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In tre parole

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Menate e circonvoluzioni a parte, secondo me il Partito Democratico che si astiene nella votazione per la soppressione delle province è semplicemente penoso.
Avete presente, quando per dire tutto bastano tre parole?
Ecco.

Eccone un altro che vuole convincerci di aver vinto lui

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(La Repubblica, 14 giugno 2011, pagina 9)

Grazie a SOADandLeftWing per la segnalazione.

Invitereste a cena un torturatore pazzo?

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Mentre i suoi sbirri hanno già fatto fuori un migliaio di persone, questo compare in televisione vestito come una carta del mercante in fiera e dice che sarà presidente fino all'eternità, che morirà come un martire, che i manifestanti hanno drogato i ragazzini, che bisogna attaccarli perché sono dei ratti, che le televisioni straniere sono gestite da cani randagi, che la rivolta sarà schiacciata, che se non se la piantano ripulirà la Libia casa per casa, che andrà a finire come a Tienanmen e a Falluja.
Ecco, farei notare che abbiamo gentilmente invitato a Roma questa risma di individuo in preda al delirio, che gli abbiamo permesso di piantare una tenda beduina in mezzo a Villa Pamphili, che gli abbiamo consentito di andarsene in giro in centro a mangiarsi il gelato col suo codazzo paralizzando il traffico, che l'abbiamo compiaciuto scaricandogli sotto casa un paio di pullman pieni di ventenni munite di Corano e poi, non contenti, che gli abbiamo pure organizzato un bel ricevimento pirotecnico con tanto di cavalli berberi.
Mettetela come vi pare, parlatemi del gas, del petrolio, dell'economia, dei rapporti commerciali, ma io continuo a pensare -esattamente come pensavo allora- che a tutto, perfino alla realpolitik, debba esserci un limite: e che nel caso di Gheddafi quel limite sia stato superato almeno di una buona spanna.
Come dite? Non siete d'accordo? Benissimo. Però allora ditemi -e ditelo chiaramente, sillabando le parole per farvi capire bene- che invitereste un torturatore squilibrato a cena a casa vostra, accogliendolo con tutti gli onori, agghindando vostra moglie come una geisha per farlo contento e facendolo sedere a capotavola coi vostri figli intorno, solo perché avete in mente di farci degli affari insieme.
Coraggio, sono tutt'orecchi.

Dovremmo vergognarci

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In estrema sintesi, io la vedo così: gli europei hanno depauperato per secoli pletore di popolazioni in tutto il mondo invadendo arbitrariamente le loro terre, soggiogandole, rendendole schiave e talora sterminandole, seminando guerra, morte e miseria, rubando tutto quello che avevano e tenendole scientificamente in una posizione di inferiorità allo scopo di poter continuare a privarle impunemente di tutto quello che era loro per metterselo in tasca.
Ora i discendenti di quelle popolazioni, che non hanno più niente di cui vivere, vengono in Europa a mendicare qualche spicciolo di tutto quello che i nostri antenati hanno rapinato ai loro per garantirci sviluppo, ricchezza e benessere: e lo fanno semplicemente perché non esistono altri posti in cui cercare.
Dite la verità: voi riuscite davvero a meravigliarvi? Riuscite a tollerare la faccia come il culo di chi risponde a questa gente che qua non c'è posto per tutti? Riuscite a dimenticare allegramente che abbiamo avuto semplicemente culo, a nascere qua e non da un'altra parte, e che il nostro tenore di vita si deve anche a quello che abbiamo portato via a questi disgraziati?
Io, da parte mia, continuo ad essere convinto di una cosa: il fastidio che gli immigrati arrecano ai nostri paesi opulenti con la loro presenza, con i reati che commettono, con la violenza che in certi casi portano con sé non è neanche lontanamente paragonabile alla devastazione spietata,sistematica e capillare che gli europei hanno inflitto loro per una vita.
Dovremmo almeno avere la decenza di vergognarci.

Ve ne andate o no?

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Sarà successo anche a voi, dopo una serata strana in cui è saltato qualche appuntamento, di ritrovarvi a bere una birra con la ragazza che vi piace e un altro che a momenti manco sapete chi è (invertite o cambiate come volete il sesso dei protagonisti a seconda delle vostre preferenze, credo che la cosa funzioni più o meno sempre).
In simili circostanze può accadere che anche lei, la ragazza, abbia una gran voglia di restare da sola con voi, e che dopo un paio d'ore di chiacchiere collettive la cosa inizi a diventare evidente al punto che se ne accorgerebbe anche uno che è arrivato in quel momento.
Cionondimeno, quell'altro sembra far finta di non accorgersene, e quindi si guarda bene dal trovare una scusa qualsiasi e lasciarvi in pace: finché a uno dei due tocca prendersi la briga di dirglielo chiaramente, che la sua presenza è diventata inopportuna, in genere dovendo subire perfino il disagio di vergognarsi empaticamente insieme a lui.
Ecco, a me pare che i protagonisti dell'attuale dirigenza del Partito Democratico siano esattamente come quel tizio: si rendono perfettamente conto di essere diventati di troppo, ma sono bravissimi a comportarsi come se niente fosse e a restarsene al loro posto.
L'unica differenza con il terzo incomodo della storiella mi pare questa: che loro non schiodano manco se uno glielo dice chiaro e tondo, che farebbero un'opera di bene togliersi dai coglioni, sottraendovi perfino la magra consolazione dell'empatia.
D'altra parte, si sa, la capacità di provare vergogna sta diventando una rarità.

Un po' di ritegno no, eh?

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Non so voi, ma io credo che in un periodo nel quale la crisi economica è un pozzo senza fondo, la quasi totalità dei giovani svolge -quando lo svolge- un lavoro precario e sottopagato, intere categorie di persone qualificate come gli insegnanti -ma non solo- devono aspettare anni e anni per ottenere uno straccio di incarico e molte famiglie fanno fatica perfino a comprare da mangiare o a procurarsi i vesti per i figli, be', sarebbe opportuno avere un minimo di ritegno.
Tutto qua.

Né più, né meno

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Prese, portate in Italia con la forza, ricattate, picchiate, stuprate, buttate in mezzo alla strada come carne da macello, costrette ad abortire mandando giù quello che capita e alla fine, se qualcosa va storto, pure denunciate.
Mettiamo bene in chiaro un fatto: io non sono un moralista, e l'idea che qualcuno sia disposto a pagare denaro in cambio di prestazioni sessuali, nel caso in cui chi le fornisce lo faccia consapevolmente e in base ad una libera scelta, non mi fa né caldo né freddo.
Ma con la stessa franchezza debbo dirvi una cosa: per quanto mi riguarda i clienti che alimentano questo abominevole mercato di schiave strafottendosene allegramente del modo infernale in cui funziona sono colpevoli quanto i rivoltanti individui che lo organizzano.
Né più, né meno.

Prendete lezione dai nostri figli, "onorevoli"

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Non per fare il populista, ma sono davvero stanco di assistere al miserrimo spettacolo di parlamentari -parlamentari della Repubblica, cristo- che fanno cose per le quali metteremmo in castigo i nostri figli: strillare, insultarsi, non ascoltare mentre gli altri parlano, sfottersi, picchiarsi e chi più ne ha più ne metta; senza pudore, senza vergogna, senza il minimo senso della decenza.
Sarebbe questa la gente che deve guidare il paese? Sarebbero questi, gli "onorevoli"?
Ma fatemi il piacere.

Siamo alla delazione

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Non so che dire, se non che mi vergogno.
Tanto.
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Grazie a L.U.P.O. per la segnalazione.

Un giorno di ordinaria corsia

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Ho ricevuto questa e-mail e la pubblico così come mi è arrivata, invitandovi a leggerla fino in fondo e a rifletterci con attenzione: qualora non vi fosse già successo di dover subire un'esperienza così umiliante, vi sarà utile a comprendere il punto al quale questo paese è arrivato. Abbraccio Roberta e la ringrazio per aver voluto condividere con noi la sua storia.

---
Non senza difficoltà, decido di inviare copia della lettera spedita all'Ufficio Relazioni con il pubblico dell'Ospedale S.Anna di Torino. Per quanto piccola sia questa vicenda, è sempre dalle piccole cose che comincia il decadimento. Ma la verità è che non sono ancora riuscita a scrollarmi di dosso l'umiliazione, forse questo mi aiuterà.
Grazie.

Nella nostra città abbiamo certamente un centro di riferimento d’eccellenza per la diagnosi precoce e la terapia chirurgia dei tumori al seno e all’apparato genitale femminile. Concordo appieno con la presentazione ufficiale dell'Azienda Ospedaliera S. Anna di Torino. Anzi, aggiungo i miei elogi sinceri per la Cattedra C, ambulatorio al piano terra, che rappresenta non solo l’alta competenza specialistica nel trattamento diagnostico e l’eccellenza terapeutica, ma anche la rara capacità di tutto il personale nel relazionarsi umanamente con il paziente, facilitando così tutti gli aspetti di un rapporto necessariamente continuativo, come il mio, in un clima di fiducia e reciproca comprensione.
Fatta questa premessa, doverosa, tutto cambia quando si è costretti a un day hospital al primo piano di via Ventimiglia 3. Ometterò i nomi di tutti gli operatori incontrati, ne ricordo solo alcuni e non ritengo corretta l’informazione parziale.

Carta dei servizi – Standard di qualità - Carta di Accoglienza.
L'accoglienza all'ingresso in ospedale ed in reparto/ambulatorio da parte di personale qualificato.
Venerdì 14 maggio 2010 – h. 6.45.

Con il mio compagno entro nel reparto di ginecologia, c’è ancora odore di notte, cerco qualcuno a cui chiedere informazioni. Sento un chiacchiericcio animato arrivare da una stanzetta, intravedo le uniformi da infermiere e busso.
“Vada in fondo adesso arriviamo”. La porta si richiude e noi troviamo la saletta d’attesa dove già altre persone aspettano.
Il tempo passa, il reparto si anima. Non succede niente per un bel po’. Verso le 8, 8.30 mi pare, chiamano la prima paziente. Quasi contemporaneamente arriva anche un’infermiera, ricorda un po’ le donne attempate di certi film americani dei primi anni ’60. Penso che è finalmente ora di fare l’ accettazione. Invece, piuttosto sgarbatamente, fa uscire gli accompagnatori delle pazienti. C’è un attimo di immobile silenzio in cui è evidente che tutti si chiedono la necessità di toni così scortesi invece di un semplice invito ad attendere fuori. Noi pazienti rimaniamo sole a pazientare. Dell’accettazione nessuna notizia. In questi giorni di esami pre-operatori mi è sembrato di fare più accettazioni che analisi, e oggi niente. Mi chiedo se sanno che sono qui, voglio dire, se sanno che sono veramente venuta qui stamattina, se sono arrivata. Provo a chiedere a un infermiera dalla faccia simpatica che passa di lì, mi ricorda Zoey nella serie Nurse Jackie. Dice velocemente qualcosa che non capisco e corre via a fare le mille cose di un reparto in pieno fermento. Chiamano, un po’ alla volta le donne in attesa vengono ricoverare. Arrivano anche le 10 del mattino e il mio compagno rientra con il permesso. Se ha un permesso sanno che sono qui, è già qualcosa.
Principi fondamentali della carta dei servizi
Rispetto dei diritti, della dignita' e della riservatezza: in nessun modo l'esigenza terapeutica e organizzativa, debbono compromettere il rispetto della dignità della persona malata, gli operatori devono instaurare una relazione col paziente tale da limitarne i disagi mettendolo in condizioni di esprimere i propri bisogni ed offrendo la massima riservatezza.
Sono circa le 11, 11.30, le altre pazienti sono state tutte ricoverate, la saletta d’attesa è piena di persone venuta per visite e/o esami, e io sono qui sempre meno paziente. Nessuno mi dà informazioni, alcune donne in attesa ore prima con me le vedo già sveglie dall’anestesia. Quindi fermo l’infermiera faccia simpatica e chiedo. “Di lei se ne sta occupando la mia collega”. Vado dalla collega donna anni ‘60 che è tutta la mattina che ciondola in corsia “E lei chi è?” ribatte. Le risposte non sono solo contrastanti, ma assumono toni duri, acidi, come se fossi un'ospite indesiderata che vuole a tutti i costi imbucarsi a festa. Così per il resto del tempo. Non riusciamo ad avere informazioni, a capire. Il mio compagno ed io cerchiamo di essere il più possibile garbati nel domandare, ma le risposte arrivano secche “Senta, non ci sono posti letto, io non posso farci proprio niente!”
Ma che vuol dire, ci chiediamo, ma c’è la possibilità che mi rimandino a casa? E aspettiamo ancora. “È la sala operatoria, se non la chiamano cosa vuole?”. Comincio a perdere la pazienza, sono nervosa, agitata, la mattina è passata e io non riesco più a stare seduta. Passeggio per la corsia. La rabbia mi sale, sono a digiuno da ieri e mi gira la testa, ho la bocca impastata e vorrei solo stendermi. Ma ho bisogno di muovermi. E cammino. Quando torno indietro verso la sala d’aspetto trovo il mio compagno appoggiato al muro con la faccia tesa. Si avvicina l’infermiera faccia simpatica con passo feroce “Adesso basta eh!” Quasi urla al mio compagno. Tutto subito non capisco cosa sta succedendo. Il mio compagno, campione di nervi saldi e buone maniere, risponde garbato “Basta cosa, mi scusi?” La discussione si accende, intuisco che veniamo rimproverati per le troppe domande. Adesso è troppo, se c’è una cosa che non sopporto è di venire aggredita. Io, che sono qui da stamattina alle 6.45 e nessuno si è degnato di dirmi una semplice e rivoluzionaria frase: “Mi spiace Signora, ci sarà da aspettare. Probabilmente tutta la mattina e anche più in là. Stia tranquilla, appena possibile la chiameremo”.
Capisco i tagli alla sanità che rendono ogni giorno un emergenza, sono certa che è faticosissimo. Ma non mi risulta che si possa tagliare anche la capacità di informare.
E invece la discussione prosegue con toni sempre più alti. Sembra quasi che sfoghino su di noi le loro frustrazioni. Sento le lacrime salire agli occhi e non riesco a fermarle, tremo di rabbia, sto per avere una crisi isterica, “La sua crisi se la faccia venire al piano di sopra cara signora! Sono loro che ci mettono più ricoveri di quanti possiamo sopportare!” Sopportare? Il mio compagno ha sempre toni bassi ma fermi, e spera in cuor suo, lo so, che l’atteggiamento sia contagioso. E invece arriva l’infermiera donna anni ’60 che fa la cosa più stupida che potesse fare, picchietta velocemente il suo dito indice sul mio torace ripetendo più volte “Lei cara signora.. lei...” Non ci vedo più. E urlo. “Non mi tocchi! Non mi tocchi!”.
Quello che succede dopo è un po’ confuso.
Ho lasciato il reparto. Sono in strada, davanti all’ospedale, sotto la pioggia. L’acqua mi bagna i capelli e il viso, e per la prima volta in quella mattina provo un sollievo immenso. Respiro.
Mi viene da ridere a pensare alle raccomandazioni dell’anestesista due giorni prima. Le ho parlato dei miei attacchi di panico, ormai rari per fortuna ma sempre latenti. È per questo che scelgo la totale. Si è raccomandata che arrivassi calma in ospedale per non creare problemi con l’anestesia, mi ha suggerito anche dieci gocce di lexotan sotto la lingua.
Il mio compagno mi raggiunge. Mi parla pacatamente, come se avessi undici anni, e mi sa che in quel momento sono qualcosa di simile. Non mi chiede di rientrare, ma racconta di aver parlato con il chirurgo che nel frattempo era stato chiamato dalla sala operatoria. Persona cortese, discussione civile. Quanta gente ha perso tempo e pazienza solo perché nessuno ha detto quella semplice e rivoluzionaria frase: “Mi spiace Signora, ci sarà da aspettare. Probabilmente tutta la mattina e anche più in là. Stia tranquilla, appena possibile la chiameremo”.
Principi fondamentali della carta dei servizi
Efficienza - Efficacia: il servizio pubblico deve essere erogato in modo da garantire un ottimale rapporto tra risorse impiegate, attività svolte e risultati ottenuti.
Torno in reparto. Leggo il giornale. Passa altro tempo. Non so più neanche che ore sono, credo le 12.30 forse. Mi chiamano. Entro in stanza. “Si spogli che adesso le porto il camice”. Torna subito. Mentre l’infermiera esce ne entra un'altra che dice “Ma non è ancora pronta? In sala l’aspettano”. Non dico niente. Non voglio più dire niente. Mi cambio così velocemente da fare invidia ad Arturo Brachetti. E aspetto. Faccio due chiacchiere con la ragazza nella stanza, siamo solo in due, anche se i letti sono quattro. Mi chiede com’è che mi ricoverano così tardi. Mancava il letto, mi faccio sfuggire. Lei mi dice che il letto in cui sono è libero dalle 10 del mattino.
Voglio dormire, è l’unica cosa che penso.
Mi portano in sala operatoria. Varcata quella soglia mi sembra di essere in paradiso. Sembra strano. Ma sono felice di aver lasciato il reparto, di aver chiuso fuori quell’inferno, di non poter essere raggiunta dalle infermiere. Qui è un altro mondo e l’attività è intensa.
Una ragazzina cerca con difficoltà una vena sul braccio, non la trova. La guardo, mi sa che è il suo primo giorno da tirocinante, è più pallida di me e ha quasi paura a picchiettare sulla pelle. Chiamano il mio nome. Sono qui. “Ma non è ancora pronta?” So che non dice a me. Qualcuno corre in soccorso della ragazzina pallida, l’aiuta, le spiega. Poi fa fare a lei. Mi infila finalmente l’ago/non ago sul dorso della mano destra. Il dolore è fortissimo e ci mette un sacco di tempo. Lo so, sta imparando, è una clinica universitaria, guardo Grey’s Anatomy, fai pure ragazzina. Non voglio lamentarmi. Accolgo questa sofferenza come espiazione per la scenata in reparto, adesso ho i sensi di colpa. Mi nutro di sensi di colpa, anche laddove non hanno nessun motivo di esistere, perché avevo ragione. Mentre l’operazione ago/non ago procede lentamente, un'altra ragazza mi chiede se voglio cambiare idea e fare la lombare. Ecco, penso, il tempismo è tutto in certi casi... Ovvio che il mio rifiuto è secco e definitivo. Una tirocinante al giorno è più che sufficiente.
Ma la ragazza insiste. Spiego che potrei replicare la mia scenata isterica di qualche ora prima, provi ad informarsi con il Dottore. Il Dottore spunta dal nulla come teletrasportato. Non ha assistito al mio “intervento” in corsia ma ha parlato con il mio compagno.
Già, è stato fra il “Non mi tocchi” e la pioggia sui capelli.
La ragazza-lombare molla l’osso, mi scuso con il Dottore per prima, in reparto. Sempre il solito senso di colpa. Il Dottore mi massaggia i piedi, sorride “Non si preoccupi” e torno a rilassarmi. Mi preparano. Mi addormento. Mi risveglio. Mi portano in stanza. Sono sveglia come un grillo. Chiacchiero con le due compagne di stanza e sento storie altrettanto assurde, mi viene quasi da pensare che a me è andata ancora bene. Il mio compagno racconta le battute che ha dovuto sentire mentre ero in sala operatoria. Siamo ben oltre la maleducazione.
Verso le 20 mi chiamano per la visita e le dimissioni. Due ragazze mi visitano, compilano e mi dimettono. Chiedo quali accortezze dovrò avere nei giorni a seguire. “Ma non ce l’ha un ginecologo?”. Non importa. Mica ho più la forza di discutere, voglio solo andare a casa. Nel corridoio mi rendo conto che ho ancora l’ago/non ago con tutti i suoi tubicini nella mano. Torno indietro. Me lo tolgono quasi sbuffando. Non voglio pensare che il loro stipendio arriva anche dalle mie tasse. Mi cambio. Chissà se posso togliere le calze anti-trombo? Non ho voglia di tornare indietro, chiedo a un infermiera che ha da poco iniziato il turno, mi dice di si. Torno a casa. La notte ho gli incubi, mi sveglio di continuo. La mattina ho la mano destra viola fino alle dita. Mi spoglio per farmi una doccia e mi accorgo di avere un altro livido, bello grosso, sul braccio destro all’altezza dell’ascella. Chissà che è successo.
Ripercorro la giornata in ospedale, e mi tornano in mente il film Brazil di Terry Gilliam e i racconti di Kafka, questo è stato.
Ho voglia di chiamare la mia vecchia amica che ora lavora al tg3 e raccontarle tutto. Sono arrabbiata. E sono stanca. Invece vado dal mio medico di base, che è anche un amico, mi ascolta, e diventa una belva. Il resto della conversazione si privilegia del segreto medico-paziente.
Principi fondamentali della carta dei servizi.
Partecipazione e informazione: è garantita la partecipazione del cittadino alla prestazione del servizio pubblico attraverso una corretta informazione, la possibilità di esprimere il proprio giudizio con questionari di gradimento, di formulare suggerimenti e inoltrare reclami.Inoltre l'Azienda in collaborazione con le associazioni di volontariato e di tutela dei diritti, concordera' iniziative volte a migliorare la qualità dell'assistenza.
Buon Lavoro.
Roberta

Che effetto vi fa?

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Mi piacerebbe poter contattare ad uno ad uno i cittadini europei che non possiedono un computer, o che ce l'hanno ma dovrebbero cambiarlo perché è diventato un po' vecchiotto, e sono costretti a rinunciare perché non possono permetterselo.
Sarebbe davvero interessante intervistarli tutti, quei cittadini, e sapere cosa ne pensano del fatto che utilizzando i soldi delle loro tasse l'Ufficio di Presidenza del Parlamento Europeo abbia deciso di fornire a tutti gli europarlamentari un iPad nuovo di zecca, per una spesa complessiva di mezzo milione di euro.
Non potendolo fare, mi limito a chiederlo a voi: che effetto vi fa sapere che coi vostri soldi si regalano simili gadget a chi avrebbe denaro in abbondanza per comprarseli da solo?

Vergogna alla rovescia

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Ignazio La Russa dopo Lazio-Inter:

È pacifico che l'Inter sia più forte di una Lazio, che oltretutto è virtualmente salva.
Ignazio La Russa dopo Inter-Siena:
Vergogna al Siena però: ha giocato per la Roma.
Insomma, le squadre che si impegnano pur essendo matematicamente retrocesse debbono vergognarsi, quelle che passeggiano perché tanto sono già salve no.
Mi sorge il sospetto il mio concetto di vergogna e quello del ministro siano un tantino diversi.

Pensando alle figurine

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Avete presente quando eravate marmocchi e una vecchia zia, la sera di Natale, vi chiedeva di recitare una poesia davanti a tutti promettendovi in cambio cinquemila lire? Riuscite ancora a sentire la vergogna che vi avvolgeva mentre iniziavate a declamare i primi versi, il calore che vi si attorcigliava su per le guance, la mortificazione di dovervi mostrare a tutti mentre facevate una cosa talmente ridicola che se vi avessero visto i vostri compagni di classe avreste dovuto cambiare scuola? Vi sovviene il modo in cui cercavate di scacciare l'imbarazzo, mentre andavate avanti a recitare, pensando alle figurine che avreste comperato con quei soldi, al rigonfiamento che avrebbero fatto nella tasca del cappotto, all'odore di nuovo e di colla che si sarebbe sparso nell'aria scartandole? Ricordate che alla fine non ce la facevate mai e finivate per interrompere la poesia e scappare in lacrime per sfuggire all'umiliazione, si fottessero le cinquemila lire e le figurine e la zia e tutti gli ospiti della cena, io questa stronzata non la faccio a costo di smettere l'album e chissenefrega se la mamma s'incazza?
Ecco, allora avevate sette o otto anni.
Questi ne hanno qualche decina in più, eppure sembra che quell'imbarazzo non li sfiori: anche se in confronto a questa roba, ne converrete, recitare una poesia di Pascoli davanti ai parenti la vigilia di Natale è una vera e propria passeggiata di salute.
Si vede che pensano molto intensamente alle figurine.

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