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What indie means to me
Non era punk nemmeno suonare in discoteca. I punk odiavano la discomusic. Nel mio ultimo periodo da giovane di provincia, i punk odiavano i gabber. Qualcuno adesso dice che la discomusic ha rivoluzionato l’industria musicale e la vita culturale molto più del punk e forse è vero.
Per quanto riguarda l’abbigliamento: beh, se eri un disadattato sociale o se avevi molti soldi, probabilmente ti vestivi da punk, avevi gli anfibi, avevi il chiodo con le borchie e con dietro scritto ‘discharge’ e avevi in testa alcune parti rasate ed alcune lunghe e magari ti tingevi i capelli. Se invece andavi a scuola, oppure ascoltavi i fugazi, gli hüsker dü, i kina, gli smiths, gli housemartins etc. allora ti vestivi normalmente, magari avevi le allstar, magari avevi un buco fatto con un cacciavite nei jeans, magari avevi i capelli lunghi, magari avevi una maglietta della dischord che mettevi ai concerti, magari avevi gli occhiali e la riga da una parte e una polo blu. Quelli che si vestivano normalmente si spacciavano per punk etici e guardavano dall’alto in basso quelli con la cresta, che erano definiti come punk estetici. Etica ed estetica. Estetica ed etica. Questo è un problema prettamente italiano e non ho idea da cosa derivi. C’erano i fascisti etici e quelli estetici, i sessantottardi estetici ed i sessantottardi etici, i paninari etici ed i paninari estetici etc. etc. Forse deriva dalla teatralità italica, dal fatto che il modo in cui ci si veste in Italia è piú importante che in altre parti del mondo.
Comunque ultimamente, in relazione a questo (inkiostro e raina), questo (reverberi) e questo (polaroid e a classic education), si è cominciato a parlare di indie. Cosa è indie, cosa non è indie. E mi pare che il discorso indie, sia molto simile al discorso punk di più o meno quindici (QUINDICI? VENTI?) anni fa.
Indie è un’abbreviazione di indipendente. Si comincia a parlare di indie nel gennaio del 1977, quando un gruppo di manchester, i buzzcocks, folgorati da un concerto dei sex pistols organizzato da loro, chiedono un prestito a qualche parente e registrano un sette pollici, che chiamano spiral scratch con l’aiuto di martin hannett. Lo fanno stampare in qualche centinaio di vinili, poi si fanno una foto con una polaroid in piazza e la usano per la copertina. Sul disco, nel posto dove normalmente c’è il logo di un etichetta, scrivono ‘new hormones’, creando così la prima etichetta indie. Creano la prima etichetta indie, ma non la prima etichetta indipendente. Già da anni infatti, alcuni gruppi si autoproducevano per vendere i dischi ai concerti o per regalarli agli amici o per far contente le figlie (The Shaggs). Inolte esistevano già centinaia di etichette indipendenti, che, però, al contrario della new hormones, erano gestite in maniera molto simile, se non in maniera peggiore, delle multinazionali.
I buzzcocks avevano inventato l’indie, cercando di copiare i sex pistols. Le etichette indie cominciano a nascere, una dopo l’altra, in tutto il regno unito. La factory a manchester produce i dischi dei joy division, a londra la rough trade produce un sacco di roba, tra cui gli smiths, la mute comincia a lavorare con i depeche mode, mi pare. Poco dopo la creation inventa lo shoegazing. Sono tutte etichette indipendenti, i profitti sono pochi, le forme di protezione dei diritti d’autore variano, ma si mantegono su profili socialisti-comunisteggianti, in cui autore, distributore, produttore, esecutore, manager ricevono più o meno equamente.
La stampa musicale e la radio cominciano ad utilizzare due tipi di classifiche: una ‘ufficiale’, con i dischi prodotti da multinazionali ed una ‘indipendente’, con i dischi prodotti dalle etichette discografiche indie. La confusione comincia quando alcune etichette indie, investite dal successo o, al contrario, in preda a problemi finanziari, lasciano distribuire i loro prodotti da canali di distribuzione utilizzati normalmente dalle multinazionali, o peggio, cominciano a vendere il loro catalogo alle multinazionali. Due esempi importanti sono la one little indian, fondata dagli anarco punk crass e flux of pink indians, che producono il debutto di björk e grazie al suo successo cominciano a collaborare con la polygram e la creation, fondata da alan mc gee, che vende il catalogo dell’etichetta alla sony. Alcune multinazionali addirittura, inventano delle sub-divisioni finto ‘indipendenti’.
indie comincia quindi ad essere inteso non più come una pratica di produzione culturale con alcuni chiari segni distintivi (autogestione, produzione e distribuzione indipendente, libertà assoluta nella produzione, condivisione dei profitti...) e diventa un genere. Come si definisce il genere indie? Beh questo è un problema non indifferente.
Di sicuro il genere indie è contraddistinto dalle melodie. Le melodie sono importanti per l’indie. Una volta lo strumento indie per eccellenza era la chitarra, che era suonata quasi sempre come se fosse un’acustica, anche se magari era superdistorta con il pedale ratt. Poi, se uno era bravo ed aveva a casa dei dischi dei byrds, arpeggiava, faceva jingle jangle. Per suonare il basso indie bastava avere un dito nella mano sinistra e due nella mano destra (o viceversa nel caso dei mancini). I batteristi indie suonavano 4/4 oppure suonavano come il batterista del muppet show. Poi è arrivata l’indietronica ed allora tutti hanno cominciato a fare indie, ma col portatile e con qualche software. Normalmente sul portatile è disegnata una mela. Poi le due cose si sono mischiate. In ogni caso il ruolo più importante per l’indie è quello del cantante. Il cantante distingue un buon gruppo indie da un non buon gruppo indie. L’immaginario dei testi indie è sempre stato abbastanza semplice: un misto di infantilismo, teenage angst, amori non corrisposti e imparare a convivere con la timidezza.
Ah, poi c’é il discorso etica/estetica. Cosa è indie? Qualcuno in qualche post ha nominato i cheap monday, che sono dei jeans scuri, attillati, che hanno un teschietto disegnato su quel pezzo di pelle dove c’è la marca, dove passa la cintura. Non posseggo i cheap monday, perchè dovrei pesare 20 chili per poterli indossare e poi, come tutto ciò che è indie ultimamente, costano troppo. Comunque i cheap monday sono pantaloni indie, perchè significano indie.
Se intendiamo il significato come qualcosa che si crea attraverso l’uso, allora il fatto che la maggior parte della gente considera i pantaloni blue monday dei pantaloni indie, questo li rende indie. É puramente ideologico distinguere etica ed estetica indie. Etica ed estetica indie, così come etica ed estetica punk, così come etica ed estetica paninara sono determinate dall’uso che si fa di essi.
(forse continua, devo ancora parlare di 120minutes, dei nirvana, delle vacanze studio in inghilterra, delle indie-disco, di autoproduzioni, di vestiti a pois, di polo fred perry, di vestiti usati, del moz, delle cassette, di shoegazing, delle camerette e poi c'è tutto il presente: la svezia, myspace, la cuteness, la geekness...)Tunnisteet: indie
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La prima cosa che mi viene in mente guardando il mixer (6 canali - digitale) è la curva per l’equalizzazione utilizzata da Martin Hannett. In pratica Hannett mixando non so se Buzzcocks o Joy Division o Happy Mondays, regolava le levette dell’equalizzazione secondo il contorno della sua pancia. Purtroppo non ho ancora una pancia del genere e quindi l’opzione di emulare Hamnett non funziona.
Sono stato reclutato per stare al mixer per una serata indie dove suonano pintandwefall e catsonfire.
I catsonfire arrivano e hanno in una mano le custodie degli strumenti e nell’altra le scarpe da palco. Le scarpe da palco sono quelle superlucide da oxford, quelle che si usano per giocare a golf, quelle coi puntini sulla punta. Venendo della costa occidentale della Finlandia, sono di madrelingua svedese, continuano a parlare un po’ in svedese ed un po’ in finlandese ed io ci parlo in inglese. Il cantante si dimostra il più loquace, assieme al batterista ed al tastierista (un tipo col mascara, reclutato per il nuovo tour, soprattutto per fare il riff di smell of an artist, dove mi pregano di sparare il sintetizzatore a volume assurdo). chitarrista e bassista invece (citando brecht) stanno in silenzio in due lingue.
La loro prova del suono è veloce, accennano i pezzi di ‘The Province complains’, non fanno tante scene, anche perchè capiscono la mia evidente incapacità. Poi portano dentro un cartone, lo aprono e vedo le prime copie del disco, solita grafica superstilosa, libretto con i testi ed un’interessante introduzione alla vita finlandese, all’uso del caffè durante la seconda guerra mondiale ed alla pratica di ritirarsi per qualche giorno nelle case di campagna. Rimango basito dal fatto che scrivendo di caffè alla cicoria e del glorioso Saludo, non utilizzino nemmeno una volta il termine Ersatz. Penso che scriverò loro una lettera a proposito.
Comunque il gruppo spalla, che si accinge al soundcheck per secondo, sono quattro ragazzine che avranno forse diciotto anni, che sparano un garage rock eccezionale, grande presenza sul palco, maschere da zorro e ottimo senso dell’umorismo. Ho qualche difficoltà ad amplificare il glockenspiel ed il flauto di plastica, ma va bene lo stesso. Il loro live dimostra che le tipe sono eccezionali. Saranno famose.
I catsonfire sono il miglior gruppo che ho visto in Finlandia, sono davvero eccezionali. I pezzi del nuovo disco sono meravigliosi, alcuni suonano terribilmente retrò, come i primi gruppi di swing che suonavano sui traghetti da turku a stoccolma, prima che la cosa degenerasse con l’evolversi dei costumi. Insomma in maniera molto simile agli Smiths, riprendono il manierismo degli anni trenta, delle prime sale da ballo, aggiungono un po’ di suono della classe lavoratrice degli anni cinquanta e sessanta e condiscono il tutto con la new wave. Verso la fine fanno una cover di un pezzo iskelmä in finlandese e poi, senza ironia, concludono con ‘I will stay’, ballatona degli Hurriganes. Gli Hurriganes sono stati il più grande gruppo rock finlandese, un trio alla Cream/JimiHendrixExperience, con un inglese alquanto approssimativo, che riempiva gli stadi di hockey di tutto il paese negli anni settanta. ‘I will stay’ è il megalentone finlandese, è quasi come ‘night in white satin’ suonata in un lunapark di Blackpool. Andate a vederli, quando suonano a Modena.
Il disco del 2006 è ‘Ringleader of the tormentors’ di Morrissey. Non l’ho ascoltato tantissimo, dopo le prime tre settimane di ascolti ininterrotti, ma non ho ascoltato nient’altro per così a lungo quest’anno. The Long Blondes mi ricordano i primi demo dei Kech (che sono il mio gruppo italiano preferito, anche nel 2006).
Il live del 2006 è quello del Moz al Ruisrock Festival di Turku, poche ore prima della finale dei mondiali, dove himself ha anticipato la vittoria italiana. A pensarci bene a quel festival, tra il pubblico c’erano anche i Cats on Fire, vesititi come boy-scouts e con i ray-ban anni ottanta, che cantavano tutto a memoria con i pugni che roteavano gladioli immaginari.
trovato da Emmebi e immediatamente copiato.