Vi ricordate Filippo il Buono?
Sì, quello che aveva tollerato il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo... No, non
questo Luigi di Lussemburgo (ci siamo divertiti al suo matrimonio, vero? Bella festa...):
questo, il conestabile di Saint Pol, cioè il nonno di Filiberta di Lussemburgo e per quella via bisnonno materno di
Filiberto di Chalon-Arlay, che era, quest'ultimo, il nostro amico che non riuscì a evitare il sacco di Roma (perché non parlava la lingua: un problema tipicamente europeo), e i cui mercenari (che gli servivano a Napoli per risolvere un altro problemuccio) vennero schiantati dal freddo sull'altopiano delle Cinque Miglia, quello per il quale oggi devono transitare le partorienti dell'alta val di Sangro onde raggiungere l'ospedale di Sulmona, come mi spiegava la
Scarpetta di Venere (semper laudetur).
Ecco,
lui.
Mi piace ricordarlo oggi con voi per affermare un principio che deve esserci di conforto e di stimolo: non è vero che la virtù non venga ricompensata. La bontà, e l'ascolto dei saggi consigli, spesso sono ricompensati, e la vicenda di Filippo ne è un esempio.
Nato a Digione nel 1396 da Giovanni Senza Paura, nel 1415 aveva 19 anni, e, come tutti i giovani, voleva imbrancarsi coi suoi coetanei. Ma venne dissuaso da papà. E fece bene ad ascoltarlo. Perché nel 1415 la gioventù francese non voleva andare il venerdì sera da Pizza Alex, con la Aixam, a sfoggiare jeans sdruciti, come oggi la gioventù pariolina (vedi alla voce
er Palla): voleva andare il venerdì mattina ad Azincourt, a sfoggiare armature damascate, sventolando il proprio blasone. Che, va detto, nel caso di Filippo
era un signor blasone: solo per leggerlo ci vuole un quarto d'ora:
Ecartelé: en I et IV d'azur semé de fleurs de lys d'or à la bordure componée d'argent et de gueules (qui est du Duché de Bourgogne) ; en II parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules (qui est de la Comté de Bourgogne), en 2 de sable au lion d'or, armé et lampassé de gueules (qui est de Brabant) ; en III parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules, en 2 d'argent au lion de gueules armé, couronné et lampassé d'or (qui est de Limbourg). Sur le tout d'or au lion de sable armé et lampassé de gueules (qui est de Flandres).
(
qui il disegnino per capire da dove viene cosa).
Ma papà je disse: "Leva mano!" (per la cuggina dell'economista: sarebbe la versione parenetica del "Dattelo in faccia!": chiedi al facinoroso per spiegazioni).
E lui, Filippo, che era buono di nome e di fatto, invece di uscirsene dal
Prinsenhof sbattendo la porta come avrebbe fatto er Palla, disse "Oui, mon père", ritirandosi nei suoi appartamenti, che suppongo non fossero un troiaio come quelli del sullodato er Palla.
Per il figlio di un Senza Paura e il padre di un Temerario deve essere stato un bel sacrificio rinunciare alle scorrerie del venerdì mattina. Nelle sue vene scorreva un sangue ardente (compatibilmente con la latitudine). Ma ascoltò papà, il Sans Peur.
E ben glie ne incolse (capito, Palla?).
Perché da Pizza Alex, cioè, scusate, ad Azincourt, non ci sarebbero stati Oliviero, Jacopo e Mattia ad aspettarlo (oh, la sconcertante assenza di entropia dell'onomastica pariolina)... Eh no, ci sarebbe stato, e infatti c'era, Chicco Quinto, un nostro amico, che tutti conoscete, perché tutti conoscete il bel discorzetto che fece alla sua comitiva, discorzetto che spesso vi ho fatto anch'io, e che vi rifarò
stasera a Bookcity (povero Vlad, cosa je tocca...).
Ve lo propongo in due versioni, quella per europei (grazie ad Alfonso Liguori che me l'ha fatta conoscere):
e quella per diversamente europei, facilmente accessibile via il tubo:
Che storia, quella di Azincourt! C'è, in nuce, tutta la storia che noi stiamo vivendo: quella dell'Unione (?) Europea (?).
Ma l'Unione Europea non c'era, purtroppo (altrimenti, come sapete,
non si sarebbe combattuto):
ma c'erano, e si unirono per la giusta causa (o per quella sbagliata:
tanto, per noi, seicento anni dopo, una vale l'altra) una pletora di
stati relativamente indipendenti: il Regno di Francia, il ducato di
Bretagna, la contea di Champagne, il ducato di Borgogna, il regno di
Navarra, la contea delle Fiandre, il ducato di Aquitania, il ducato di
Lussemburgo, e spicci. Questo lo si ricorda ad erudizione dei tanti che
forse credono che la barriera di Ventimiglia, quella dove oggi
respingono i rifugiati, esista dal tempo di Carlo Magno...
E non c'era, purtroppissimo, l'euro (altrimenti, come sapete, non ci
sarebbero state le crisi), ma c'erano, dalla parte dei francesi, le armature, che dell'euro sono
mirabile metafora: pesanti, rigide, e concepite per proteggere (?).
Dall'altra parte, invece, c'era una cosa che secondo molti economisti protegge meglio:
la flessibilità.
I fatti li sapete. La battaglia fu combattuta lungo l'asse dell'odierna dipartimentale 104:
I francesi venivano da Ruisseauville, e gli inglesi li aspettavano dalla parte di Maisoncelle. Dice: "Ma se l'Inghilterra è a nord della Francia, perché i francesi arrivavano da nord?". Perché gli inglesi volevano tornarsene a casa, visto che stava cominciando l'inverno (la guerra era attività prevalentemente estiva, per motivi che immaginate). Erano partiti dall'Inghilterra un po' sul tardi, il 12 settembre, e il 22 settembre avevano conquistato Harfleur (oggi un sobborgo di Le Havre, alla foce della Senna, non lontano da dove vado a insegnare), e ora ripiegavano dalla Normandia su Calais, in direzione Nord (nel dipartimento che oggi si chiama, guarda caso, Nord-Pas de Calais). Da quella città, che era inglese dal 1347, avrebbero potuto traversare facilmente la Manica.
Ma i francesi, per fare gli splendidi, sbarrarono loro la strada.
Questa, ovviamente, non era asfaltata. Si andava per campi arati di fresco. I nobili francesi erano a cavallo, e anche i fanti erano pesantemente armati. Gli inglesi, invece armati alla leggera. La notte del 24 la passarono tutti, inglesi e francesi, nobili e scudieri, sotto una pioggia torrenziale, tanto che dalla parte dei francesi (cioè a Ruisseauville, il paese del ruscello:
nomen omen) la strada era diventata un torrente. Per gli inglesi fu facile piantare nel terreno ammorbidito dalla pioggia dei pali che ostacolassero la carica di cavalleria. Viceversa, per i francesi fu difficile andare alla carica in un terreno nel quale i loro cavalli affondavano fino al ginocchio. Tanto per non farsi mancare nulla, i francesi, mentre litigavano su chi dovesse stare in prima fila e più vicino al capo (che non era il re, Carlo VI, il quale come sapete aveva
svalvolato, ma Carlo I,
il conestabile d'Albret), avevano lasciato avanzare di 600 metri i francesi senza disturbarli. Non molto, ma abbastanza per trovarsi a portata di longbow (circa 300 metri, e a 100 metri foravano un'armatura).
Dopo uno scambio di convenevoli (tipo: "Se rinunci alla corona d'Inghilterra ti facciamo tornare in Inghilterra". E Chicco: "Scusa, ma allora che ci torno a fare?"), i francesi attaccano: travolti da una pioggia di frecce, e impantanati nel fango, i cavalieri della prima ondata intralciano quelli delle successive, trasformandoli in facile bersaglio. La sconfitta era quindi inevitabile, come lo era stata a
Crécy e
Poitiers (con dinamiche molto simili). Sarebbe però stato evitabile il massacro, perché, come ho cercato di spiegarvi, non è proprio esattissimo quello che quel sanfedista di Roberto Buffagni ci dice ogni tanto, ovvero che le élite europee ci hanno sempre oppresso, ma almeno una volta ci difendevano e rischiavano la pelle. Preciso: la pelle, sì, la rischiavano, più di adesso, ma sempre meno di un poveraccio, perché se eri molto ricco era abbastanza facile che laddove non ti stendesse una freccia o un'archibugiata o un tuo pari, ma finissi nelle mani di un poraccio (un fante), quello invece di ucciderti ti catturasse, in modo da ottenere un riscatto (ricorderete anche per quale infelice equivoco a Carlo il Temerario questa sorte non toccò...).
Insomma: non sarete sorpresi di sapere che chi aveva fieno in cascina di norma e in media trovava modo di cavarsela anche in quei tempi bui (?). Più sorprendente, viceversa, la dinamica del massacro. Perché gli inglesi erano tutti contenti di aver catturato così tanti baroni francesi: sò sordi (pensavano), e la cosa sembrava finita lì. Ma c'era un problema: i francesi catturati erano veramente troppi, e portarseli dietro creava una oggettiva difficoltà logistica. Ci si sarebbe potuti organizzare, se non fosse che, verso la fine della piacevole scampagnata, Ysembart d'Azincourt, un nobilastro locale, attaccò con 600 contadini le retrovie inglesi, impadronendosi della corona del re e di altri souvenir. Temendo un attacco alle spalle, Chicco (cioè Laurence Olivier o Kenneth Branagh, a seconda delle preferenze) ordina agli arcieri di disfarsi rapidamente dei prigionieri. Gli arcieri preferirebbero di no, non tanto per il sangue, ma per i soldi. E allora Chicco fa loro un'offerta che non possono rifiutare: chi si rifiuterà di uccidere i prigionieri verrà impiccato.
Mors tua, vita mea, e l'aristocrazia francese conobbe una subitanea crisi demografica. Ci lasciarono le penne Jean I, duca d'Alençon e conte del Perche, Edoardo, terzo duca del Bar e marchese di Pont-à-Mousson, Antonio duca di Brabante e di Limburgo, Filippo di Borgogna, conte di Nevers e di Rethel, e via dicendo. Quattro principi del sangue, una serie infinita di altri signori, una catastrofe.
Ma soprattutto una storia in tutto e per tutto europea, in tutte le sue sfaccettature, come mi accingo a dimostrarvi.
Il rifiuto della storia
Questo è il primo aspetto "europeo" della vicenda che oggi ci appassiona: il rifiuto assoluto e categorico di imparare dalle esperienze precedenti. Perché, santo Dio, c'era già stata
la battaglia di Crecy, no? Combattuta dalle stesse parti (in senso geografico e politico), più o meno con lo stesso rapporto di forze, e persa più o meno nello stesso modo. E anche a Poitiers non era andata in modo tanto diverso.
Ma gnente...
Gli "europei" al passato proprio non guardano: lo trovano disdicevole. Bisogna guardare al futuro, ripetendosi che sarà roseo, che tutto andrà bene, perché non può andare che bene, perché deve andare bene, perché nel
Manifesto di Ventotene c'è scritto che "La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà", che poi, nel caso qualcuno non lo notasse, è esattamente
questo tipo di discorso, a chiara indicazione se non della matrice ideologica del manifesto, quanto meno della temperie culturale dell'epoca ("noi tireremo dritto", "è la Bce che traccia il solco e il Pd che lo difende", ecc.).
La cultura politica dell'ottimismo totale
(copyright Giandomenico Majone).
Dice: "Ma guarda che ha piovuto!"
Fa: "No, non ha piovuto! Siamo europei, siamo uniti, quindi splende il sole, il terreno è compatto, non è una poltiglia, e la nostra cavalleria spazzerà via quei quattro straccioni di Lancaster".
Ecco. Un altro dato europeo: il rifiuto del principio di realtà.
Jean le Meingre, uno degli strateghi francesi, aveva predisposto un piano di battaglia che prevedeva di incontrare gli inglesi in campo aperto: non in una radura incassata fra due boschi. Insomma, ci siamo capiti: è la solita storia familiare a noi economisti, per cui se il modello non rispecchia la realtà, si fa finta che sia questa ad adattarsi (truccando i dati: esempi
qui e
qui). Ma gli arcieri inglesi erano
referee più severi degli attuali accademici statunitensi (almeno a giudicare da quello che dice Romer
qui parlando di un nostro amico), e avvicinarono bruscamente i baroni alla durezza del vivere...
Il delirio della competitività totale
Su questo ormai si è detto tanto: un mondo nel quale tutti esportano non è logicamente possibile. Allo stesso modo, non è strategicamente sostenibile uno schieramento nel quale tutti desiderano stare in prima fila. Pensate che la vanagloria dei baroni francesi era tale che i cv, pardon, gli stendardi da essi sventolati oscuravano completamente la vista ai fanti che in teoria, nella seconda fila, avrebbero dovuto sostenerne l'azione, approfittando dei varchi che si supponeva la cavalleria aprisse nelle linee nemiche (cosa che poi non accadde). Immagino i litigi per decidere chi dovesse arrotolare il proprio cv (pardon, stendardo) e metterselo nel baule.
Così come non si può essere tutti nella prima fila dello schieramento, non si può essere tutti esportatori netti.
I francesi lo impararono a loro spese, i tedeschi lo stanno imparando a nostre spese.
L'illusione del numero
Nota bene: non solo i francesi non vinsero
nonostante fossero di più, ma addirittura vennero sgozzati come porci
perché erano di più (e quindi era sconsigliabile sia tirarseli dietro, sia lasciarli in vita, in un contesto nel quale sembrava che ci fosse l'imminente pericolo di un attacco a tradimento). Questa idea che si deve essere tanti per combattere non funziona: non è così. Noi siamo pochi. I baroni sono tanti. E come sta andando lo vedete (risparmio link, tanto sapete di chi parlo)... Non è mai un'ottima idea mettere un nemico con le spalle al muro, quale che sia la sua consistenza numerica, e non è mai una grande intuizione strategica contare sul proprio numero, anziché sulla propria motivazione.
L'inganno della rigidità
Arco (flessibile e leggero) vince armatura (rigida e pesante) 6000 morti (francesi) a 600 (inglesi).
Devo aggiungere altro? La posizione del Fondo Monetario Internazionale ormai è inequivoca:
la rigidità del cambio ha messo in serie difficoltà i paesi che hanno deciso di adottarla, inclusi quelli dell'Eurozona. I libri di testo non dicono nulla di diverso.
Ecco: sì, ripensandoci bene la battaglia della quale oggi ricorre il seicentesimo anniversario è proprio una metafora ideale di quanto ci sta succedendo, e di quanto ci accadrà: un progetto rigido, antistorico, gestito da una élite allucinata e divisa su tutto, fallirà.
Mi sembra logico, anzi: tautologico. In fondo sto dicendo che un fallimento (
annunciato) è un fallimento (realizzato).
E ora vi lascio: devo andare a Bookcity, dove mi pare di aver capito che qualcuno si aspetti che io parli di economia, e io, invece, parlerò di un altro duca di Barbante, che era anche donzello di Montargis, principe di Oléron e di Viareggio.
Chi ha capito, ha capito.
A mia discolpa, potrò dimostrare che lo faccio su precisa richiesta di Vladimiro...
(...
ah, voi non eravate al matrimonio di Luigi? Avete avuto un contrattempo?)