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venerdì 17 aprile 2015

"XXI Secolo", Paolo Zardi - L'importante è non smettere mai di cercare la luce...

Fonte: Aforisticamente

Potrei cercare mille altre definizioni, ma non ce ne sarà mai una che potrà descrivere questa esperienza di lettura come "L'importante è non smettere mai di cercare la luce". Questo perché, questo bel romanzo è l'inferno del buio alla ricerca di luce, per la vita, per gli affetti, per il lavoro e per l'amore. Non c'è nulla in più e nulla in meno. Eppure, nella sua sintetica e realistica crudezza, non c'è concetto più grande che non si possa, almeno lui - Zardi - ci riesce, esprimere in maniera più semplice. In fondo la differenza fra lo scrittore vero e quello che ambisce ad esserlo sta proprio in questo: il primo tratta una storia come un quadro da costruire in uno spazio limitato, il secondo per esprimere la questione più semplice costruisce un testo che fa impallidire la dimensione della Divina Commedia.

E la speranza c'è, in un mondo buio e oscuro fatto di giornate tutte uguali, di persone che l'abitudine ha sbiadito, di amori che si riconoscono solo nei gesti e nel dormire nello stesso letto. Ma cosa succederebbe se un giorno, in un tempo e in un luogo definito genericamente, pure l'ultimo luogo virtuale costruito di certezze e di bugie non ascoltate, che però è l'unica isola di tranquillità in un mondo che cade a pezzi, comparisse un'incrinatura? E se questa magagna intaccasse la sfera di cristallo della famiglia "felice" e colpisse il perno su cui ruotano tutti i componenti del suo nucleo come si potrebbe ricostruire? Da qui parte il romanzo, dal momento in cui la madre di due bimbi, colpita da un ictus viene ricoverata in ospedale più morta che viva, il padre è al lavoro e la piccola ha chiamato i soccorsi. Lui rientra a casa quando la tempesta sembra passata, eppure basta la parola "condoglianze" detta dall'impacciato cognato per farlo rendere conto che non è la tempesta il problema,ma il tornado al cui centro si trova e che sta facendo cadere come un castello di carta tutto quello che aveva creduto che appartenesse alla sua realtà e alla sua vita.

Il lavoro rappresentato in questo libro è decisamente atipico perché, nonostante il ritmo costante nella narrazione non ha un carattere ascendente ma discendente. E' un po' come scendere negli inferi, nel momento in cui la falla si apre, vengono a galla i dolori passati, la frustrazione per le scelte sbagliate fatte, le bugie o le cose non dette e via dicendo. Ma non è una discesa repentina, ma lenta e tendente a ricostruire un passato conosciuto e accantonato oppure sconosciuto e inesplorato. E, su queste due contraddizioni, si regge tutto questo mondo, che però lascia sempre un barlume di speranza disseminato qui e là. Un sorriso di un bimbo, la nonna che si ringiovanisce stando a contatto con i nipoti, gli sguardi, quel segnale di risveglio. E' qui che la maestria dello scrittore dà il suo meglio, descrivendo un mondo che è poco più in là della situazione di crisi che viviamo oggi, fatta di vite rovinate da una congettura economica ostile al singolo e premiante solo per l'arraffone, Zardi riesce a lasciarci una speranza: se nel nostro viaggio il cielo non si vede più, la coltre ci avvolge, non ci disperiamo ma cerchiamo la luce. È da lì che si riparte, dalla presa di coscienza che al di là delle macerie, c'è sempre la speranza di ricostruire, partendo dai compromessi e dal perdono, dall'amore e dagli affetti più semplici. E la realtà seppure uguale a prima improvvisamente diventa altro.

Un detto dice che "non è importante il traguardo ma il percorso", nella filosofia zardiana assume una sfumatura differente ma forse più bella "è l'importanza del percorso a rendere migliore il traguardo". Traguardo che qui è appena accennato e che però nel suo "accenno" diventa più forte come messaggio al lettore; diviene più forte e quasi definito proprio perché la discesa negli inferi è realisticamente una sconfitta e al contempo un momento di crescita. Dagli sbagli si impara e dagli sbagli fatti per capire gli sbagli subiti, si impara di più.

Oggi - Giovedì 16 - è uscita la lista dei dodici che passano alla fase successiva di selezione nella corsa verso lo Strega 2015 e XXI Secolo è ancora in lizza, sicuramente meritatamente. Al di là del pregio della scrittura, mai noiosa e nemmeno ridondante, dell'approccio rigoroso e non barocco alla narrazione fatta di pagine tutte necessarie allo scopo, è bello sapere che una piccola realtà editoriale - di pregio, come mi è capitato di parlarvi anche per Pezzoli, e Del Amo- sia riuscita ad arrivare fino a questo premio e speriamo che prosegua nella sua corsa per farsi conoscere dai più che ignorano ancora l'esistenza di questo bel catalogo. Sicuramente, ripensando alla scelta del primo premio Strega del 1947 (Tempo di uccidere, Flaiano) questo, sicuramente, è un libro da premiare!

Credo sia difficile rimanergli indifferenti ed è un libro consigliatissimo,
Buone letture,
Simona Scravaglieri

XXI Secolo
Paolo Zardi
Neo Edizioni, Ed. 2015
Collana "Iena"
Prezzo 13,00€



Fonte: XXI Secolo
(Pagina Fb)

mercoledì 8 aprile 2015

[Dal libro che sto leggendo] XXI Secolo

Fonte: XXI Secolo
(Pagina Fb)

Sono quasi orgogliosa di presentarvi questo libro, non perché leggerlo è stato complicato, ma perché è la prima volta da quando è nato questo spazio che leggo un libro candidato allo Strega a Marzo. Solitamente io leggo sempre tutto con estremo ritardo! In più, sono doppiamente contenta perché il libro in questione, non solo sarebbe da Strega meritatissimo, ma anche perché è veramente un bel libro.

Se ve lo dovessi descrivere con una immagine vi direi che quella che si avvicina di più è il "tunnel". Ma della resa al lettore parleremo nella recensione per ora, invece posso accennarvi la trama. Il protagonista di questo libro ha moglie e due figli, vive in quel momento del XXI secolo in cui la crisi diviene più incombente, come la nebbia che si vede sulla copertina. Il problema non è tanto che ci sia, ma che non si riesca a vedere un barlume di luce. Un bel giorno la giovane moglie ha un attacco di ictus, i figli sono soli con lei in casa. I piccoli chiamano aiuto, accorrono medici e ambulanza, gli zii che vengono a prendere i piccoli. E quando finisce l'ennesimo appuntamento di lavoro, quando torna a casa, il nostro protagonista trova solo il maldestro cognato incapace di trovare le parole più adeguate per far capire quel che è successo.

E' qui che il tunnel inizia, per poi diventare un tunnel dentro un altro, e un altro ancora. Metafora del percorso per liberarsi delle residue certezze che portano ad una diversa libertà contemporanea. Ma come detto, ne parleremo nella recensione. Un bel libro da leggere, contemporaneo, a tratti un po' oscuro ma che non perde mai di vista l'obiettivo finale, un po' come dovremmo fare anche noi nella vita di tutti i giorni.

Vi lascio sbirciare parte del primo capitolo,
buone letture,
Simona Scravaglieri



1  
Sua moglie era entrata in coma nel tardo pomeriggio di un giovedì di marzo, mentre lui era fuori e i figli stavano tornando da scuola. I bambini – una ragazzina di tredici anni e un maschietto di sette – avevano trovato la mamma distesa sul tappeto del salotto, a pancia in giù, con la bocca aperta e gli occhi chiusi. Prima di cedere al pianto, avevano chiamato il 118. Così avevano imparato, in classe, durante l’ora di educazione civica. Più tardi, mentre due medici tentavano di rianimare il corpo seminudo della donna, la ragazzina aveva provato a chiamare suo padre, cioè lui, ma il telefono era spento o irraggiungibile. Uno dei medici, una piccola donna sui quaranta, dotata della risolutezza che solo i corpi minuti hanno, si era accorta di quell’assenza e aveva chiesto ai piccoli chi si sarebbe occupato di loro. Scartate la nonna materna – una vedova che viveva in Austria – e la nonna paterna – altrettanto vedova che, lo dicevano loro, aveva problemi di cuore e una certa predisposizione all’angoscia – aveva optato per gli zii. La sorella di lui e il marito.  
A quest’ultimo venne affidato l’incarico di aspettarlo e trovare le parole adatte a spiegare perché la moglie non fosse a casa; la zia, invece, appena arrivata, si preoccupò di portare via i bambini, senza nemmeno capire ciò che davvero era successo.
Tornò a casa intorno alle dieci di sera. Il quartiere era composto, in gran parte, di villette a schiera, con giardini misurati in centimetri quadri, box auto come casette tirolesi, piscine di gomma che d’estate brillavano al sole, altalene appese ai rami più grossi degli alberi, telai di mattoni grigi per il barbecue, taverne e mansarde quasi sempre abusive. Il quartiere era ciò che restava della borghesia di un tempo, l’ultimo conato.
Tutto intorno, l’assedio di una povertà che non aveva più mezzi per nascondersi. Anche il centro commerciale innalzato da una società tedesca a due chilometri da lì non era che un miraggio: ogni giorno inghiottiva e rigurgitava vecchi, marocchini, badanti. Quando tornava a casa, li vedeva al capolinea dell’autobus, coi sacchetti mezzi vuoti, le donne rassegnate come vacche indù e gli uomini con sguardi affamati, pronti ad azzannare. I ricchi erano spariti, tutti insieme. Da anni non ne vedeva passare uno. Rimanevano le loro case enormi e sfitte, mausolei per stupori futuri.
La luce del giardino era accesa. Davanti al portoncino esterno il gatto del vicino alzò la coda e, sotto la pioggia, offrì la schiena alle sue carezze. Lo lisciava ogni sera, pensando al fatto che da qualche tempo i gatti del quartiere sparivano per motivi che nessuno sapeva. La lampada all’ingresso illuminava la porta blindata e i due vasi di petunie ai lati dello zerbino.In casa non c’era nessuno: solo quel cognato con la faccia triste, sorpreso in cucina a scaldarsi un po’ di latte.
«Che fine hanno fatto gli altri?»
Poco distante c’era una gelateria dove, ogni tanto, la figlia andava a prendere una vaschetta formato famiglia; ma erano mesi che non smetteva di piovere, e la strada davanti casa s’era trasformata in un lago artificiale. La macchina di sua moglie l’aveva intravista nel garage, tra scatole di attrezzi per il bricolage e casse di giocattoli che nessuno usava più. In effetti, erano anni che nessuno aveva il coraggio di uscire a piedi la sera.
Il cognato si avvicinò e lo abbracciò senza emettere un suono. Rimasero così per qualche secondo, sotto la luce al neon della cucina, mentre il latte aveva iniziato a gonfiarsi, minacciando di uscire dal pentolino. Cosa aveva creduto in quel momento: che fossero morti i figli? E perché il cognato aveva pensato di iniziare dalle condoglianze?

Questo pezzo è tratto da:

XXI Secolo
Paolo Zardi
Neo Edizioni, Ed. 2015
Collana "Iena"
Prezzo 13,00€


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