Celeste: Celeste (1976)
Verso la fine degli anni' 60, il gruppo sanremese "Il Sistema" fu sicuramente tra i primi a diffondere il Prog in Italia, pur senza mai aver inciso un solo Lp.
Di quella storica formazione facevano parte non solo il chitarrista Enzo Merogno che poi formò i Museo Rosenbach nel 1971, ma anche il batterista Ciro Perrino e il tastierista-flautista Lino Lagorio che, con Mariano Schiavolini (chitarra, violino) e Giorgio Battaglia (basso), diedero vita nel 1972 alla band dei Celeste .
Stando alle parole di Perrino, la musicalità del gruppo non avrebbe dovuto discostarsi molto da quello degli Opus Avantra ma, col passare de tempo, il sound si ingentilì nell'auspicio di una maggiore comunicatività.
Dopo circa un anno di lavoro in cui i "Celeste" prepararono una cospicua dose di provini, il quartetto fu indirizzato dal produttore dei Jet ai fratelli Aldo e Vittorio De Scalzi, attirando l'attenzione di quest'ultimo che li portò in sala d'incisione all'inizio del 1974.
Le registrazioni terminarono intorno al giugno dello stesso anno e l'album fu praticamente pronto per le stampe ma, a questo punto, qualcosa si bloccò. Le matrici vennero tenute in naftalina per un anno e mezzo e il disco uscì soltanto nel 1976 quando l'ondata progressive era ormai agli sgoccioli.
Le motivazioni di tale ritardo stanno sicuramente nella testa del solo De Scalzi e poco altro ci è dato di sapere. Tuttavia, con tutte le riserve del caso, ora cercheremo di dare una spiegazione plausibile.
Come abbiamo già avuto modo di rimarcare, il 1974 fu un anno molto complicato dal punto di vista dell'evoluzione del Prog: da un lato si assisteva ad una sua radicalizzazione (Area, Dedalus, Camisasca) che non lasciava più spazio alle auliche atmosfere Canterburyane, mentre sul fronte opposto, chi non militava nella Controcultura, puntava sempre più sul linguaggio cantautorale o sui nuovi territori del Jazz e della sperimentazione.
A questo punto, è probabile che nell'ottica della discografica genovvese Grog, l'eterea raffinatezza dei Celeste risultasse completamente fuori tempo e occorresse aspettare ancora un po’ per il lancio definitivo.
In ogni caso, comunque siano andate le cose, l'album "Celeste" (noto anche come "Principe di un giorno") venne pubblicato nel 1976 a band dissolta: segno impietoso che musicisti non ce la fecero a sacrificare così tanto tempo per assecondare le titubanze della produzione, decidendo nel contempo di dedicarsi alla musica in maniera più professionale.
Morale: di tutta questa avventura, restò dunque solo la testimonianza di una band che rimase congelata per anni in uno studio di registrazione, fece poco o nulla dal vivo e di conseguenza non ebbe neppure modo di promuovere il proprio prodotto decretandone anzitempo la deriva commerciale.
Un vero peccato perché, la soave musica, quasi cameristica, dei Celeste avrebbe potuto anch'essa ritagliarsi un piccolo spazio nel cuore del movimento, mentre invece le toccò essere confinata nel limbo degli altrettanto aggraziati Errata Corrige o del Baricentro.
Da un certo punto di vista non possiamo dare torto all'indiscutibile professionalità di De Scalzi ma, a posteriori (visto il riscontro artistico ed economico) non è da escludere il fatto che la Grog avrebbe potuto osare di più.
Infine, spendiamo due note sul disco in se.
Musicalmente connotato da un imprint prevalentemente classico, "Principe di un giorno" catturò senza dubbio l'attenzione degli ascoltatori meno esposti alla conflittualità degli anni '70.
Di fatto, è innegabile che i suoi intrecci di archi e fiati di sapore barocco possano lasciare un buon sapore a coloro che dalla musica chiedono prevalentemente momenti di pace e serenità.
Chi ama però anche l'interazione con l'aspetto sociale di un movimento come il Pop italiano, non avrebbe trovato mai nei Celeste nulla di interessante né di trasgressivo.
E così fu per la maggioranza del mercato.
Trattandosi comunque di ottima musica e di ottimi strumentisti, lascio ai posteri l'ardua sentenza.