suo tempo prima del nazismo, e noi qui avevamo detto prima di Monti.

Quindi, forse, l'esercizio più proficuo non è chiedersi come ci vedranno fra cento anni gli storici, perché fra cento anni noi non ci saremo, e questo quindi non ci riguarda. L'esercizio più proficuo è rendersi conto che siamo immersi in un flusso che spinge in una direzione per motivi che qui abbiamo dimostrato di conoscere meglio di altri, e che in passato ha condotto a vele spiegate verso la catastrofe. Il vero negazionismo è quello del PD, che disconosce la paternità di politiche à la Brüning, e il loro nesso causale con la solidità del consenso che sorregge la destra.

Questo, ormai, devo considerarlo il bicchiere mezzo pieno. In fondo, averlo capito, e essermi regolato di conseguenza, è quello che fa di me oggi un uomo politico relativamente visibile, e comunque abbastanza visibile da attirare la grottesca invidia dei tanti wannabe piddini à la Gerbaudo (un nuovo amico incontrato nella cloaca, ne parleremo in altra occasione...).

Ma non dobbiamo dimenticarci che siccome la storia siamo noi, e noi non siamo in una posizione di radicale alterità e terzietà rispetto a dinamiche già sperimentate e analizzate da ricercatori di varia estrazione, il bicchiere potrebbe anche rompersi...

venerdì 31 ottobre 2025

Produzione e salari (la gnagnarella del PD)

Sono reduce dalla registrazione di una tavola rotonda che andrà in onda su Rete8 questa sera (poi vi fornirò il video su FB e Twitter), e per l'ennesima volta mi sono affettuosamente confrontato con il local hero del PD, tal senatore Michele Fina (non so se lo conosciate, ambito Orlando, uno che quello che è successo lo sa... intendo dire Orlando lo sa!).

Il gentile collega ha inanellato una serqua di lievi imprecisioni che mi hanno lasciato letteralmente tramortito, facendomi ovviamente imbelvire al secondo giro di tavolo. Voi queste cose le sapete, ma ribadirle può essere utile, nel caso incontriate uno di questi grammofoni rotti.

Il gentile collega ha avuto la faccia di dire che secondo l'OCSE i salari reali sono diminuiti dell'8%! Questo è il più classico espediente descritto ne "La fabbrica del falso": fornire una variazione senza dire a quale intervallo temporale si riferisce. La diminuzione c'è stata, ma è dal 2021, banalmente perché il Governo Draghi è quello che ha registrato il record storico di caduta del salari reali (come abbiamo fatto vedere qui):


(ma allora il PD stava muto e subalterno), mentre il Governo Meloni è in testa alle classifiche non solo in termini diacronici, ma anche in termini sincronici, perché l'OCSE qui ci dice questo:


cioè che nell'ultimo anno meglio di noi come crescita dei salari reali (cioè del potere d'acquisto dei salari) ha fatto solo la Corea del Sud. Ma questo gli imbonitori da sagra paesana ovviamente non lo dicono.

La produzione è in caduta libera? Sì, e sapete da quando? Da quando c'era lui, perché i dati dicono questo:


l'ultimo massimo della produzione industriale in Italia è stato ad aprile del 2022 (quando c'era Uva), e in Germania a novembre del 2017. La produzione industriale tedesca è in caduta libera da otto (8) anni, con una evidente accelerazione nell'ultimo paio d'anni, ed è evidente che, se pure non in crescita, la nostra produzione industriale sta tenendo botta.

Ma gli imbonitori da sagra paesana non vogliono (o non sono in grado di) collocare i dati nel contesto, e da parte loro è perfettamente razionale non farlo, perché questo contesto lo hanno creato loro, nei lunghi anni in cui da qui abbiamo criticato la loro folle subalternità all'Unione Europea, prevedendo punto per punto i disastri che questa avrebbe provocato.

Ne parliamo a Montesilvano fra una settimana (ultimi venti posti)...

sabato 4 ottobre 2025

Astensione e risultato elettorale

Chiedo scusa! Metto qui a verbale del Dibattito un'osservazione che ho visto fare a pochissimi: me stesso

il prof. Magnani:


e un'altra persona di valore che sicuramente non vuole essere nominata (nel senso: non qui! Magari in un cda sì, e ne avrebbe tutti i presupposti, ma non nel blog...).

Tengo la formulazione di Carlo: fino a qualche anno (ma forse mese) fa, con un'astensione pari a metà degli aventi diritto in una regione tradizionalmente rouge la sinistra avrebbe vinto con 20 punti di distacco (60 a 40). Il fatto che abbia perso con 8 punti (44 a 52) è una assoluta novità, soprattutto se consideriamo l'azione di disturbo dei partituncoli, alcuni dei quali, per quanto di ideologia "comunista", nei fatti assolvono al compito di sottrarre voti a noi (mi riferisco a Rizzo & Co.).

Pare quindi che a scoraggiarsi, o magari addirittura a votare a destra, siano stati gli elettori di sinistra.

Sarà una tendenza locale o nazionale?

Lo scopriremo presto, osservando le prossime due regioni "progressiste": Toscana e Puglia. Sarà interessante poi tirare le fila del discorso, cosa per la quale mi affiderò a Claudio, l'unico analista elettorale di cui mi fidi ex post, avendo avuto plurimi benefici dal fidarmene ex ante! Se dovesse emergere qualcosa di simile a una effettiva presa di coscienza da parte degli italiani dei danni catastrofici che il PD ha inflitto al Paese ne sarei sorpreso (mi rammarica dirlo), ma naturalmente molto lieto. In realtà credo che una consapevolezza a questo livello non ci sia, non ci possa essere (lo vediamo nel prossimo post), e quindi o il fenomeno che si è manifestato nelle Marche è destinato a restare estemporaneo, o, se si consolida, ci sarà da interrogarsi sulle sue ragioni. Probabilmente, il fatto che il "progressismo" si manifesti come l'occuparsi delle sorti di qualsiasi popolo tranne che del proprio potrebbe aver giocato un ruolo, per quanto la presa emotiva di questo messaggio possa essere forte sugli sprovveduti o su coloro cui non incombe il compito di portare la pagnotta a casa (i cosiddetti "ggiovani"). Chiamiamola eterogenesi dei fini! Ci piacerebbe che il voto fosse guidato da un apprezzamento corretto da parte degli elettori delle effettive dinamiche di classe, ma possiamo tranquillamente accontentarci del fatto che esso sia guidato da una ripulsa istintiva, sempre da parte degli elettori, delle dinamiche di classe fasulle che vengono proposte loro dai "progressisti", purché il risultato sia quello che deve essere!

E intanto l'abbiamo messa a verbale, a beneficio delle vostre osservazioni, e di quelle altrui che eventualmente vorrete riportarmi.

mercoledì 30 aprile 2025

Tesoro, mi si sono ristretti i salari!

(...così, de bbotto, ci accorgiamo che esiste un problema di salari in Italia...)


 (...retribuzioni lorde di contabilità nazionale deflazionate con l'indice armonizzato dei prezzi al consumo, indice con base 1996:1=100, il quadrato rosso indica il periodo di illuminata gestione del PD in esecuzione degli ordini di Draghi, come documentato qui...)


Dal Vangelo secondo Matteo:


Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia decimatis mentam et anethum et cyminum et reliquistis, quae graviora sunt legis: iudicium et misericordiam et fidem! Haec oportuit facere et illa non omittere.

Duces caeci, excolantes culicem, camelum autem glutientes.

Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia mundatis, quod de foris est calicis et paropsidis, intus autem pleni sunt rapina et immunditia!

Pharisaee caece, munda prius, quod intus est calicis, ut fiat et id, quod de foris eius est, mundum.

Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia similes estis sepulcris dealbatis, quae a foris quidem parent speciosa, intus vero plena sunt ossibus mortuorum et omni spurcitia!

Sic et vos a foris quidem paretis hominibus iusti, intus autem pleni estis hypocrisi et iniquitate.

Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, qui aedificatis sepulcra prophetarum et ornatis monumenta iustorum

et dicitis: “Si fuissemus in diebus patrum nostrorum, non essemus socii eorum in sanguine prophetarum”!

Itaque testimonio estis vobismetipsis quia filii estis eorum, qui prophetas occiderunt.

Et vos implete mensuram patrum vestrorum.

Serpentes, genimina viperarum, quomodo fugietis a iudicio gehennae?


(...vado a parlarne a Coffee Break...)



venerdì 22 novembre 2024

Ancora sulla sanità (pe' malati c'è la china...)

Dunque: cominciamo dai dati, che stanno al PD come l'aglio sta ai vampiri (ricordo sempre che invece Aristotele sta ai piddini come un crocefisso ai vampiri). Li trovate qui. Chiarisco subito che sto utilizzando, in questo post (o parte di post, dipende da quante rotture di scatole soggiungeranno) il database COFOG (Classification Of the Functions Of Government) dell'Eurostat perché mi interessa fare qualche confronto internazionale. Il semicolto piddino è per sua intima indole "indernescional", rappresentando la malattia senile di quel cosmopolitismo borghese che, come è noto agli intellettuali di sinistra, si è storicamente posto in contraddizione con l'internazionalismo proletario (esempio pratico: l'internazionalismo proletario è sempre stato contro l'importazione di manodopera o di crumiri a basso costo, il cosmopolitismo borghese è sempre stato animato da un afflato filantropico rousseauiano di accoglionanza verso il "bon sauvage"...). Facciamogli quindi vedere qualche confronto internazionale. Ovviamente la necessità di armonizzare i dati determina una non adeguata tempestività delle informazioni, quindi quello che guadagniamo in appeal "indernescional" lo perdiamo in aderenza all'attualità: COFOG a oggi si ferma al 2022, cioè a quello fatto da LVI, il migliore (the best one). A questo rimedieremo coi dati del ministero, che sono parzialmente diversi (quindi non confrontabili internazionalmente) ma più tempestivi (con le previsioni della legge di bilancio arrivano al 2025). Non so se questo update riesco a darvelo oggi, ma ci provo.

Qui avete il confronto fra i livello assoluti della spesa nominale:


Il dato che emerge è la divergenza fra Italia e Germania (la Francia mantiene la barra) nel periodo successivo alla crisi dei subprime. La spiegazione non è difficile: da noi arrivarono le politiche di austerità, da loro un aiuto insperato e di cui non avevano necessità: le politiche di quantitative easing (acquisto di titoli pubblici) da parte della Bce seguivano la cosiddetta capital key, erano cioè proporzionali alle dimensioni dei Paesi, non dei rispettivi problemi, e quindi la Germania poteva finanziare la spesa pubblica a tassi sostanzialmente negativi mentre noi passavamo il calvario che ricorderete.

Questo "fatto stilizzato" è utile tenerlo presente, in particolare per ricordare chi ha tagliato cosa, ma è chiaro che il confronto fra valori assoluti della spesa lascia il tempo che trova, dato che si riferisce a Paesi di dimensioni molto diverse.

Può essere interessante però mettere in evidenza la dinamica dei volumi di spesa, ponendo il 1995 uguale a 100:


Ovviamente questo, che è un indice, va letto come un indice, nel senso che ci informa sulla dinamica del fenomeno. Dal 1995 alla crisi dei subprime in Italia la spesa è cresciuta più che nella media dell'Eurozona, in qualche modo, nonostante gli sforzi per entrare nella moneta unica. Il divario si stava colmando. Poi tutto si è fermato (sindacati e medici muti).

Può però essere più utile una normalizzazione, e ve ne propongo due, cominciando dalla più ovvia, quella rispetto al Pil (che è fornita direttamente da COFOG):


Naturalmente i dati sono sempre quelli e quindi raccontano, in un modo o nell'altro, la stessa storia, con ulteriori sfumature che vanno sottolineate. Intanto, la percentuale di spesa sanitaria pubblica rispetto al Pil è andata aumentando un po' ovunque, come risultato, immagino, dell'invecchiamento della popolazione e del progresso tecnologico, che ci ha fornito strumenti diagnostici più efficaci ma anche più costosi. Poi, è evidente che l'Italia nel 1995 partiva molto svantaggiata in termini comparativi, ma la dinamica sostenuta della sua spesa le consentiva di recuperare posizioni, superando nel 2005 il dato tedesco e tenendosi incollata fino al 2012 alla media dell'Eurozona. Dopo, com'è ovvio per voi, la situazione si deteriora rapidamente, con un'inversione di tendenza verso la fine, dovuta al COVID, e una brusca discesa (dovuta a un'espansione del Pil nominale più vigorosa che in altri Paesi). Anche qui, quando e chi ha causato il problema mi pare sia evidente.

Vi propongo anche un'altra normalizzazione, che non so perché non viene mai discussa in pubblico: quella rispetto al numero di abitanti. Perché in effetti non è il Pil ad ammalarsi, come dice l'amico Quirino Biscaro: sono le persone, quindi magari è utile vedere quanti soldi mette lo Stato a testa, no? Lo vedete qui:


Nota bene: COFOG questa statistica non la fornisce, quindi i dati sulla popolazione li ho presi dal World Economic Outlook del Fmi. Che cosa vediamo in questo grafico? Che, come prima, a metà degli anni '90 l'Italia partiva svantaggiata in termini di spesa nominale pro-capite (indicatore che comunque va anch'esso preso con le pinze, visto che i prezzi in Italia, Francia e Germania non sono gli stessi: ma dati a parità internazionale di potere d'acquisto non ne abbiamo). Dopo di che, in virtù della dinamica che vi ho evidenziato, l'Italia recupera e si allinea alla Germania, il Paradiso terrestre dei piddini (e in effetti, se non suonasse come una deportazione - che è contraria ai miei principi etici - li manderei tutti a stare lì...). Dopo di che arriva la crisi subprime ecc.

A scanso di equivoci come quelli sollevati dal comico "Il Comico", mi sembra sufficientemente ovvio che in tutta questa roba il Governo Meloni non c'entra né sotto il profilo ideologico (adesso sono un parlamentare di maggioranza, ma che il PD stesse macellando il Paese era fattuale e lo avevo preannunciato quando ero un intellettuale di estrema sinistra) né sotto il profilo cronologico (il Governo Meloni arriva alla fine del 2022, cioè in corrispondenza dell'ultimo dato rappresentato in questo grafico). Questi grafici quindi descrivono la situazione prima dell'arrivo dell'attuale Governo: una situazione molto eloquente e che dovrebbe indurre alla prudenza, se non al silenzio, chi si accorge solo oggi, per motivi evidentemente tattici, che nella sanità qualcosa non torna. Cosa non torni e da quando (e quindi per responsabilità di chi) è sufficientemente ovvio dalla lettura dei grafici.

Per vedere invece come stanno andando le cose ora, dobbiamo rinunciare ai confronti internazionali e tornare sui dati italiani, approfondendo l'analisi già svolta qui.

Ma questo lo facciamo in un'altra occasione: per oggi abbiamo abbastanza materia!


(...ho scritto di corsa e senza occhiali: se ci sono refusi, mettete nei commenti e poi li tolgo. Rileggere fa bene all'ortografia ma fa male alla salute, e devo mediare fra queste due esigenze...)

giovedì 12 settembre 2024

Contrordine, compagni! Ascesa e caduta dell'educhescion digitale

Mi scrive una persona informata dei fatti, commentando questo ritaglio di giornale:



Spettacolare! Vent'anni di sinistra al governo con i pochi che osservavano che forse troppo digitale non faceva bene alla scuola irrisi perché ritenuti antiquati e adesso che un ministro di destra fa qualcosa di reale in tal senso, "ce ne vuole di più"! 

Ma quando la 7° del Senato ha pubblicato gli esiti dell'indagine sull'impatto del digitale sugli studenti, nel giugno 2021, chi era Ministro dell'Istruzione?

Uno De Passaggio


All'ultima domanda di Uno De Passaggio (lontano cugino di Uno Normale, l'entità mitica di cui vai in cerca quando devi occuparti di nomine, ben sapendo che nella fisica quantistica delle nomine vale il principio di indeterminazione di Bagnai: "Poiché nominare significa interagire, ciò preclude l'integrità psichiatrica del soggetto nominato"), all'ultima domanda, dicevo, è facile rispondere. Il documento fu approvato il 9 giugno 2021, e quindi il ministro dell'istruzione era lui, l'allievo di Prodi e Quadrio Curzio (e se io che sono del mestiere me lo sono dovuto andare a cercare su Google un motivo ci sarà).

Quelli (pochi) che osservavano che troppo, ma anche poco, digitale non fanno benissimo all'insegnamento, non solo primario, non solo secondario, ma anche terziario, chi è del mestiere se li ricorda, e uno è qui:


e vi spiegava perché e per come aveva voluto tenere quello che poi sarebbe stato il suo ultimo corso di dottorato (ma a settembre 2017 mai avrei pensato di scrivervi un giorno da San Macuto, di cui ignoravo l'esistenza...) utilizzando una lavagna di ardesia, faticosamente inseguita per le aule della D'Annunzio: erano oggetti rari già nel 2017, prima che i barbari dei banchi a rotelle scagliassero dalle finestre delle nostre scuole i pochi esemplari rimasti, mandandoli in frantumi, per obbedire agli scellerati ordini dei loro padroni cinesi.

Che cosa voleva allora il PD? Ve ne ricordate? Voleva ovviamente la modernità e il progresso, coerentemente con l'afflato progressista di cui si sente interprete unico e solo. E naturalmente la modernità era cchiù pilu, pardon: più digitale per tutti, e a tutte le età. Ce ne ha parlato distesamente Giorgio Matteucci, con altri, in questo convegno organizzato da a/simmetrie in Parlamento, ma insomma l'andazzo credo che ve lo ricordiate. Il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD: come potremmo fare a meno di un acronimo? E che acronimo sarebbe, se non fosse impronunciabile?), quel "pilastro fondamentale de La Buona Scuola" (legge 107/2015)", come lo definisce il sito del ministero, era stato licenziato da un altro ministro di cui il ricordo è labile, ma l'appartenenza indelebile: Stefania Giannini, pregiato componente del governo Renzi (#DAR)!

Come avrebbe potuto la mela cadere lontano da cotanto albero?

Lo trovate riassunto qui in appena 35 punti, fra cui troviamo il BYOD (cioè: portati il telefonino in classe!), il registro elettronico (cioè: deresponsabilizzati e disimpara a scrivere), gli standard minimi per la didattica online (cioè: lì volevano andare a parare e non gli è parso vero di avere un motivo cogente per accelerare su quel percorso), insomma: lammerda de lammerda de lammerda (senza offesa per le feci), il tutto proposto da chi? Ma è chiaro: dai referenti politici degli intellettuali engagé che oggi si "indinniano" e perché? Perché qualcuno ha detto basta, ma non l'ha detto abbastanza, tant'è che bisogna colpirlo come la Morte Nera!

Ma come?

Quando il ministro era vostro propugnavate il BYOD, e ora che il nostro ministro si oppone al BYOD di Renzi, mi diventate supinamente (stavo scrivendo suinamente) e subalternamente contro il BYOD anche voi? Così, de bbotto!? Sembrerebbe paradossale, ma il paradosso si spiega se ci si ricorda che qualsiasi cosa facciate, voi la fate, e soprattutto la raccontate, in modo più migliore, il che legittima i vostri più acrobatici voltafaccia (basti pensare al wannabe PdR che con scioltezza è passato dall'austerità agli ottocento miliardi - anzi: mijardi - di investimenti)!

Perché al telefonino in classe aveva aperto la Fedeli nel 2017 (quando io mi dannavo per trovare una vera ardesia e del vero gesso: la mia personale crisi delle materie prime era appena iniziata!), ma voi, cari intellettuali, muti! Tanto, la via di fuga era già pronta: se tutta questa digitalizzazione (che non poteva funzionare) non avesse funzionato, la colpa sarebbe stata degli insegnanti, non vostra o dei vostri strategòi! Esattamente come l'insuccesso dell'euro, che non poteva funzionare, è in tutta evidenza colpa del popolo bue, mica dei raffinati intellettuali che lo concepirono (uno lo abbiamo menzionato)!

E anche questo, in qualche modo, è un QED...

domenica 25 febbraio 2024

Carità e coscienza

(...aspettando i risultati delle elezioni in Sardegna...)

Da plurimi e convergenti indizi afferro quale sia stato il principale ostacolo alla capacità di coinvolgimento di questo blog, un ostacolo vecchio quanto il mondo, codificato dalla saggezza popolare (ex multis: pancia piena non crede al digiuno), un ostacolo oggettivamente insormontabile.

Spesso ci siamo ripetuti, citando Upton Sinclair, che era inutile cercare di far capire certe cose a persone il cui stipendio dipendeva dal non capirle. Questo è senz'altro vero. Forse è altrettanto e più vero che è impossibile cercare di far capire certe cose a persone convinte che esse non le riguardino.

Il primo tema politico, insomma, resta sempre quello della carità, intesa come l'accorgersi delle cose che non vanno quando ancora non sono capitate a te.

Me ne sono reso conto leggendo qualche giorno fa su Sinistrainrete un articolo del Chimico scettico.

Urgono due premesse: la prima è che sì, ogni tanto leggo Sinistrainrete, è un aggregatore (o, come dice lui, archivio) di blog interessante, ovviamente in diversi gradi di lettura: può darsi che qualcosa sembri interessante a me per motivi diversi da quelli per cui sembra interessante a lui, ma questo poco importa. Chi vi scrive qui è lo stesso che ha aperto il blog tredici anni fa. Resto fra i blog consigliati da Sinistrainrete e credo che ci siano vari motivi per questa scelta che potrà sembrare strana a dei turisti del dibattito. Il primo di questi motivi è che "sinistra" non significa "PD", che anzi della sinistra è il contrario!

Seconda premessa: del Chimico scettico e del suo blog ho appreso l'esistenza durante la pandemia, anche se il blog preesisteva (risulta iniziato nel 2018). Ho sempre trovato il suo lavoro equilibrato e interessante, se non altro perché a differenza di un altro recente meteorite, Critica climatica, cita le fonti ed è più accorto nel reprimere eventuali pulsioni antipolitiche. Quindi non ce l'ho su con lui, al contrario!, e quello che segue non va letto come una : "Guarda quello [epiteto a piacere] del Chimico scettico che non si rende conto ecc.!", ma al contrario come uno sconsolato: "Guarda come siamo messi se perfino una persona pregiata come il Chimico scettico si è perso certi dettagli...".

Quali dettagli?

Faccio prima se vi riporto la frase che ha colpito la mia attenzione: "gli ultimi due anni mi hanno fatto capire com'è che il fascismo si è diffuso in Italia" (in questo articolo).

Ora, noi qui una riflessione sul pericolo di derive autoritarie di vario genere, più o meno assimilabili al "fascismo" storico, l'abbiamo avviata da tanto tempo e su diversi piani: soffermandoci desolati sul conformismo della professione scientifica, tutta pronta a mettere la propria firma sotto a un progetto (quello dell'unione monetaria) in cui i suoi esponenti più autorevoli avevano individuato più di un "effetto collaterale" (e ci dicevamo costernati che se al fascismo si erano opposti in dodici, all'eurismo nella professione accademica si era opposto solo uno); analizzando le conseguenze redistributive delle politiche di austerità (cioè di svalutazione interna) cui l'eurismo naturaliter conduceva, quelle politiche di cui oggi tutti dicono, più o meno convintamente, che fossero un errore, senza però chiarire quale motivazione questo errore avesse, ovvero quali ne fossero i risultati in termini di dialettica fra classi sociali (cosa che noi avevano fatto ad esempio qui, parlando della Lettonia, ma prima ancora qui...); riflettendo quindi sul legame storico fra politiche di austerità, polarizzazione del discorso politico e avvento dei regimi autoritari, un tema che oggi è mainstream, al punto che siamo già alle meta-analisi (cioè agli articoli che sintetizzano i risultati di un'intera letteratura: uno è questo, e vale la pena di dargli un'occhiata), ma che certo era altrettanto mainstream quando dicevo, inascoltato e incompreso sul "manifesto", che "nel lungo periodo le politiche di destra avvantaggiano solo la destra" (qui), o quando, un pochino (dieci anni) prima del meritorio lavoro di Galofré-Vilà e altri su austerità e ascesa del partito nazista, ci rendevamo conto che Hitler non era il prodotto della mitologica "inflazione di Weimar", ma dell'austerità (qui ad esempio ce lo documentava Alex), e ce ne preoccupavamo.

Insomma, la riflessione che mi veniva, leggendo le parole del pregiato Chimico scettico, era forse un po' ingenerosa, e sicuramente molto insidiosa (il rischio del paternalismo è sempre imminente, come, del resto, quello del grillismo). Potrei sintetizzarla così: ci sono tante brave, ottime persone che di questo:


non hanno mai saputo niente (o, peggio ancora, lo hanno metabolizzato aderendo distratte al racconto del mainstream, o magari alla consolante idea che "tanto qui non potrà succedere!"), e che da questo:


non sono (ancora) state attinte.

Ora, attorno a questa constatazione potremmo organizzare diverse riflessioni, ma non ho tempo di farlo in modo sufficientemente strutturato, quindi vi accontenterete.

La prima riflessione è che carità vuole non solo che ci si accorga del Male e lo si contrasti prima che esso ti colpisca personalmente, ma anche che non lo si invochi come strumento pedagogico!

Certo che se il povero Chimico scettico si fosse trovato in mezzo a una strada nel periodo in cui tanti imprenditori si sono tolti la vita forse una riflessione l'avrebbe fatta, ma forse anche no. Come dicevo oggi alla Scuola di formazione, se a molti è passato inosservato il fatto che il percorso storico del Pil invece che alla C di crescita ci ha portato alla D di depressione, ciò significa che essi evidentemente hanno mantenuto o aumentato le proprie posizioni di benessere relativo. Ma allora, visto che la somma deve sempre fare il totale, questo significa anche che moltissimi altri siano stati letteralmente frantumati dalla crisi, al punto da non poter neanche organizzare una riflessione, neanche abbozzare una presa di coscienza. Non è augurando a chi non ha capito di ritrovarsi come il pensionato greco che riusciremo a costruire la diffusa consapevolezza necessaria per cambiare traiettoria.

D'altra parte, la storia dei "punturini" contiene due lezioni importanti e complementari: la prima, per loro, è che puoi disinteressarti di quanto ti accade intorno, ma prima o poi la realtà busserà alla tua porta; la seconda, per noi, è che sulla presa di coscienza individuale, sulla reazione alla minaccia esistenziale diretta, non si può costruire alcun discorso politico di sufficiente respiro.

Insomma: il fatto che altri si accorgano che siamo in una situazione delicata è senz'altro positivo. Senza una corretta attribuzione di responsabilità, però, senza una corretta analisi, rischia di diventare un fatto episodico, effimero, di alimentare il pulviscolo degli "zero virgola". L'anomalia italiana esiste, ed è nel fatto che chi ci ha condotto da B a D sia ancora in Parlamento con percentuali ragguardevoli, il che significa che c'è una percentuale ragguardevole di italiani che ha visto difesi i propri interessi da chi ha portato il Paese in depressione, o, più probabilmente, che non ha maturato una coscienza sufficientemente lucida di quali siano i suoi interessi.

Come possiamo aiutare questa presa di coscienza?

venerdì 26 gennaio 2024

Il PD e i tagli alla spesa pubblica: lezioni per la destra

La pulcinellata alla Camera l'avete potuta vedere tutti:


I dati li avevate potuti vedere qui:


e quindi un'idea sulla consistenza delle recriminazioni della Schlein (che il Signore ce la conservi!) ve l'eravate potuta fare.

Ora, è un fatto che io ho una propensione per la Meloni semplicemente perché a suo tempo dimostrò di essere una persona aperta all'ascolto (l'altra certo non era tipa di venire a un #goofy), e resto grato alla cara memoria di Antonio Triolo che me la presentò tanto tempo fa. Penso anche che lei mi sia grata del fatto di non disturbarla (tanto ci pensa Borghi, inutile duplicare). Siccome però amicus Plato sed magis amica veritas, rilevo che in questo caso nessuna delle due contendenti, né quella che ha trionfato secondo i media di destra, né quella che ha trionfato secondo i media di sinistra, hanno detto l'esatta verità.

La menzogna della Schlein (che il Signore ce la conservi!) è tutta nel grafico qua sopra, quindi non ci tornerei su.

L'imprecisione della Meloni mi è stata segnalata da un membro del mio staff (sì, noi arroganti individualisti narcisisti tendiamo a lavorare in squadra: vedi com'è strano il mondo!) e in effetti rafforza l'argomento della Meloni. Il problema non è quindi che la Meloni abbia mentito come mente la Schlein (che il Signore ce la conservi!)  quando nega le evidenti responsabilità del suo partito nell'overkill della sanità italiana (chiaramente visibile nel grafico qua sopra). Il problema è che avrebbe potuto spargere il sale sulle rovine della Schlein (che il Signore ce la conservi!), ma per qualche motivo non lo ha fatto.

Per spiegarvi a che cosa mi riferisco devo entrare in aspetti legislativi.

Quello cui le due contendente (dico così per non offendere una delle due, l'altra è una persona spiritosa) si riferiscono nel loro scambio è il comma 71 dell'articolo 1 della legge 23 dicembre 2009, n. 191, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (aka legge finanziaria 2010)

ovvero il provvedimento che nella seconda finanziaria (si chiamava così la legge di bilancio) del Governo Berlusconi quater ancorava la spesa finanziaria per il successivo triennio ai valori del 2004.

Credo però che, complice, per una volta, il mancato uso della tecnica dei rimandi normativi, contro la quale si era giustamente scagliato nella XII legislatura il collega Serafino Pulcini con una sua interessante proposta di legge costituzionale in materia di redazione e semplificazione degli atti normativi, sia sfuggito un dettaglio.

Quale?

Il fatto che il tetto alla spesa non è stato adottato nel 2009, come dice la collega Schlein (che il Signore ce la conservi!).

È stato adottato qui:


Dice: "e che d'è sta robba?".

Sono qui per servirvi! Trattasi del comma 565 dell'articolo 1 della Legge 27 dicembre 2006, n. 296, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (aka legge finanziaria 2007). Sarebbe, per capirci, la prima legge di bilancio del Governo Prodi bis.

Insomma: il tetto alla spesa per il personale della sanità pubblica è stato adottato da Prodi, quando era primo ministro del secondo Governo Prodi, e non da Meloni, quando era Ministro per la gioventù (non ho detto "giovinezza"!) del quarto Governo Berlusconi.

La mia inesausta Barmherzigkeit mi impedisce di far notare quanto sia comunque ridicolo attribuire a un Ministro per la gioventù la paternità di un provvedimento in materia sanitaria ("questo specifico problema l'ha creato lei!"); mi impedisce anche di infierire sull'"e non certo noi!": perché, Prodi era un fascista? Secondo le categorie di questo blog sì, ma secondo le categorie dei professionisti dell'antifascismo direi proprio di no: mi sembra che fosse del PD, cioè del "noi" cui si riferiva la Schlein (che il Signore ce la conservi!).

Ci sarebbe tanto da dire, ma mi fermo qui.

E la morale della favola, quindi, qual è?

Direi che ce ne sono almeno due: la prima, mi sembra evidente, è "non faccia la destra ciò che ha fatto la sinistra". Il Governo Berlusconi ha senz'altro sbagliato nel prorogare, in nome del "ce lo chiede l'Europa", le scellerate disposizioni del Governo Prodi. Attenzione: qui non mi riferisco al fatto che le politiche procicliche sono sbagliate (non solo in recessione, ma soprattutto in recessione). Qui mi riferisco al fatto che fare quello che fa il PD è comunque sbagliato e resterebbe tale anche se fosse la cosa giusta! Insomma: reitero il mio accorato appello all'ideologia.

UE = PD = cose che non si nominano a tavola, period.

Ma se di tutto quello di nefasto che il PD propone vai a far tuo e riproporre proprio i tagli sulla sanità, allora quando la Leuropa arriva e ti depone (come confessò il ciabattino che somiglia a Mister Bean) non puoi aspettarti che il popolo si scaldi più di tanto in tuo favore.

E la seconda morale?

Beh, la seconda morale è che lo staff va costruito con attenzione. Nessuno di noi potrebbe prendere da solo le infinite decisioni che deve prendere nell'unità di tempo. Ne consegue che la qualità di chi ti aiuta a prenderle è determinante.

E ve lo dice uno che vi ha sempre detto che avrebbe preferito perdere da solo che vincere in compagnia! Eppure, dietro ogni mio discorso c'è tanto lavoro, non solo mio, ma anche di una squadra scelta con cura: perché, nonostante vi detesti, tutto vorrei tranne che deludervi.

Strano il mondo, vero?

domenica 31 dicembre 2023

Il PD, ovvero la crescita negata (il mio discorso di fine anno).

Quest'anno, oltre alla consueta presenza degli sciroccati, la platea del #goofy12 registrava anche una ristretta ma qualificata presenza di esponenti della classe dirigente del nostro Paese. Il "laboratorio nero":

Il pubblico del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia 2023

nel corso degli anni ha prodotto qualcosa.

Tornando a Roma in compagnia di uno di questi manager, gli chiedevo quali impressioni aveva tratto dal convegno, quali cose lo avessero colpito, e i suoi main takeaways erano due: questo:

(tratto dalla relazione di Daniela Tafani), e questo:

Il grafico della vergogna nazionale

tratto dalle mie considerazioni conclusive: il grafico recante l'andamento del Pil italiano dal 1950 a oggi, insieme alla sua tendenza calcolata dal 1950 al 2007, ed estrapolata dal 2008 a oggi.

L'anomalia evidenziata da questo grafico è così vistosa, lo scostamento del Pil effettivo dal suo andamento tendenziale è così pronunciato, così apparentemente incolmabile, la cicatrice inferta al percorso di crescita del Paese così profonda e visibile, da condurre a una conclusione: qualsiasi ragionamento sul presente e sul futuro del nostro Paese che non parta esplicitamente da questo dato,  che non lo ponga al centro dell'attenzione, che non ne proponga una spiegazione, che non illustri un possibile percorso di ripresa, non può aspirare al rango di discorso, ma resta confinato nell'ambito delle chiacchiere. Detto in altre parole, mi sembra che per fare credibilmente politica in Italia si dovrebbe innanzitutto sapere che è successo questo (e vi assicuro che quasi nessuno lo sa), poi tentare di capire perché è successo (e oggi vi proporrò qualche linea di indagine), e infine valutare se e come sia possibile recuperare (e fino ad oggi, mi spiace, ma posso solo indicare quali sono, alla prova dei fatti, delle false soluzioni). La necessità, per un politico, di confrontarsi con questo fenomeno non scaturisce tanto dal fatto che i cittadini, e quel loro sottoinsieme sempre più ristretto che sono gli elettori, sappiano che è successa una roba simile. Anch'essi vivono, come chi li rappresenta, nell'ignoranza di questo dato mostruoso. Schiacciati come sono, come siamo, nella dimensione quotidiana, non gli si può chiedere quella memoria e quella prospettiva storica che può avere chi, come me, per mestiere ha studiato e insegnato l'analisi di lungo periodo delle serie storiche, e quindi sa dove trovarle e come leggerle!

Ma il fatto è che l'entità del disastro è tale che i cittadini non possono non soffrirlo nella loro carne viva. L'ignoranza di questo fatto economico, che è un dato politico, è la fonte principale di una serie di abbagli politici. Il più ricorrente è il mitologema delle sconfinate praterie della moderazione, che si troverebbero al "centro", e pullulerebbero di elettori. Nessun popolo cui è stata fatta una cosa simile può essere moderato, e questa non è una mia ubbia, ma è il risultato di analisi pubblicate su prestigiosissime riviste scientifiche. L'altro è il mitologema della "sciura Maria", che, indubbiamente, di processi stocastici integrati ne sa poco, ma che, ripeto, non può non avvertire (e nei discorsi di tutti i giorni, ve lo assicuro, avverte) che qualcosa si è rotto, e che in tasca ha il 30% in meno di quanto avrebbe se questo qualcosa non fosse stato rotto!

Non è consigliabile, per un politico, ignorare questo fatto, e ignorare quelle che la letteratura scientifica  ci indica come sue conseguenze più probabili (ad esempio, la tendenza alla polarizzazione del discorso politico, ovvero, in altri termini, la scomparsa del centro).

Oggi parleremo di questo.

Partiremo dal mettere in evidenza le dimensioni assolutamente anomale del fenomeno che stiamo vivendo dal 2009 e che, come vi ricordavo in un post precedente, qui già nel 2015 definivamo come la crisi più grave nella storia dell'Italia unita. Poi cercheremo di individuarne le cause prossime. Infine, ragioneremo su qualche possibile soluzione.

La crisi più grave nella storia dell'Italia unita

La crisi da cui ci stiamo a fatica riprendendo è senza ombra di dubbio la più grave nell'intera storia dell'Italia unita: è una crisi che lascerà una cicatrice duratura, visibile per i lunghi secoli a venire, un episodio sul quale gli storici non potranno non interrogarsi, e sul quale sarebbe opportuno che cominciassimo a interrogarci anche noi, tanto più che vi siamo direttamente coinvolti.

Per apprezzare la veridicità di questa affermazione vi propongo il grafico del Pil italiano dall'unificazione ai giorni nostri:

Figura 1

La serie rappresentata è quella del Pil in milioni di euro ai prezzi del 2010 (il Pil reale, cioè quello depurato dall'inflazione), ricostruita partendo dai dati forniti dalla Banca d'Italia (li trovate qui). Due cose colpiscono: la brusca accelerazione della crescita dopo la Seconda guerra mondiale, e l'altrettanto brusco arresto della crescita dopo il 2007, molto più pronunciato e visibile di quello determinato dalla Seconda guerra mondiale.

Questo dato, però, va però analizzato criticamente, anche per evitare futili contestazioni. Nel leggere un grafico simile va sempre ricordato che 1 è il 10% di 10 ma l'1% di 100. Il dato assoluto conduce i meno esperti a pensare che l'ultima crisi finanziaria globale, in seguito alla quale il Pil è diminuito di 146 miliardi di euro, dal massimo assoluto del 2007 al minimo relativo del 2013, sia stata più distruttiva della Seconda guerra mondiale, che ha fatto diminuire il Pil di 84 miliardi di euro dal massimo relativo del 1939 al minimo relativo del 1945 (tutti i dati sono a prezzi 2010). La lettura corretta è un'altra: nel 1939 il Pil era pari a 191 miliardi di euro (ai prezzi 2010), e quindi il calo di 84 miliardi in sei anni determinato dalla guerra era pari al 43% del valore di partenza; nel 2007 il Pil era pari a 1687 miliardi (ai prezzi 2010) e quindi il calo di 146 miliardi in sei anni corrisponde all'8.6%. Insomma: è ovvio che in termini percentuali l'intensità della crisi attuale è meno profonda di quella determinata da un conflitto che coinvolse l'intera penisola (a differenza della Grande guerra, che infatti nel grafico nemmeno si vede).

Per apprezzare la dimensione relativa, cioè in termini percentuali, della recessione, bisogna usare la scala logaritmica:

Figura 2

che rende subito evidente come la Seconda guerra mondiale di danni ne abbia fatti molti di più (e ci mancherebbe)!

Ma il punto è un altro: all'epoca della Seconda guerra mondiale ci vollero solo dieci anni per tornare al punto di partenza: già nel 1949 il Pil era lievemente superiore a quello del 1939. Oggi, nel 2023, sedici anni dopo l'inizio della crisi (ricordate i subprime?), il nostro Pil è ancora inferiore al valore del 2007, e secondo il Fmi non tornerà al valore del 2007 prima del 2026. Ho inserito le linee tratteggiate orizzontali appunto per facilitarvi questa lettura. Insomma: se definiamo, in modo riduttivo, l'uscita da una crisi come recupero del livello di reddito antecedente, la crisi attuale, nelle previsioni abitualmente rosee del Fmi, durerà il doppio di quella causata dall'ultimo conflitto mondiale.

Questa cosa non è banale, per almeno due motivi.

Primo, è discutibile che l'uscita da una crisi possa essere definita semplicemente come il ritorno alla casella di partenza: ragionare così significa ipotizzare implicitamente che se la crisi non ci fosse stata, cioè se il Pil non fosse diminuito, ci sarebbe però stata crescita zero, per cui il Pil sarebbe stato fermo- Non ci sono motivi per pensare che questa ipotesi sia ragionevole: il controfattuale rispetto al quale valutare l'impatto della crisi non può essere un controfattuale "a crescita zero", ma su questo torneremo dopo.

Secondo, il Pil è un flusso, il flusso di redditi prodotti e distribuiti in una unità di tempo (un anno, negli esempi di questo post). Chiedo: è peggio perdere 50 per un anno o 10 per 10 anni? Il prolungarsi della crisi è comunque il prolungarsi di un lucro cessante. In altri termini, anche ammettendo che il controfattuale "a crescita zero" sia quello adeguato, in ogni caso le cose andrebbero viste così:

Figura 3

considerando come "lucro cessante" della crisi le aree che abbiamo evidenziato in rosso, cioè la somma degli scostamenti (negativi) del Pil dal valore cui era arrivato prima della crisi. Se ragioniamo in questi termini, la distanza fra le due crisi si avvicina di molto: il "lucro cessante" (cioè la somma delle perdite di Pil rispetto al valore iniziale lungo gli anni della crisi) della Seconda guerra mondiale fu pari al 154% del valore del Pil nel 1939, ma con lo stesso criterio ad oggi la crisi in corso ci è costata il 91% del Pil del 2007, e non è finita. Sto poi trascurando il fatto che oggi almeno in teoria non siamo in guerra, che le nostre fabbriche e le nostre infrastrutture di trasporto non vengono bombardate, ecc. Che in un contesto non bellico si sia riusciti a distruggere il 91/154 = 59% del Pil distrutto nel più feroce contesto bellico sperimentato dal nostro Paese dovrebbe essere un dato eloquente, no?

C'è un altro modo per rendere l'idea di quanto sia eccezionale la situazione che stiamo vivendo, ed è tentare di esaminarla con gli occhi di uno storico del XXII secolo. Immaginiamo che da ora in avanti il Pil italiano cresca a quello che è stato il suo tasso medio di crescita dall'entrata nell'euro, lo 0,5% annuo (non abbiamo particolari motivi per credere che senza un'alterazione profonda del contesto istituzionale il nostro Paese in media riesca a fare di più).

Uno storico del 2123 osserverebbe questa situazione:

Figura 4

e a meno di non essere molto distratto non potrebbe non porsi una domanda: "Ma fra il 2007 e il 2026 che diavolo è successo?" Un buco di 20 anni, in effetti, rimane appariscente su un'estensione di oltre due secoli e mezzo di storia! Il nostro amico storico andrà a vedere se c'è stata una guerra (io farei così), e non la troverà, o non la capirà...

Una crisi italiana

Vorrei a questo punto scansare un altro equivoco: quello che un risultato così eccezionale dipenda dalla natura eccezionale dello shock che ha colpito l'economia italiana a seguito della bancarotta Lehman e della crisi finanziaria globale. Se osserviamo il tasso di crescita del Pil mondiale notiamo in effetti che dal 1950 a oggi il primo valore negativo corrisponde alla crisi del 2009:

Figura 5

Tuttavia, anche dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979 avevamo assistito a una decelerazione del Pil mondiale molto pronunciata. Inoltre, la crisi globale (in effetti, le crisi globali, comprendendo anche quelle del 1973 e del 1979) hanno colpito tutti. Solo in Italia, però, gli effetti dell'ultimo shock globale sono stati così persistenti. Ciò suggerisce che il problema non sia stato lo shock, ma il modo in cui si è deciso di gestirlo.

Per dare un'idea di cosa intendo, ho replicato per Francia, Germania e Italia lo stesso esperimento: partendo dal 1950, ho calcolato la tendenza di crescita del Pil fino al 2007 e l'ho estrapolata dal 2008 al 2022, confrontando questa previsione ex post con i valori storici del Pil dal 2008 al 2022. Dico subito, a beneficio degli eventuali esperti, che a questo esperimento attribuisco un valore puramente descrittivo. So bene che una tendenza lineare non necessariamente è il miglior modello esplicativo della crescita di un Paese, semplicemente perché il paper scientifico più letto dagli economisti della mia generazione l'ho letto anch'io, ma a me qui interessa un modo semplice ed espressivo per evidenziare un possibile cambiamento di struttura.

I risultati sono questi:

Figura 6

Figura 7

Figura 8

(l'ultimo grafico coincide, ovviamente, con quello da cui siamo partiti).

Il confronto è piuttosto eloquente: nei primi 57 anni i tre tracciati sono indistinguibili: nei tre Paesi il Pil reale si sviluppa secondo una traiettoria pressoché lineare, con scostamenti di modesta entità e persistenza. Dopo lo shock del 2009 le cose però cambiano. In tutti e tre i Paesi il tracciato del Pil passa in modo persistente al di sotto della tendenza 1950-2007, ma solo in Italia si registra un arresto della crescita delle dimensioni evidenziate in figura 8.

Ha stato il debbitopubblico!

Questa dimensione comparatistica è utile, perché ci aiuta a sfrondare il dibattito da alcune spiegazioni semplicistiche del fenomeno. Tipicamente, la reazione del collega evoluto cui faccio vedere il grafico riferito all'Italia è: "Beh, ma per forza, prima crescevamo facendo debito pubblico!" Una spiegazione che si coniuga con l'idea (errata) che l'austerità sia stata necessaria e abbia fatto diminuire il debito pubblico (mentre i dati dicono che è andata al contrario). Per capire che la soluzione non può essere cercata in quella direzione basta dare un'occhiata ai dati, accostando a ogni tracciato quello del rapporto debito/Pil:

Figura 9

Figura 10

Figura 11

Da questi grafici desumiamo a colpo d'occhio:

  1. che il debito pubblico non esiste solo in Italia (molti giornalisti nostrani ne sembrano convinti) e che negli ultimi anni è andato crescendo un po' ovunque, quindi, se la crescita fosse sospinta dal debito, non lo sarebbe solo da noi;
  2. che il Pil un po' ovunque è rimasto sulla sua traiettoria tendenziale di crescita anche nei periodi in cui il debito pubblico anziché crescere diminuiva, come ad esempio in Francia e in Italia fra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60, o in Italia dalla metà degli anni '90 al 2007, il che smentisce l'idea che la crescita del Pil in Italia fosse sostenuta solo da quella del debito;
  3. in particolare, che in Italia non solo il Pil è rimasto sulla sua traiettoria anche quando il debito scendeva (vedi sopra) o restava sostanzialmente stazionario (come dal 1974 al 1982), ma è addirittura cresciuto bruscamente quando il Pil ha smesso di crescere, per cui l'idea che dietro alla tenuta della crescita italiana prima del 2007 ci fosse l'espansione del debito è smentita radicalmente: non si capirebbe infatti perché all'ultima impennata del debito corrisponda una tombale stagnazione!

Le spiegazioni "debitopubblicocentriche" di queste dinamiche direi quindi che non ci aiutano. Non c'è, nella traiettoria del debito pubblico italiano, una frattura di intensità pari a quella che vediamo nel Pil, qualcosa che ci possa dire che la crescita si è interrotta perché il debito ha smesso di sostenerla: anzi, con l'ultimo decollo del debito la crescita si è interrotta! In definitiva, non c'è nemmeno una particolare eccezionalità italiana nel panorama europeo: certo, il nostro debito è più grande, ma la sua dinamica di fondo è analoga a quella degli altri Paesi. In altri termini, non c'è nulla nella dinamica del nostro debito che ci aiuti a spiegare ictu oculi perché si è rotta la dinamica della nostra crescita, in un periodo in cui, dopo lo shock Lehman, quella degli altri Paesi rimaneva relativamente imperturbata.

Nel caso dell'Italia, poi, basta mettere le cose in prospettiva:

Figura 12

per cogliere immediatamente che la relazione fra debito e crescita non è così meccanicistica come si vuole far credere, e in particolare che il nesso di causalità non è così banale (cioè non va necessariamente dal debito alla crescita). Basta vedere che dal 1897 al 1913, così come dal 1995 al 2007, il rapporto debito/Pil era avviato su una solida traiettoria decrescente, interrotta nel primo caso dalla Grande guerra, e nel secondo dalla Grande austerità. In entrambi gli episodi di consolidamento non traumatico il Pil ha continuato a crescere e la diminuzione del rapporto debito/Pil è stata di oltre un punto percentuale l'anno, a testimonianza del fatto più volte citato dal ministro Giorgetti che le "salvaguardie" tedesche (cioè la regola che il rapporto debito/Pil debba comunque diminuire di un punto all'anno) l'economia italiana se le è sempre potute permettere. Aggiungo che in entrambi i casi si sono alternati governi "de destra" e "de sinistra" (che un secolo fa venivano qualificate dell'aggettivo di "storiche"). Non è quindi supportata dall'evidenza storica la consueta idea che la disciplina fiscale sia di destra e la dissolutezza di sinistra, né la sua versione più moderna ma altrettanto idiota che la disciplina fiscale sia di sinistra e la dissolutezza di destra. Piuttosto, quello che questo grafico dimostra è che se non le si rompono troppo i coglioni l'Italia riesce a generare sufficienti risorse da servire e ripagare il proprio debito, e infatti in tutti questi anni formalmente non ha mai fatto bancarotta (dico formalmente perché l'iperinflazione immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale fu una bancarotta de facto, come qui abbiamo più volte ricordato).

L'ultima parte del grafico, viceversa, suggerisce come il debito esploda quando l'applicazione di regole idiote comprime la crescita. Ma a beneficio di chi, intossicato da anni di lettura di ponderosi editoriali zero tituli, sia convinto del contrario, sarà utile sostenere questa intuizione con ulteriori elementi probanti. Entriamo quindi in dettaglio.

Le componenti della (non) crescita

Dato che prima del 2007 i grafici di Francia, Germania e Italia sono sostanzialmente indistinguibili, mentre dopo il 2007 l'Italia sperimenta la catastrofe che abbiamo descritto, potrebbe essere utile scomporre la crescita del Pil di questi tre paesi nel contributo delle rispettive componenti: i consumi privati (C), i consumi collettivi (G), gli investimenti (I) e le esportazioni nette (NX), in modo da vedere quale di queste componenti spieghi l'arresto della crescita italiana o, per altri versi, la persistenza della crescita degli altri Paesi.

Vi spiegai molto tempo addietro come si fa questa scomposizione. Forse qualcuno di voi ricorda questa tabella:

Tabella 1

la cui spiegazione è qui. In sintesi, il contributo alla crescita del Pil di ognuna delle sue componenti:

Y = C + G + I + NX

è dato dal prodotto del tasso di crescita della componente per la sua incidenza sul totale al tempo precedente (ad esempio, nella tabella, il contributo di x alla crescita di z è dato dal prodotto del tasso di crescita di x, 0.25, per l'incidenza di x su z, 0.4, cioè a 0.1). Il senso di questa semplice regola matematica è che una componente contribuisce di più alla crescita del totale se cresce molto in fretta o se esprime una grande percentuale del totale.

Nell'effettuare questa analisi incontriamo una difficoltà pratica, determinata dal fatto che le serie del Pil suddiviso nelle sue componenti non sono disponibili a partire dal 1950. I dati più recenti sono sul database dell'OCSE e partono dal 1980. Utilizzando questi dati e considerando due sottocampioni, uno dal 1980 al 2007, e l'altro dal 2007 al 2019 (ho lasciato fuori la crisi Covid), la scomposizione della crescita del Pil nelle sue componenti porta a questo risultato:

Figura 13

che, oltre a dirci cose che sappiamo (vediamo subito quali) ci evidenzia anche un'anomalia di dimensioni tali da costituire un buon indizio su cosa possa essere successo in Italia dal 2007 in poi.

Cominciamo dalle cose che sappiamo: sono riassunte dalle prime tre barre, quelle che si riferiscono al periodo 1980-2007. In quel periodo l'anomalia è costituita dalla Germania, la cui crescita è trainata per quasi il 40% dalle esportazioni nette (in giallo), una componente che in Francia e Italia dà invece un contributo trascurabile. Come altresì sappiamo (ne abbiamo parlato per tutto il post precedente), a questa dipendenza dalle esportazioni corrisponde, per via della relazione X - M = S - I, una repressione degli investimenti. Questi, in effetti, fra il 1980 e il 2007 contribuiscono ad appena il 13% della crescita tedesca, contro il 25% della Francia e il 24% dell'Italia. Un'altra differenza più sottile (ma altresì nota) fra i percorsi di sviluppo di questi tre Paesi risiede nell'incidenza dei consumi collettivi (spesa pubblica in stipendi e consumi intermedi), che mentre offrono un contributo molto contenuto alla crescita in Germania (l'11% del totale), danno una spinta piuttosto vigorosa alla crescita in Francia (spiegando il 21% della crescita), con l'Italia in posizione intermedia (intorno al 16%).

Nel periodo 1980-2007 insomma le differenze fra i percorsi di crescita seguiti fra i vari Paesi ci sono, ma per leggerle occorre una certa attenzione.

La scomposizione del tasso di crescita nel periodo 2007-2019 invece ci fornisce un quadro molto più differenziato e netto. Notiamo a prima vista tre cose:

  1. in Francia il contributo delle esportazioni nette diventa negativo, in conseguenza dello sprofondare del saldo della bilancia dei pagamenti;
  2. in Germania il contributo delle esportazioni nette sostanzialmente si azzera (il saldo estero fra 2007 e 2019 rimane sui 200 miliardi di euro);
  3. in entrambi i Paesi questa dinamica avversa viene compensata da un aumento del contributo dei consumi collettivi (spesa pubblica) alla crescita;
  4. in Italia gli investimenti crollano, contribuendo alla crescita dell'economia per il -117%, mentre esplode il contributo delle esportazioni nette, che sale al 65%. Tuttavia, dato che anche i consumi (privati e collettivi) danno un contributo negativo, fra 2007 e 2019 l'economia si contrae (come abbiamo visto nei grafici precedenti).

Per facilitarvi la comprensione di questi risultati vi riporto qui l'impianto dei calcoli per l'Italia:

Tabella 2

dove vi segnalo che, per aiutare l'intuizione del lettore, nell'ultima riga, quella che riporta la scomposizione percentuale del tasso di crescita fra 2007 e 2019, ho moltiplicato tutto per -1, altrimenti, dato che il tasso di crescita in quel periodo è negativo, le componenti che lo hanno tirato giù (e quindi hanno segno meno) sarebbero apparse con segno positivo (perché meno diviso meno fa più). Ma il punto è che fra 2007 e 2019 i consumi collettivi sono diminuiti di 14 miliardi e gli investimenti di 83 miliardi: si capisce che una mano in discesa l'hanno data, mentre non si capisce come si faccia a dire che in questo Paese "non è stata fatta austerità"...

Austerità e investimenti

Che gli investimenti (intesi come investimenti fissi lordi, come formazione di capitale fisso, cioè come acquisto di macchinari, attrezzature, immobili e automezzi industriali) siano un motore della crescita nessuno può negarlo. Meno che meno possono contestarlo gli "offertisti", cioè gli "economisti" che negano il ruolo della domanda nello stimolare la crescita in un'economia di mercato, perché convinti che sia l'offerta a creare la domanda, cioè che sia l'aumento dello stock di capitale produttivo a stimolare la capacità di spesa. Teoria un po' astrusa (la vita di ogni singolo imprenditore vero - cioè non da talk show - testimonia il contrario!), ma di cui qui apprezzeremo un pregio: rende incontestabile l'idea che la spesa in capitale fisso (gli investimenti di contabilità nazionale) siano un motore della crescita!

Il lato positivo delle idee sbagliate è che si possono usare nel modo giusto, fornendo argomenti difficilmente controvertibili da chi le propugna: se dimostriamo che c'è stato un problema con gli investimenti, sarà difficile per gli economisti ottocenteschi (quelli tutti offerta e distintivo, insomma!) contestare che questa sia la radice del problema di crescita che finora abbiamo documentato!

Un'analisi di lunghissimo periodo di questa variabile non è particolarmente agevole: ricordo, per inciso, che l'esigenza di tenere una contabilità nazionale si manifestò dopo la crisi del 1929 e in particolare dopo la sua soluzione (la Seconda guerra mondiale), una soluzione che per un po' suggerì alle opinioni pubbliche quanto oggi sembra abbiano dimenticato, ovvero che per quanto l'intervento pubblico nell'economia potesse sembrare indesiderabile, la sua assenza conduceva ad alternative peggiori! Bisognò attendere quindi il 1947 perché i primi conti nazionale venissero pubblicati negli Usa e il 1952 perché venisse elaborato dalle Nazioni Unite uno standard internazionale, lo SNA (System of National Accounts), tale da rendere le statistiche confrontabili fra Paesi. Aggiungiamo il fatto che il lodevole scrupolo di fornire una rappresentazione dei fatti sempre più aderente alla realtà spinge gli istituti di statistica nazionali e sovranazionali a frequenti revisioni dei criteri di calcolo. Ne consegue che non per tutti i Paesi sono disponibili serie omogenee a partire almeno dal Secondo dopoguerra (che è poi il motivo per cui nella sezione precedente abbiamo utilizzato i dati a partire dal 1980).

Con questi caveat, vediamo se è possibile rispondere alla domanda che ci siamo posti: la vistosa anomalia documentata dalle Figure 1 e 8 è almeno in parte spiegabile con una dinamica particolarmente avversa degli investimenti? La domanda in parte è oziosa perché la risposta viene dalla Tabella 2 ed è sì, ma dare un'occhiata ai dati e in particolare entrare nel dettaglio di che cosa abbia fatto il Governo (cioè esaminare l'andamento degli investimenti pubblici) qualcosa aggiungerà.

Cominciamo con l'esaminare la dinamica degli investimenti nei tre principali Paesi dell'Eurozona, utilizzando tutti i dati annuali disponibili sul sito dell'OCSE (che presto passerà qui):

Figura 14 - Fonte: OCSE.

La Figura 14, come anticipato, non può che essere coerente con i risultati della Figura 13 (visto che i dati sottostanti sono gli stessi), ed evidenzia che per l'Italia la situazione è grigia, anche in senso figurato: il calo anomalo degli investimenti è in effetti vistoso. L'anomalia è più chiara se a ogni tracciato associamo la propria tendenza dall'inizio della serie al 2007, facendo per gli investimenti un'operazione analoga a quella fatta per il Pil nelle figure dalla 6 alla 8. Per comodità lo faccio in un'unica figura: 

Figura 15 - Fonte: OCSE.

Come era facile aspettarsi, solo in Italia si manifesta un vistosissimo scostamento dalla tendenza degli investimenti verso il basso, scostamento che comincia a ricomporsi solo dal 2021, lasciando comunque i valori storici un centinaio di miliardi al disotto di quelli tendenziali. Francia e Germania (quest'ultima, a dire il vero, con qualche difficoltà in più) riescono invece a mantenere la traiettoria.

Ora, visto così il fenomeno è già eloquente e potrebbe contribuire a spiegare l'anomalia della Figura 8. Tuttavia, anche qui vale la pena di allargare lo zoom, e possiamo farlo utilizzando la base dati della Banca d'Italia da cui abbiamo tratto la serie secolare del Pil. Quella degli investimenti si presenta così:

Figura 16 - Fonte: https://www.bancaditalia.it/statistiche/tematiche/stat-storiche/stat-storiche-economia/index.html

Ecco, forse (dico forse) così si capisce meglio di che cosa stiamo parlando.

Una roba come quella successa dopo il 2007 non si era mai vista, e anche qui, ovviamente, valgono i caveat che abbiamo espresso per la Figura 1: il problema non è (solo) l'entità del crollo degli investimenti, ma (anche e soprattutto) la persistenza di questo crollo, che "mèccia" (dall'inglese to match: quelli bravi parlano così) perfettamente con la persistente stasi della crescita italiana. Poi si può parlare di debito pubblico, qualcuno mi parlava di società signorile di massa, le spiegazioni possono essere tante: se siete bravi, trovatemi una spiegazione che "mècci" ugualmente bene e mi farete un favore! Dico sempre che se rinasco voglio essere inutile: se si scoprisse che la contabilità nazionale e ECON102 sono irrilevanti forse riuscirei a coronare il mio sogno in questa vita!

A scanso di ulteriori equivoci, siccome so che i dati della Figura 15 sembrano diversi da quelli della Figura 16, ve li metto insieme, così vi rendete conto meglio:

Figura 17 - Fonte: Banca d'Italia e OCSE.

Lo scarto che vedete fra il dato OCSE e il dato Banca d'Italia è spiegato esclusivamente dalla diversa base dei prezzi (i dati OCSE sono ai prezzi 2015 e quelli Banca d'Italia ai prezzi 2010), ma il profilo temporale delle serie è assolutamente identico.

Per dare evidenza numerica a quanto è successo, per aiutarvi a quantificare (oltre che visualizzare) il buco degli investimenti che ha determinato il buco della crescita, vi fornisco anche un grafico con gli scostamenti fra la traiettoria storica e quella tendenziale (scostamenti che in Italia ovviamente sono sempre negativi):

Figura 18 - Elaborazione su dati OCSE.

e visto che sono una brutta persona e voglio rovinarvi il veglione, vi fornisco anche una tabella coi numeri e la loro somma cumulata, così è più chiaro:

Tabella 3 - Gli scostamenti degli investimenti dal rispettivo tendenziale e la loro somma cumulata.

Insomma, pare che dal 2009 a oggi abbiamo lasciato sul terreno una roba tipo 1587 miliardi di euro di mancati investimenti rispetto alla tendenza statistica, laddove la Francia ne ha fatti 145 in più e la Germania, che come sappiamo non se la passa benissimo, 592 in meno (risultato negativo, ma pari a un terzo del nostro disastro).

Gli investimenti pubblici

A questo punto un offertista potrebbe rifugiarsi in corner facendo un'osservazione in linea di principio corretta: è difficile stabilire un nesso di causazione univoco fra investimenti e Pil, perché gli investimenti sono almeno in parte endogeni, cioè dipendono dal livello generale dell'attività economica. L'imprenditore, quando decide di acquistare una macchina o di edificare un capannone, lo fa considerando vari fattori fra cui la ragionevole aspettativa di vendere quello che intende produrre, cioè le aspettative di domanda a lungo termine. Se le aspettative non sono formate razionalmente, ma risentono degli ultimi dati storici, in presenza di una recessione un imprenditore si aspetterà che la domanda sia bassa anche in futuro e posporrà gli investimenti.

Per i più raffinati, faccio notare che per fare questa obiezione il solito sbarbatello awanagana col pieiccdì (che tanto si affaccerà, vedrete) dovrebbe rinunciare a due caposaldi del suo "pensiero": l'idea che l'offerta sia esogena rispetto alla domanda, e l'idea che le aspettative si formino razionalmente. Ma siccome gli sbarbatelli awanagana hanno il pieiccdì, ma non hanno Aristotele, facilmente, per amor di polemica, possono contraddire se stessi, pur di negare l'evidenza. Fine della chiosa per i raffinati.

Tornando al punto: l'obiezione, di per sé, è ragionevole. C'è però un "ma": non tutti gli investimenti sono endogeni, cioè affidati agli animal spirits dei lettori del Sole 24 Ore (cioè di quelli che all'epoca di questo disastro credevano che Giannino fosse un economista)! Gli investimenti pubblici sono in mano al decisore pubblico, e quindi esogeni. Più esattamente: in un modello particolarmente raffinato dell'economia ci potremmo aspettare che essi dipendano dal Pil attraverso una "funzione di reazione" dell'autorità politica, tramite la quale questa reagisce ai segnali che provengono dall'economia. In questo caso, tipicamente, ci si dovrebbe aspettare che a un calo dell'attività economica debba corrispondere un incremento degli investimenti pubblici, con funzione anticiclica. Questo, ovviamente, non in Europa, dove le regole sono procicliche. Inoltre, la teoria economica di ECON102 (che è meglio del nulla di cui dispongono media e magistrature, ma non è un gran che) racconta che gli investimenti pubblici, dovendo essere finanziati, spiazzano gli investimenti privati (perché per pagarli lo Stato o alza le imposte o si indebita, esercitando una pressione al rialzo sui tassi, producendo in entrambi i casi effetti depressivi sugli investimenti privati), ma la vita di tutti i giorni ci dicono che in pratica invece di crowding-out (spiazzamento) si ha crowding-in, ovvero gli investimenti pubblici favoriscono quelli privati. Basti pensare a quale incentivo possa avere un'azienda a investire in un distretto industriale dove magari la manodopera è anche preparata e relativamente conveniente, ma che è isolato dal resto del mondo a causa di una rete infrastrutturale fatiscente! In questo caso prima viene l'investimento pubblico, rigorosamente non digital e non green, cioè la strada, e poi viene l'investimento privato. E di esempi simili se ne potrebbero fare a centinaia.

Per dirimere quindi il nodo, vediamo che cosa hanno fatto gli investimenti pubblici. Nel sistema dei conti nazionali, gli investimenti che entrano nella definizione di Pil (cioè la I nell'identità Y = C+I+G+X-M) non possono essere facilmente scomposti in pubblici e privati per i motivi descritti qui. Per scorporare la componente pubblica bisogna quindi far riferimento ai conti dei settori istituzionali. C'è poi una ulteriore difficoltà, consistente nel fatto che questi conti sono in valori nominali, quindi occorre deflazionare i dati per depurarli dall'inflazione (operazione che ho fatto utilizzando il deflatore degli investimenti lordi e con cui non vi tedio ulteriormente). Vediamo allora i dati, almeno quelli che riporta il sito dell'OCSE:

Figura 19

Direi che almeno per quanto riguarda l'Italia la situazione è piuttosto chiara: si vede bene come fra 2009 e 2014 si siano persi per strada quasi 24 miliardi di euro di investimenti pubblici, e come la tendenza si sia invertita solo con l'arrivo dei cattivi (noi) nel 2018. Qui non ci sono storie: non credo sia contestabile che l'andamento degli investimenti pubblici risente di precise scelte di politica economica. Inutile che veniate qui a dirmi che #hastatoabberluscone perché la serie comincia a scendere dal 2010. Lo so benissimo e sono con quelli che considerano che fare come il PD sia stato, da parte di Berlusconi, un errore gravissimo. Fatto sta che finché c'era lui la flessione era rimasta nell'ambito di altre sperimentate storicamente, come quella fra 1991 e 1994 o quella fra 2001 e 2002. Dopo inizia qualcosa di molto diverso: un serious fiscal overkill che è suscettibile di spiegare l'anomalia osservata in Figura 1 (o Figura 8).

Ma il grafico, che è un po' più confuso degli altri perché per la prima volta non vediamo la Germania in posizione di preminenza (ci avevate fatto caso?) ha anche altro da dirci. Effettuiamo la stessa analisi descrittiva applicata agli investimenti privati, analizzando gli scostamenti delle serie dalle rispettive tendenze:

Figura 20 - Fonte: OCSE.

E qui troviamo una sorpresa (relativa): la Germania, che nel periodo precedente alla crisi, aveva represso gli investimenti per promuovere le esportazioni, è l'unico Paese a reagire in modo anticiclico, con investimenti pubblici superiori al tendenziale. La Francia, invece, condivide, in qualche modo il percorso dell'Italia, con investimenti inferiori al tendenziale.

Ma allora?

Si torna ai bei tempi! Qui è quando arrivava lo scemotto simpatizzante di FARE per fermare il declino a dire: "Ecco, lo vedi, Bagnai, che le tue spiegazioni non tengono? Hai fatto tutta questa storia per dimostrare che l'austerità ha ucciso il Paese, ma poi la Francia ha tagliato pure lei gli investimenti pubblici e in Francia non si vede una cosa nemmeno lontanamente simile a quella successa da noi, e quindi il nostro disastro ce lo meritiamo perché dipende dai nostri mali atavici, il debito pubblico, la coruzzione (si scrive così), il familismo amorale, la tabaccaia scalabile e i camion di faldoni!"

(...ai nuovi del blog che non capissero questi riferimenti di alta dottrina economica suggerisco questa esilarante disamina dei mali italiani fatta da uno che se ne intende...)

E lo scemotto awanagana si prendeva, di prassi, una bella sportellata, altrimenti non sareste qui in tanti!

La sportellata dov'è? Beh, è hidden in plain sight nella Figura 13! Ma prima ricordiamoci di una cosa: se siamo arrivati qui è perché il nostro amico awanagana ha ammesso che gli investimenti dipendono dalle aspettative di domanda, e queste a loro volta dipendono dall'andamento attuale della domanda aggregata (insomma: del Pil). Ora, vi ricordo che le componenti del Pil determinate dall'azione di Governo sono due: oltre agli investimenti pubblici, ci sono anche i consumi pubblici o collettivi che dir si voglia, che in larga parte corrispondono al consumo di beni e servizi pubblici da parte dei cittadini, valorizzato presuntivamente con la remunerazione corrisposta a chi questi beni o servizi li fornisce: medici, poliziotti, ecc. Sì, forse non lo ricordate ma i consumi collettivi coincidono in larga parte con la spesa per stipendi della PA. Comunque, poco importa: fatto sta che sono una componente di domanda e che vengono controllati dal Governo. Per accertare se sia vero o meno che l'austerità non c'entri nulla col disastro italiano (tesi ardita, ma c'è chi la sostiene) dobbiamo allora completare il quadro.

L'analisi, condotta col metodo consueto, è in questa figura:

Figura 21 - Fonte: OCSE.

e, come vedete, ci fornisce un quadro coerente con quello della Figura 13: la principale differenza fra il nostro e gli altri Paesi è che qui da noi dopo la crisi del 2008, e in particolare a partire dal 2011 (quindi dalla legge di bilancio 2010, quindi ancora una volta è stato Berlusconi, per capirci, lo so benissimo, ed è una lezione per la destra, non per me...), sono stati repressi anche i consumi collettivi, che invece in Francia sono rimasti sostanzialmente sul tendenziale, e in Germania hanno progressivamente superato il tendenziale. Per capirci, verso il 2014 (cioè quando noi scrivevamo questo, o questo, per dire...), fra minori investimenti e minori consumi pubblici rispetto ai rispettivi tendenziali ballavano circa 85 miliardi. Se consideriamo l'effetto di spiazzamento determinato da questi tagli sulle aspettative di domanda e sullo stato delle infrastrutture (Pubblica Amministrazione inclusa), se poi ci aggiungiamo gli ulteriori effetti finanziari via accumulazione di NPL e applicazione delle sagge regole bancarie europee alla nostra economia, ecco, allora cominciamo a spiegarci la Figura 1...

Confessio regina probationum

Che poi, per chi è qui da un po', e quindi, tornando a bomba, non per le persone serie, per la classe dirigente, per quei bravi "practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influences", e che invece "are usually the slaves of some defunct economist", come ci ricorda un defunct economist, per noi, insomma, tutti questi ragionamenti, più che scontati, sono inutili. A che ci serve un simile apparato probatorio, quando abbiamo la regina delle prove, la confessione!? Quello che vediamo negli innumerevoli grafici che vi ho proposto è il risultato di una scelta deliberata: la scelta di distruggere la domanda interna italiana per recuperare competitività:


Il ragionamento di Monti è limpido, a meno di un piccolo salto logico. In effetti, visto che, come sappiamo, in contabilità nazionale sarà sempre:

S - I = X - M

(ne abbiamo parlato tante volte, ad esempio qui), il modo più spiccio per recuperare non la competitività (qui sta il salto logico), ma la sua apparenza, cioè un miglioramento del saldo commerciale X - M positivo, è tagliare la componente pubblica di I, o i consumi collettivi (perché S = Y - C - G, e quindi tagliando i consumi collettivi G ragionieristicamente innalzi S... se non fosse che economicamente Y cala, ma il discorso sarebbe lungo).

Insomma, fra le tante cose che non vanno delle politiche di austerità, oltre al fatto di distruggere il Paese, c'è anche quello che non risolvono nessuno dei problemi che vorrebbero risolvere: non abbattono il rapporto debito/Pil, perché il Pil cala più del debito (e di questo rischio Monti, se lo ascoltate bene, è perfettamente consapevole); non migliorano la competitività del Paese, perché il taglio degli investimenti pubblici e del numero e delle retribuzioni dei funzionari pubblici va in direzione esattamente opposta, ma consentono di fingere che la competitività sia migliorata, perché tagliando i redditi si tagliano le importazioni, e il saldo commerciale va su. Monti dice che ci sarebbe voluta una "demand operation" europea, insomma, che si sarebbe aspettato che la Germania aprisse i cordoni della borse per remunerare, via maggiori acquisti di beni italiani, la nazione che era stata "prima della classe" (in autolesionismo). Lo credeva veramente? Come al solito, come sempre, insisto su un punto: a me non interessa se c'era o ci faceva (come dicono a Roma): a noi deve interessare quello che ha fatto.

Ha fatto quello che vedete in Figura 1.

La sintesi estrema di quanto ci siamo detti fino a questo punto è che il disastro rappresentato in Figura 1 è frutto di deliberate scelte politiche compiute dai governi a trazione PD (con qualche timido accenno da parte di Berlusconi, che venne spazzato via subito perché non sufficientemente convinto, come vi dissi fin dall'agosto del 2011).

I non-rimedi

Mi sia concessa una brevissima divagazione politica.

Ieri commentavamo la decisione dell'amico Gianluigi di uscire dal proprio partito per essere libero di dire quello che desiderava, per tornare ad essere una voce critica. Doveva essere proprio una caserma, Italexit, se nemmeno il suo leader riusciva ad esprimersi liberamente nel suo ruolo! Noi qui siamo aiutati dal fatto che, come sapete, questo blog non esiste, il che offre due vantaggi immediati: nessuno viene a disturbarci, in un luogo che non c'è, e quindi qui possiamo dire quello che ci pare, per quanto politicamente scorretto o politicamente inopportuno. In particolare, possiamo dire quello che abbiamo sempre detto, ad esempio questo (con l'occasione, registro un simpatico plagio del titolo che mi rassicura: siamo decisamente più letti, o meno originali, di quanto crediamo di essere, ed entrambe le cose sono positive).

Vado al punto. So che può sembrare politicamente contraddittorio sottolinearlo, e aggiungo quanto è  forse scontato aggiungere (ma better safe than sorry), cioè che anche qui, dove posso dire quello che mi pare, ritengo che il lavoro fatto da questo Governo per raddrizzare il legno storto del PNRR sia meritevole, se non altro perché scongiura che al danno di esserci entrati si aggiunga la beffa di non ricevere i soldi (quanto a rendicontarli, non ci riuscirà nessuno, per cui direi di stare tranquilli...). Fatta questa doverosa quanto superflua premessa, arrivo al punto che immaginate: sì, il PNRR, anzi, scusatemi: leingentirisorsedelPnrrr (detto alla grillina, tutto d'un fiato), non è una soluzione. Non lo dico io e non lo direi comunque per animosità politica verso chi ha mal concepito e peggio gestito il nostro ingresso in questo meccanismo (la "bioggiadimiliardi" non poteva che essere la sorella gemella del "graduidamende"). Lo dice la Commissione Europea perché lo dicono i dati, di cui vi fornisco fonte e diapositiva:

Figura 22 - Fonte: https://www.consilium.europa.eu/media/65610/ip253_en.pdf

Figura 23 - Fonte: https://economy-finance.ec.europa.eu/system/files/2023-12/ip258_en.pdf

Il recupero degli investimenti rispetto al livello del 2019, visibile a fine periodo nelle Figure 15 e 16, dovrebbe proseguire, ma si prevede (lo prevede la Commissione) che nel 2024 e nel 2025 le ingentirisorsedelpnrr saranno una componente sostanzialmente minoritaria (fra un terzo e un quarto) del recupero di investimenti pubblici rispetto al livello del 2019. Insomma: l'UE ci ha aiutato a scavarci la fossa, ma ci lascia da soli a riempirla. Operazione che, ne converrete, sarebbe più semplice se intanto ne uscissimo (che avete capito!? Ovviamente intendevo dalla fossa!).

Concludendo

Qui si dovrebbe aprire una lunga discussione, ma devo chiuderla perché la famiglia, Capodanno, gli auguri, ecc. ecc. ecc. Va bene così. Ovviamente nessuno, includendo in questo nessuno anche tu che mi stai leggendo, ha realmente colto la gravità della situazione in cui ci troviamo. Ci vuole un po' per afferrarne i contorni: un quarto del Pil che se ne va giù per il tubo, a beneficio sostanzialmente di nessuno (perché a tutti, e più che agli altri ai debitori diffidenti, sarebbe convenuto lasciare intatta la capacità di generare valore del nostro Paese)! Non c'è miglior esempio dei danni che può arrecare la schiavitù degli uomini pratici dalle idee di qualche economista defunto! Ma per quanto sia un fatto che segnerà per sempre (ovvero: fino a quando si misurerà il Pil) la storia del nostro Paese, non è certo un buon motivo per rovinare la festa agli altri. Quindi ora vi lascio. Ma c'è un impegno che dovremmo prenderci per il 2024: diffondere consapevolezza.

La Figura 8, se presentata col dovuto garbo, è suscettibile di scuotere le coscienze.

Basterà dire, con la vostra congeniale delicatezza, al vostro piddino di riferimento:

Figura 24 - Mappa illustrata della crisi.

"Tesoro di papà, noi eravamo in A, da A siamo arrivati in B, saremmo quindi dovuti arrivare in C, giusto? Ma invece siamo in D. Secondo te, che cosa è successo? Visto che fra C e D ballano 400 miliardi sarebbe utile farsela una domanda, non credi?"

Arriveranno i camion di faldoni, arriverà er debbitopubblico, arriverà la società signorile di massa, arriverà #aaaaacoruzzione, arriveranno i costidellapolitica, arriverà la qualunque, statene certi: arriverà di tutto, tutto tranne la macroeconomia, la contabilità nazionale, e i dati. E alla fine della processione, però, mancheranno sempre 400 mijardoni de euri! Sarà quindi lecito ripetere, lasciato passare un po' di tempo, la domanda, smontando con delicatezza, uno dopo l'altro, i preconcetti dei vostri amici che "sanno di sapere" (li chiamammo così, ricordate?).

Ci vorrà molta pazienza, ma bisognerà insistere, perché, purtroppo, tutto passa da lì: il problema della natalità, quello del debito pubblico, quello del riscatto del Paese. Perché 


e quindi mettere al centro della riflessione politica la Figura 1 conduce naturalmente a una rivoluzione copernicana: da "abbattere il debito per liberare risorse" (il mantra che ci siamo sentiti ripetere mentre Monti portava il debito dal 120% al 132% del Pil) a "liberare risorse per abbattere il debito".

Liberare le risorse da cosa?

Mi sembra abbastanza chiaro: da un insieme di regole quanto meno inutili (perché quello che prescrivono siamo stati in grado di realizzarlo prima che esse ci venissero imposte) ma più verosimilmente dannose (perché la loro applicazione ci ha portato dal punto B al punto D).

Insisto: non fate l'errore del cattivo insegnante! Non pensiate che chi vi sta intorno sappia quello che è successo. La Figura 8 non l'ha vista nessuno: solo voi! La Figura 1 è stata per anni nella homepage dell'ISTAT, ora sostituita dal questa versione più anodina:


(abbiamo parlato qui dell'importanza di avere un buono zoom), ma nessuno ha fatto un plissé! Quei numeri, in fondo (dico quelli della Figura 8) non vuole vederli nessuno. Non li vuole vedere chi ne è stato causa, ma, ripeto, forse nemmeno chi ne è stato vittima vuole capire l'intensità della nostra crisi. Eppure è da lì che dovremo ripartire. La domanda che mi pongo, che vi pongo, che ci poniamo da tempo è: sarà possibile costruire una coscienza collettiva di questo problema senza l'intervento di un fatto traumatico (intendo: veramente traumatico)?

La risposta che mi do, che vi do, da quando ho iniziato a rivolgermi a voi, è sempre la stessa: dipende da noi.

Buon anno!

(...portato a termine sotto una gragnuola stordente e insensata di messaggi di auguri, e ci sono anche quelli che si incazzano se non gli rispondi subito! Per fortuna che ci sono, aggiungo, così capisci chi si rende conto e chi no - e purghi la rubrica. Voglio bene a tutti, ma credo che invece di 4038 "anche a te e alla tua famiglia" sia stato più utile scrivere queste brevi note sull'unico problema che abbiamo. Risolto questo, si risolve tutto il resto. Sul come e perché sia difficile risolvere questo, credo di aver scritto qualcosa tempo addietro, e siccome la situazione non è cambiata, se non per confermare quanto prefiguravamo - cioè che il Paese era nelle sabbie mobili - posso tranquillamente rinviare agli scritti di undici anni fa. Per il resto:


senzadubbiamente...
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