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mercoledì 6 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Mash



Fonte: Playbuzz


Questo è ancora uno dei libri migliori letti quest'anno, ha dovuto condividere lo scettro con Henrietta Lacks e Rosemary's baby, e lo è sia per come è scritto ma soprattutto per le atmosfere che ricrea. Dietro l'ironia, le scene comiche c'è quella giusta amarezza che porta la riflessione su un mondo che manda i giovani verso un orrore difficilmente raccontabile. Hooker ci riesce non portando il suo lettore in prima linea, sarebbe troppo facile. Il fronte non lo vedremo mai, perché non è la guerra o il nemico il punto. Qui da un lato c'è una frotta di giovani che vengono per scelta o per dovere, in cerca di una soluzione per poter mantenere le famiglie o trovare un'occupazione o per un ideale che vengono mandati verso un qualcosa che nessuno dovrebbe mai vedere e che inciderà su tutta e per tutta la loro vita.

Una scrittura scorrevole e leggera accompagna i momenti più ridanciani ma riesce a rendere anche i momenti di tensione. Attraverso i discorsi stranulati e di campo si dicono grandi verità valide tutt'ora come quella che fra un morto con una bella sutura e un sopravvissuto con una pessima ricucitura meglio scegliere il secondo caso. È anche un ritratto estremamente tangibile della società americana di allora contesa fra una burocrazia a volte "aristocratica" con questi personaggi dai nomi altisonanti ai vertici dei campi Mash e che ricrea ovunque si trovi quel senso di comunità tipica che ancora oggi traspare dai film americani.

In fondo, come di consueto, i riferimenti del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri




Quando Radar O'Reilly, uscito fresco fresco dal liceo, smammò da Ottumwa, nell'Iowa, e si arruolò nell'esercito degli Stati Uniti, lo fece con l'esplicito scopo di fare carriera nel Reggimento Radiotelegrafisti. Radar O'Reilly era alto solo un metro e sessanta, ma era dotato di un lungo collo sottile e orecchie a sveltola che formavano un perfetto angolo retto con il cranio. Non solo: con l giuste condizioni atmosferiche, nonché metaboliche, raggiunta la concentrazione più assoluta ed evocati certi speciali poteri extrasensoriali, era in grado di captare messaggi e origliare conversazioni molto al di là della normale portata dell'udito umano.
Visto il vantaggio di cui godeva, a Radar O'Reilly sembrava di essere fatto apposta per entrare nel ramo comunicazioni delle forze armate, e così, conseguito il diploma, rifiutò un buon numero di offerte di lavoro parecchio allettanti, alcune perfino legali, e decise di servire la patria. A dirla tutta, già prima di arruolarsi, gli capitava di addormentarsi la sera con un'intera successione di gradi e galloni a scorrergli davanti agli occhi finché non si vedeva, con quattro stelle sulle spalline, a presiedere riunioni d'alti papaveri al Pentagono, partecipare a cene di gala alla Casa Bianca e incedere con passo imperioso verso il tavolo migliore nei locali più esclusivi di New York.
Verso la metà di novembre dell'anno di grazia 1951, Radar O'Reilly, caporale dei corpi medici dell'esercito degli Stati Uniti, si trovava seduto nella Clinica Odontoiatrico-Pokeristica del Carezzevole Cavadenti di stanza al 4077° ospedale chirurgico da campo dell'esercito, MASH, a cavallo del 38° parallelo in Corea del Sud, apparentemente intento a completare una scala di colore. Avendo scoperto che una simile fortuita occorrenza aveva una possibilità su 72.192 di verificarsi, quello che stava facendo in realtà era captare una conversazione telefonica. La conversazione, Grazie a un allacciamento di fortuna, si stava svolgendo tra il generale di brigata Hamilton Hartington Hammond, di stanza all'ospedale principale di Seul, una settantina di chilometri più a sud, e il tenente colonnello Henry Barymore Blacke, di stanza nell'ufficio del comandante del 4077° MASH, una cinquantina di metri più a est di Radar O'Reilly.
«Senti, senti», disse Radar O'Reilly, con la testa che girava lentamente a destra e a sinistra nel caratteristico movimento grazie al quale cercava di sintonizarsi.
«Senti cosa?», domandò il capitano Walter Koskiusko Waldowski, l'ufficiale dentista noto anche con il «Carezzevole Cavadenti».
«Henry sta cercando di farsi mandare due nuovi segaossa», disse Radar O'Reilly
«Mi servono altri due uomini!», stava sbraitando il colonnello Blake nella cornetta, e Radar lo sentiva forte e chiaro.
«Ma tu cosa credi di dirigere lassù?», gridò di risposta il generale Hammond, e Radar riusciva ad intercettare pure quello. «L'ospedale militare di Washington?»
«Sturati bene le orecchie...», stava dicendo il colonnello Blake
«Datti una calmata, Henry», stava dicendo il generale Hammond.
«Non me la do una calmata!», gridò il colonnello Blake. «Se non mi mandi altri due...»
«E va bene, va bene!», gridò il generale Hammond. «Ti mando i miei due uomini migliori».
«Spero siano in gamba davvero», Radar sentì dore al colonnello Blake, «altrimenti...»
«Ho detto che ti mando i miei due uomini migliori», Radar sentì dire al generale Hammond.
«Bene!», Radar sentì dire al colonnello Blake. «E di corsa anche».
«Ehi», dise Radar, con le orecchie  incandescenti per lo sforzo, «Henry  è appena riuscito a farsi mandare due nuovi segaossa».
«Avvertili di non scialacquare tutto prima di arrivare» Disse il capitano Waldowski. «Carta?»
E fu così che il personale del 4077° MASH venne a sapere che di lì a poco sarebbe aumentato di numero e forse persino di efficienza. E fu così che in una mattinata grigia e fredda, dieci giorni dopo, al 325° ospedale d'evacuazione di Yong-Dong-Po, sull'altra sponda del fiume Han rispetto a Seul, i capitano Augustus Bedford Forrest e Benjamin Franklin Pierce, sbucati dai lati opposti degli alloggi per gli ufficiali in transito, trascinarono armi e bagagli fino ad una jeep parcheggiata lì apposta per loro.
Il capitano Pierce aveva ventotto anni, era un po' più alto di un metro e ottanta, con le spalle leggermente spioventi. Portava gli occhiali, e i capelli castani avevano bisogno di una spuntata. Il capitano Forrest era più grande di un anno, un po' meno alto, di un metro ottanta e di corporatura massiccia. Aveva i capelli rossi tagliati a spazzola, gli occhi azzurri e un naso che non aveva mai ritrovato la forma originaria dopo aver sbattuto contro qualcosa di più solido.

Questo pezzo è tratto da:

Mash
Richard Hooker
SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana "BIGSUR"
Prezzo 16,50€ 

venerdì 21 aprile 2017

"Mash", Richard Hooker - Il potere della scrittura che crea appartenenza...

Fonte: Eye on Canada "The real Mash"

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l'avrei mai letto. In generale perché probabilmente l'avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l'ho finito giust'appunto l'altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l'ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l'insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto "MASH", delle forze americane nella guerra di Corea. E' una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni '70 è entrata relativamente tardi, con l'omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all'organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come "Occhio di Falco" e il "Duca". Il primo del Nord America e l'altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano "bassa macelleria". Come dice ad un certo punto "Occhio di falco" ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c'è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l'amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell'abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di "essere qualcuno" anche in un luogo sperduto come quello del campo. "Essere qualcuno" non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei "fighi" ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell'ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell'esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker - e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l'alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l'effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C'è un momento in cui, dopo un'affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del "Diluvio" -dove non c'è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio "io" di lettrice ha individuato come il "capitolo 7" ma potrebbe non essere quello - in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell'ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è "la guerra" come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell'offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le "pinte" di sangue e vediamo l'effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null'altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E' un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E' una lettura che si fa con leggerezza all'inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po' per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana "BIGSUR"
Prezzo 16,50€



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