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mercoledì 10 marzo 2010

L'impronta ecologica ......


L'impronta ecologica

Il modo in cui viviamo e consumiamo quotidianamente, quanto incide sull'ambiente che ci circonda? Non poco. L'impronta ecologica è un modo per scoprirlo.


La sensibilità e l’attenzione dimostrata verso l’ambiente e tutte le problematiche ad esso correlate sono ormai materia di interesse comune, sempre più persone si preoccupano delle loro singole azioni e di quale tipo di ripercussione esse possano avere sul resto del pianeta. Il effetti, anche se ad alcuni può sembrare assurdo, a molti è ormai chiaro che seguendo la famosa teoria del battito delle ali della farfalla, ciò che noi decidiamo di fare, ogni nostra singola azione, ha una ricaduta o vicino o molto lontano, magari dall’altra parte del pianeta, ma questa è la verità, dalla quale non si può scappare, o peggio nascondere.

L’effetto farfalla è molto vicino al concetto di impronta ecologica, o per lo meno entrambi possono essere uniti in un unico discorso legato all’ambiente, alla ricaduta delle nostre scelte, a ciò che facciamo oggi e a come tali azioni si possano in qualche modo evolvere e mutare sul nostro pezzo di pianeta.
A tal fine vi consiglio il famosissimo racconto fantascientifico di Ray Bradbury Rumore di tuono, in cui piccoli errori causano enormi problemi, e dal libro il film Il risveglio del tuono, in cui gli evidenti cambiamenti climatici e della natura sono davvero apocalittici.

Che cosa è esattamente l’impronta ecologica?
Pensate a quanti siamo sulla Terra, circa sei miliardi di esseri umani. E ora pensate a tutto ciò che ogni giorno noi facciamo: certamente alcune azioni avranno un peso maggiore sull’ambiente rispetto ad altre, soprattutto se provenienti da zone super sviluppate come le nostre. Il nostro pianeta ha delle evidenti riserve naturali, alcune delle quali non sono esattamente eterne, a un certo punto termineranno, finiranno e non ne avremo più a disposizione, nel frattempo continueremo a produrre scarti e rifiuti di ogni genere e tipo, spesso senza neanche rendercene conto.
L’impronta ecologica è una sorta d’indicatore che unisce, mettendoli in  relazione, i diversi stili di vita personali con la quantità necessaria di energie naturali, atte alla realizzazione dei medesimi.
Indica quindi la sostenibilità dei consumi di una particolare “fetta” di popolazione, che viene appositamente osservata, ma è possibile attuare il calcolo anche solo per se stessi, cioè per quello che sono gli effetti delle nostre scelte quotidiane sul pianeta che abitiamo.
I dati vanno letti con attenzione, perché portano poi inevitabilmente a fare delle considerazioni e conseguentemente dei cambiamenti, ad attuare nuove strategie per vivere in modo più armonioso e rispettoso.

Come si calcola?
Prima di tutto è necessario compiere una stima dei propri consumi e a tal fine, le categorie da valutare saranno: alimentazione (cibi), trasporti, casa, beni di consumo, servizi. Ognuna di queste voci rappresenta un consumo e ad esso corrisponde un’impronta ecologica: ad esempio per produrre il pane che mangiamo è necessario un terreno di una certa ampiezza, dei trattori per coltivarlo, dell’acqua per irrigarlo, dell’energia per cuocere il pane, ecc.
Si stima che l’impronta ecologica dal 1960 al 1999 (calcolo effettuato dal Living Planet Report 2002) sia aumentata del 57%, un aumento annuale pari a quasi il 2%, traete voi le dovute conclusioni.
E’ possibile calcolare la propria personale impronta ecologica attraverso siti tra cui, Rete Lilliput, in cui ciascuno di noi può avere un’idea, direi molto concreta, su quanto incide il suo “peso”, le sue azioni, le scelte e i consumi quotidiani, il lasciare la luce accesa, scegliere una lampadina a basso consumo, lavarsi i denti e non chiudere l’acqua, consumare la carne tutti i giorni o meglio due o tre volte la settimana e tante altre considerazione che sicuramente vi lasceranno davvero sbalorditi e vi stimoleranno a fare qualcosa nel concreto per cambiare in meglio la vostra vita, se davvero ci tenete a un mondo migliore per i vostri figli.



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lunedì 2 marzo 2009

Il Santuario dei cetacei è quasi vuoto!







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 — Dove sono finite le balene e i delfini del Santuario dei Cetacei del Mar Ligure? In conferenza stampa abbiamo presentato i dati scandalo della ricerca effettuata nel Santuario a bordo della nave "Arctic Sunrise". Il calo è vertiginoso: cinquanta per cento di stenelle in meno e balenottere ridotte a un quarto in dieci anni. Troppo poco è stato fatto per proteggerle e oltre alle minacce già note - inquinamento, traffico veloce, pesca illegale - abbiamo scoperto una grave contaminazione da batteri fecali in alto mare.

Il Santuario dei Cetacei nasce con un Accordo tra Italia, Francia e Monaco che, in vigore dal 2002, protegge c.a. 87.000 kmq del Mar Ligure. Avrebbe dovuto tutelare l'ecosistema del Mar Ligure e le popolazioni di cetacei che lo abitano, tra le più ricche del Mediterraneo. È la principale area di alimentazione estiva della popolazione mediterranea della balenottera comune: una popolazione che si avvia a diventare una specie separata da quella atlantica.
I dati della "Operazione Cetacei", pubblicati nel 1992, indicavano la presenza di circa 900 balenottere comuni e tra 15 e 42.000 stenelle. Dai dati raccolti lo scorso agosto dall'Arctic Sunrise, sembra che ci sia una riduzione di circa il 50 per cento delle stenelle (5-21.000 esemplari), mentre sono state avvistate solo un quarto delle balenottere "attese", troppo poco per poter stimare la popolazione.

Con il tour dell'Arctic, abbiamo documentato alcune delle cause di questo crollo verticale dei cetacei nel Santuario: traffico incontrollato con traghetti che corrono a 70 km/h, inquinamento da batteri fecali in altura in due stazioni delle undici analizzate e attività di whale watching svolte in modo pericoloso, con aerei e motoscafi.

La diminuzione dei cetacei nel Santuario non ci sorprende. Il Santuario è semplicemente una scatola vuota. Eppure si tratta di un precedente importante per la protezione del mare, anche in acque internazionali, riconosciuto da tutti i Paesi del Mediterraneo, riuniti nella Convenzione di Barcellona. Ma è un pessimo precedente.

Nel Santuario non è stato fatto assolutamente nulla di specifico per prevenire ed eliminare progressivamente l'inquinamento, per limitare i rischi di collisione delle imbarcazioni con i cetacei e prevenire gli impatti dei rumori, per mettere un freno alla pesca illegale o per proteggere la fascia costiera. Anzi. Proprio nel Santuario vogliono insediare la prima industria offshore: il rigassificatore di Livorno-Pisa.

Italia, Francia e Monaco non sono quindi molto meglio del Giappone che uccide balene per "scopi scientifici". Il Santuario è solo fumo negli occhi, che nasconde il calo progressivo dei cetacei nel Mar Ligure, causato da vecchie e nuove minacce.

Greenpeace chiede che il Santuario venga immediatamente sottoposto a un regime di reale tutela e gestione e che in esso si crei una grande Riserva Marina d'altura, con divieto di pesca e immissione di sostanze tossiche o pericolose.
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