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lunedì 15 aprile 2013

Mafia Bunker: caccia ai boss su History Channel

In un documentario da 90 minuti History Channel e lo studioso inglese John Dickie ci svelano i segreti della vita sotterranea dei più potenti boss di camorra e ‘ndrangheta. 



Costruiti al di sotto di anonimi palazzi, in pieno centro cittadino oppure isolati in vecchi casali di campagna, i bunker sotterranei sono spesso la dimora di alcuni dei più potenti boss della criminalità organizzata italiana. Nascondigli difficilissimi da individuare, i bunker permettono ai boss di comandare traffici milionari senza essere catturati: progettati come vere e proprie fortezze sotterranee, sono un prodigio di ingegneria con tunnel che si diramano come un intricato labirinto, pareti scorrevoli, ascensori nascosti ed ingressi insospettabili come forni per le pizze. Andrà in onda martedì 16 aprile alle ore 21:00 su History Channel, canale 407 di Sky, “Mafia Bunker: caccia ai boss”. 

Lo studioso inglese John Dickie, storico e docente universitario specializzato in mafie italiane, è la voce narrante del documentario di 90 minuti prodotto Stand By Me, Lion Tv Uk, Fox International e BBC2, che ci mostra questo aspetto poco esplorato ed inquietante della storia italiana. Grazie all’accesso esclusivo ai bunker e a materiali d’archivio inediti concessi da magistrati antimafia, Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, il documentario ci svela l’incredibile vita sotterranea dei boss e la continua lotta delle forze dell’ordine per tentare di catturarli. Sarà possibile commentare in diretta il documentario scrivendo all’account Twitter @history_channel con l’hashtag #MafiaBunker

Presentato a Roma presso l’Ufficio Relazioni Esterne e Cerimoniale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, il documentario mostra come le forze dell’ordine italiane siano riuscite a stanare e a catturare alcuni dei più potenti capi di camorra e ‘ndrangheta come Michele Zagaria e Francesco “Ciccio” Pesce. Ad introdurre il progetto è stato Maurizio Masciopinto, Direttore Relazioni Esterne e Cerimoniale del Dipartimento di Pubblica sicurezza, che si è detto particolarmente contento del progetto: “La notizia positiva – ha spiegato – fa sempre meno sensazione di quella negativa. In genere la cattura dei criminali ha la terza pagina mentre la notizia della rapina va in prima. Sono molto contento di questa operazione perché grazie a questo lavoro lo Stato per una volta ha vinto”. 

Un progetto non facile e di lunga gestazione, come ha rivelato Sherin Salvetti, vice-presidente di Fox International e History Italia, che ha definito il documentario “un bel crostino”: “Realizzare Mafia Bunker è stato un lavoro difficile, la gestazione è durata tre anni, ci sono state mille difficoltà, ma è un’opera che ci rende molto orgogliosi, ci ha permesso di rendere omaggio a uomini e donne che ogni giorno rischiano la loro vita per una giusta causa. Siamo inoltre contenti di poter dare una storia positiva ad un paese che ne ha bisogno e di vedere una produzione italiana lanciata in ambito internazionale, visto che il documentario andrà in onda anche sulla BBC”. Anche Simona Ercolani, ideatrice e produttrice del documentario, si è detta molto soddisfatta del risultato finale: “Per chi realizza documentari poter lavorare per la BBC è il sogno di una vita! A maggior ragione se il tuo lavoro ti porta a mostrare i volti puliti e belli di gente per bene che rischia la vita per il bene comune, veri eroi sconosciuti, in contrapposizione a quelli brutti dei criminali che nella realtà fanno una vita brutta e diametralmente opposta a quella romanzata di film e serie tv”. 

Il presentatore John Dickie ha sottolineato questo punto affermando che: “Purtroppo nel mondo lo stereotipo “italiano uguale mafioso” è ancora molto forte e la colpa secondo me è soprattutto del cinema. Basti pensare al fatto che il mio libro sulla lotta alla mafia ha venduto 1 milione di copie mentre Il padrino di Puzo 21 milioni! Speriamo che con questo documentario possa diventare noto nel mondo anche il lavoro che svolge la polizia italiana. E poi devo ammettere che per un animale da archivio come me andare sul campo è stata un’esperienza molto divertente”. 

Sono poi intervenuti: Renato Cortese, primo dirigente della Polizia di Stato, che ha sottolineato l’importanza di queste operazioni per conquistare la fiducia della gente: “Nel ’92 quando cominciavamo ad ottenere i primi risultati non c’era nessuno ad aspettare i criminali catturati sotto la questura, poi mano a mano con l’impegno dimostrato ci siamo guadagnati la fiducia della gente e nel 2006 alla cattura di Provenzano sono accorse centinaia di persone”, il capitano Giuseppe Lumia dell’Arma dei Carabinieri, che si è detto contento del documentario soprattutto perché è un omaggio anche ai colleghi che hanno perso la vita durante queste operazioni, e il capitano Sergio Gizzi della Guardia di Finanza che, rispondendo alle parole di Simona Ercolani, ha detto: “Grazie, noi non ci sentiamo eroi, ma con le vostre parole oggi mi avete fatto sentire bello. Inoltre è importante dimostrare grazie a opere come questa che alla lunga il crimine non paga”.


Pubblicato su TvZap.

domenica 4 dicembre 2011

Noi di settembre

Franco Califano

"Noi di settembre siamo gente un po' strana... Non semo della Vergine come quelli che so nati ad agosto, noi semo quelli fatti a Capodanno, o sotto le feste de Natale, da gente ancora ubriaca, co' 'e noccioline in bocca, quasi pe' sbaglio!" Franco Califano ha presentato così, in una Sala Cinema Lotto piena, nell'ambito della sesta edizione del Festival di Roma, il documentario Noi di settembre, film sulla sua vita diretto da Stefano Veneruso.



Il Califfo, poeta popolare romano, è noto ai più per essere un personaggio eccessivo, fuori dalle righe, playboy impenitente, triviale, chiassoso e vistoso. Oggi però, superati i settant'anni, il personaggio Califano vorrebbe che la gente sapesse che nella sua vita non ci sono stati solo le donne, i motori e le follie, ma anche una ricca ed intensa carriera artistica: "Io non sarò felice finchè l'artista non metterà la freccia e supererà il personaggio", queste le sue parole, le parole di un uomo che ha composto testi per Mina, Mia Martini (per cui scrisse le parole della bellissima Minuetto), che ha conosciuto Pasolini, ha avuto esperienze ad Hollywood ed è autore di pezzi ormai immortali come Tutto il resto è noia e La musica è finita.


Ripreso nella sua casa, in cortile e durante i suoi concerti, nel documentario di Veneruso Califano si racconta e si confessa, rivelando aneddoti e riflettendo sulla sua vita. Ne emerge il ritratto di uomo sì pieno di difetti e debolezze, ma estremamente umano, in cui il personaggio può rivelare l'uomo dietro la facciata, un uomo che mette a nudo l'amarezza che ha provato per i suoi due arresti, la paura della morte e la sua gioia di vivere. Un documentario imperdibile per i fan del Califfo ed un interessante spaccato della cultura pop italiana per i più.

martedì 22 novembre 2011

Julie Delpy dirigerà il documentario su Joe Strummer

Julie Delpy dirigerà il documentario sulla vita di Joe Strummer, frontman della band inglese The Clash


Dopo la notizia che Julie Delpy reciterà nel terzo capitolo della serie Before Sunrise/Before Sunset insieme ad Ethan Hawke, per l'attrice francese ci sono ancora buone novità: la Delpy dirigerà infatti The Right Profile, documentario sulla vita di Joe Strummer, frontman della storica band inglese The Clash

Il documentario, il cui titolo riprende una canzone dell'album di culto Londo Calling, si focalizzerà sulla volontaria sparizione dall'attenzione pubblica del cantante prima dell'uscita dell'album Combat Rock, pubblicato nel 1982. 

Variety ha inoltre scritto che la Delpy, oltre a dirigere la pellicola, potrebbe anche comparire nel film.

Pubblicato su Ecodelcinema.com

sabato 1 ottobre 2011

Emilio Schuberth, l’omaggio al sarto delle dive

Al Roma Fiction Fest è stato presentato il documentario di Antonello Sarno sul celebre stilista che ha vestito attrici come Sophia Loren e Gina Lollobrigida negli anni della dolce vita


Il nome Schuberth fa pensare immediatamente al celebre compositore austriaco, ma quell’acca finale fa la differenza: si parla infatti di Emilio Schuberth, celebre sarto delle dive del cinema anni ’60. Nato a Napoli nel 1904, Schuberth viaggiò molto in Germania e Inghilterra prima di trasferirsi a Roma, dove aprì un atelier in via Condotti. Il celebre sarto (allora non si chiamavano stilisti) prese parte alla storica sfilata di Palazzo Pitti nel 1951 e fondò insieme ad altri illustri colleghi, come le sorelle Fontana, il SIAM – Sindacato Italiano Alta Moda.

Il suo stile da favola pieno di lustrini, fiocchi, dettagli curatissimi e colori pieni di carattere lo hanno reso lo stilista favorito dalle dive del cinema negli anni ’50 e ’60, mentre il suo carattere esuberante lo ha portato a rivoluzionare la figura del sarto, come ha spiegato Antonello Sarno, regista di un documentario a lui dedicato presentato al Roma Fiction Fest: “Questo omino, Schuberth era infatti molto minuto, era sempre presente nei filmati d’archivio delle feste piene di dive del cinema: sono allora andato a cercare chi fosse. Ho scoperto che si trattava di uno dei padri del made in Italy, un genio dell’alta moda purtroppo dimenticato perché alla sua morte, avvenuta nel ’72, il suo atelier è stato chiuso. E’ stato lui a spettacolarizzare la moda, a fare dei sarti delle celebrità: avere un vestito si Schubert era un traguardo così ambito che le donne lo scrivevano sull’invito delle loro nozze”.

Schuberth è stato un nome così importante per la moda italiana che decine di personalità dello spettacolo hanno testimoniato la sua grandezza nel documentario: Gina Lollobrigida, presente anche in sala, ha parlato di lui come di un grande artista, la fiducia che l’attrice riponeva in Schuberth era infatti tale che diventò il suo sarto personale, nella vita privata come al cinema; Sophia Loren ha ricordato invece il suo grande senso dell’umorismo mentre Sandra Milo ha confessato che andare al Festival di Venezia con un suo vestito è stato come far avverare la favola di Cenerentola. Giusi Ferré ha detto invece: “E’ il nostro Dior”, mentre Patrizia De Blanck l’ha definito: “Il Thruman Capote italiano”. Anche i colleghi Renato Balestra, Pierre Cardin e Lavinia Biagiotti ne hanno parlato come di un maestro.

Dalle testimonianze di amici e ammiratori si è anche scoperto che era un uomo stravagante, che amava stupire: faceva scalpore presentandosi in sandali senza calze con lo smalto rosso sulle unghie dei piedi, cosa rivoluzionaria per un omosessuale degli anni ’50. Il suo stile è stato infatti spesso osteggiato dalla morale dell’epoca, tanto che nei servizi dei cinegiornali veniva deriso e offeso senza remore: Schuberth non denunciò però mai nessuno ed anzi, più il suo stile faceva scalpore più si riteneva soddisfatto, diventando così un pioniere della lotta per i diritti degli omosessuali.

Una figura complessa ed interessante che è stata dimenticata ma che vale la pena di scoprire grazie a questo documentario che ne ripercorre i successi tramite le testimonianze di chi ha potuto entrare in quel magnifico atelier dalle tende di velluto rosso e dalle poltrone damascate.



Pubblicato su TvZap.

giovedì 4 novembre 2010

Festival del film di Roma 2010 - DAY 7: 3.11.2010



Ormai siamo veramente alle battute finali del Festival.
Cosa resta da fare dunque?
Ovvio: il cazzeggio.

E dai allora con chiacchere da bar e foto con Delorean.

C'è ancora qualche film da vedere però.
Anzi.
Qualche documentario.
Questo rimarrà nella memoria come il Festival dei documentari.
Tanti, belli, originali, emozionanti.

Ho visto quello sul boss e quello su Yves Saint Laurant.

The promise: The Making of Darkness on the Edge of Town di Thom Zimny
Documentario non molto originale - il regista ha una sola buona idea ed è quella di sovrapporre, al momento dei titoli di coda, un concerto di Springsteen di 30 anni fa con uno di oggi - in cui si ripercorre il travagliato e storico processo di creazione di Darkness on the Edge of Town, secondo disco del boss.
Filmati di repertorio e commenti dei protagonisti oggi, a 30 anni dall'esperienza.
Fino a qui non sarebbe nulla di sconvolgente.
Se non fosse che Springsteen è un vero animale da palcoscenico: anche solo nel commentare una vecchia canzone, o un suono che non riusciva a trovare, fa intuire che dietro la sua opera c'è un mondo, un'idea di vita, un pensiero, un certo modo di vedere l'uomo.
Imperdibile per i fan del boss e interessante per chiunque ami la musica.
Fenomenale anche il chitarrista Steve van Zandt altro personaggio clamoroso.

Scene da festival: al momento dei titoli di coda (dove c'era il concerto sovrapposto ieri/oggi) un tizio voleva andarsene prima. Il signore che avrebbe dovuto farlo passare gli ha risposto in malo modo dicendo che era un maleducato e un cafone e che non si sarebbe alzato fino a quando non sarebbe finito l'ultimo titolo di coda. Il signore che aveva fretta è rimasto in piedi immobile per 20-30 secondi. Poi ha sbroccato tutto insieme, lanciandosi letteralmente sopra il giornalista pignolo. E' stata quasi rissa. Il tizio mi è caduto a 1 cm dai piedi. Ha fatto giusto in tempo a dirmi : "Scusa!" e poi è scappato.
Senza parole.

Yves Saint Laurant: amour fou di Pierre Thoretton
Altro personaggio larger than life: il geniale stilista YSL.
Vero e proprio artista, amante dell'arte e della bellezza in tutte le sue forme, era in realtà un uomo molto tormentato e perennemente insoddisfatto, sempre alla ricerca del momento, sempre in cerca della perfezione.
La sua vita, gli eccessi, la geniale creatività sono raccontati attraverso gli occhi commossi del compagno di una vita: Pierre Bergé.
Un documentario che diventa una seduta psicanalitica, una riflessione sulla vita, sul novecento, sull'idea di bellezza e sulla ricerca della felicità.

Piccolo aneddoto gossipparo: a fine proiezione regalavano un pacco YSL contenente una piccola boccetta del profumo Parisienne e un porta trucco con tanto di specchio e pennelli. E' stata l'apocalisse. Gente che tornava a riprenderti 8-9 volte, gente che si litigava gli ultimi...
Nemmeno in The Horde ho visto tanta ferocia. 

Insomma ora ci resta solo di aspettare fino a venerdì per vedere chi saranno i vincitori.

domenica 1 novembre 2009

Liberi Nantes Football Club


Questo è un film che molto probabilmente non vedrete mai.
Ed è un vero peccato!

Presentato al Festival del Cinema di Roma nella sezione Extra, Liberi Nantes Football Club è la storia di un gruppo di persone corraggiose e ammirevoli.
Grazie al Centro Astalli, con l'aiuto della Fondazione Don Luigi Di Liegro e dell’UISP di Roma, è nata la Liberi Nantes A.S.D.: la prima squadra di calcio composta interamente da rifugiati politici. 25 atleti, tutti non professionisti, scappati dal loro paese d'origine: eritrei, afgani, nigeriani, iracheni tutti insieme nello stesso spogliatoio, sullo stesso campo da gioco.

Il documentario fa vedere la preparazione, l'allenamento, le partite della squadra e soprattutto la storia di questi uomini costretti a scappare dal paese natale per salvarsi la vita.

La magia dello sport e del gioco di squadra come mezzo e metafora di integrazione, grazie alla condivisione di una realtà quotidiana.
Le difficoltà della piccola squadra senza mezzi, senza scarpini, senza un preparatore atletico professionista fanno sorridere e allo stesso tempo danno forza all'impresa: nonostante le difficoltà lo sport è capace di unire le persone. Ed è questo il calcio vero, quello che ci piace: altro che campionati truccati dove atleti superpagati giocano per professione e non più per passione.

Cult la scena in cui l'allenatore-pasticcere spiega il 4-3-3 con le paste alla crema e cioccolato.

Un piccolo documentario divertente e importante, da vedere assolutamente se riuscite a recuperarlo.

La citazione: "Zeman aiutaci tu!"

Voto: ♥♥♥

mercoledì 29 ottobre 2008

Festival Internazionale del Film di Roma - L'Altro Cinema/Extra: Man On Wire

Lo straordinario sogno di una vita intera sospeso tra passione e follia




Qual è il vostro sogno più grande?
Diventare medici, scrittori, artisti, avvocati o ballare al Teatro Alla Scala?
Nel caso di Philippe Petit il sogno della vita è camminare tra terra e cielo, sospeso tra la vita e la morte, su un filo d’acciaio teso tra le Torri Gemelle di New York.
Un sogno non convenzionale, ma decisamente poetico.

“Man On Wire” è l’appassionato e appassionante racconto di questa straordinaria impresa: nel 1974, con l’aiuto di amici folli come lui, il funambolo Philippe riuscì a camminare su un filo sospeso tra le due torri simbolo della città americana per ben 45 minuti.

Il film, girato da James Marsh, è realizzato con i filmati che il gruppo di amici girò all’epoca della progettazione dell’impresa e arricchito dal racconto degli stessi protagonisti ormai invecchiati di 30 anni.
Incredibile ma vero, questo gruppo di ventenni incoscienti riuscì a intrufolarsi all’interno delle Torri Gemelle eludendo la sicurezza, a tendere un cavo d’acciaio lungo 100 metri tra di esse e far camminare Philippe a 400 metri d’altezza.


Philippe Petit


L’elaborazione del piano è geniale: i trucchi e le soluzioni trovate dal gruppo a volte lasciano a bocca aperta, e tengono col fiato sospeso anche lo spettatore più scettico.
In un meccanismo perfetto che fa sembrare l’intera vicenda un balletto ideato da un coreografo geniale, lo spettatore si fa totalmente coinvolgere dall’entusiasmo, che sconfina in una follia piena di gioia di vivere, del protagonista.

In quest’opera, che definire documentario è riduttivo, c’è tutto: c’è la passione, c’è l’ incoscienza e l’esuberanza della giovinezza, ci sono le risate, le lacrime, la paura, la tensione e la gioia.
Philippe che cammina sospeso nel vuoto diventa metafora e simbolo del sogno: il sogno di fare qualcosa di più del lasciarsi vivere, di rompere gli schemi, di non omologarsi, di tendere verso l’essenza stessa dello spirito umano e di lottare per qualcosa che sembra impossibile da realizzare, di essere liberi.

Il suo gesto quindi può essere inteso come una pazzia, un atto politico, un grande ed estremo spettacolo: forse è tutto questo, forse il vero senso è che, come dice lo stesso Philippe: “Semplicemente era bello farlo”.

Accompagnato dalle bellissime musiche di Michael Nyman, il documentario vale la pena di essere visto e letteralmente vissuto: per un’ora e mezza anche il pubblico può sognare e sentirsi libero come se galleggiasse a 400 metri d’altezza.


Pubblicato su Cineforme.
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