1.10.18

La mia sul caso "Sulla mia pelle"




Lo dico da subito, non ho visto Sulla mia pelle.
Non c'è alcun motivo per cui non l'abbia fatto, semplicemente ancora non è capitato.
Credo sia proprio un bel film, più di un amico me ne ha parlato bene, alcuni benissimo, molto emozionati.
Credo che sia un film imprescindibile?
No.
Semplicemente per il fatto che, per me, di film imprescindibili non ce ne sono, nessuno.
Credo che sia un film necessario?
Neanche.
O meglio, credo che sia un film che è stato necessario girare ma che non sia necessario vedere.
Io, ad esempio, ho seguito molto il caso Cucchi, e ho visto documentari e processi. Quindi se il film doveva aiutarmi a conoscere questa tremenda e inqualificabile vicenda non c'è bisogno che lo veda.
Lo vedrò per altri motivi semmai, per vedere che taglio è stato dato, per ammirare Borghi, per emozionarmi, per capire l'onestà intellettuale col quale è stato girato.
Ma, ecco, non è un film che necessariamente tutti debbano vedere ma una importantissima operazione per dare luce a una vicenda che - ho scoperto -ancora tanti non conoscevano.
Quindi sì, Sulla mia pelle andava fatto.
Il problema è un altro.
Il problema è che questo film ha tirato fuori, ancora una volta, tutto il peggio di questa nostra nazione abbastanza impreparata sugli argomenti, complottista, polemica a prescindere.
Tutti sapete che il film è stato "distribuito" da Netflix (metto le virgolette perchè per piattaforme streaming forse ci sono termini migliori).
Questo fatto ha obnubilato la maggior parte delle coscienze.
Perchè se è vero che molti esercenti non l'hanno programmato per questo motivo (l'uscita su Netflix) è anche vero che Sulla mia pelle ha avuto una distribuzione ANCHE al cinema di assoluto livello.
Solo la prima settimana era in cartellone in circa 100 sale.
CENTO
Di sicuro - anche se non ho i dati - sarà stato programmato da altre sale in seconda o terza settimana. 
Diciamo che ha avuto 150 sale.
A queste vanno aggiunte quelle sale che l'hanno proiettato in maniera "pirata", un numero impossibile da sapere.
Ora, voi non sapete quanti film italiani se le sognano 150 sale.
La maggior parte di loro non arriva a 15, altro che 150.
Il "centinaio" è quasi solo appannaggio di film di merda, le solite commedie nostrane.
Quindi il film di Cremonini è già una mosca bianca in tal senso.
Ma il paradosso è nel fatto che oltre queste 150 sale il film è ANCHE su Netflix, una piattaforma con ormai milioni di abbonati.
Faccio un'operazione stupida e senza senso ma potrei tranquillamente dire che Netflix vale almeno come altre 100 sale.
Diciamo 250 tra reali e virtuali.
Ed ecco così che trovo ridicolo, fastidioso e insopportabile vedere da 20 giorni post sulla scarsa distribuzione in sala del film, sui suoi boicottaggi, sul problema Netflix-Sala.
Post su post, articoli su articoli, lamentele su lamentele.
Quando questa gente non sa che il 90% dei film italiani se lo sognano il "trattamento" avuto da questo film.
Ma purtroppo a scrivere è gente che vuole la polemica per forza, che usa il film come strumentalizzazione politica, che non sa un cazzo di distribuzione e che va in sala 4 volte l'anno, solo per quei film di cui poi può vantarsi con gli amici.
Siamo arrivati all'assurdo paradosso che l'unico film della storia, per adesso, che è stato trasmesso sia da Netflix che proiettato in oltre 150 sale venga raccontato come il film che nessuno ti fa vedere, perchè lo Stato non vuole mostrare lo schifo della vicenda Cucchi, perchè gli esercenti son di destra, perchè perchè perchè.
Mi piacerebbe farvi parlare con i centinaia di registi che non hanno visto mezza sala, che al massimo con Netflix possono fare l'abbonamento come clienti, che devono girare l'Italia anche a spese loro per avere una decina di proiezioni.
I milioni di persone che hanno gridato allo "scandalo" "Sulla mia pelle" di cinema non sanno nulla, hanno solo portato la loro ignoranza e il loro livore in un campo che non conoscono.
E invece di gioire del fatto che questo film abbia visto due canali giganteschi di distribuzione hanno raccontato una verità che gli faceva solo comodo.

Non è così, ma tanto non lo capiranno mai.
Viva Sulla mia pelle, viva quel fenomeno di Borghi, viva il cinema italiano, viva Stefano Cucchi

E abbasso chi parla solo per dare fiato alla bocca


29.9.18

Il Mattino ha "loro" in bocca - 35 registi recenti che hanno debuttato con opere prime eccezionali - Parte Seconda 16 - 35

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Sul significato di questo post e sulle linee guida seguite vi rimando al post di ieri.

Ah, invece dei 15 previsti ho allungato a 20 recuperando 3 esclusioni dolorose che avevo fatto e aggiungendo 2 titoli che mi hanno fatto tornare in mente dei lettori


KAILI BUES - BI GAN



Impressionante.
Uno dei film di quest'anno con più cinema dentro, uno dei più geniali, simbolici, tecnicamente e semanticamente interessanti.
E un piano sequenza da lacrime.
Abbiamo un fenomenale nuovo autore

BEYOND THE BLACK RAINBOW - PANOS COSMATOS



Vale un pò il discorso fatto ieri per Amer, ovvero quello di trovarci davanti ad un'opera esteticamente pazzesca che quasi se ne frega del resto.
Atmosfere incredibili, un uso di luci e fotografia unico.
Cosmatos ha da pochissimo fatto il suo secondo film, mi dicono sia un delirio simile

BABADOOK - JENNIFER KENT


Questi anni ne abbiamo parlato tantissimo. E questi ultimi giorni, visto quello che è successo a Venezia col secondo film della Kent e a qualche passaggio televisivo, se ne è parlato ancora di più.
Poco da aggiungere, un debutto straordinario, un horror che per me è già epocale

L'ARTE DELLA FELICITA' - ALESSANDRO RAK

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Un cartone napoletano che tenta di parlare di tutto, che mira altissimo.
Un'opera profonda che ha anche momenti divertentissimi e altri spettacolari.
Rak non solo si confermerà, ma arriverà ancora più in alto con Gatta Cenerentola

LE VITE DEGLI ALTRI - FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK


Non ci si crede che uno dei massimi film degli anni 2000 sia opera prima. Ma si crede ancora meno che poi lo stesso regista abbia girato The Tourist

MOON - DUNCAN JONES

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Uno dei debutti più fragorosi tra tutti.
Anche se ci si chiede che film sarebbe stato Moon senza Dio Rockwell dentro.
Jones, figlio di David Bowie, si è poi abbastanza confermato in seguito, tra alti e bassi. Ma Moon resta il suo più grande film

EL CUERPO - ORIOL PAULO

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Tra i migliori 5 thriller europei della decade.
Ed è un debutto.
 Di un regista che poi si confermerà alla grandissima con Contratiempo.
Difficile trovare due film su due di questo livello come inizio di carriera

IN BRUGES - MARTIN MCDONAGH


Bellissimo.
Dialoghi eccelsi, divertimento, ironia, azione, commozione.
Uno dei film più completi e brillanti di questi nostri anni.
McDonagh si confermerà, e alla grande, con Tre Manifesti

RE DELLA TERRA SELVAGGIA - BENH ZEITLIN

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Hushpuppy, una bimba della quale è impossibile non innamorarsi, è la protagonista di questa opera prima. Un film unico, difficile da catalogare, sempre ai confini tra il drammatico e il magico, il reale e il metaforico racconto di formazione.
Con una scena, questa qua sopra, che è storia recente 

THE WITCH - ROBERT EGGERS

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Che devo dire? E' forse uno dei 3-4 film di cui ho più parlato questi anni.
Ecco, per chi non lo sapesse è opera prima.

WHIPLASH - DAMIEN CHAZELLE

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Ho rimandato la visione tanto tempo.
Credevo non fosse adatto a me.
E invece che dire, stupendo.
Chazelle si confermerà poi e stupirà il mondo con La La Land (che no, non vedrò)

INTERRUPTION - YORGOS ZOIS

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Il film più sorprendente che ho visto quest'anno al cinema.
Un'opera prima che è pura esperienza, sperimentale, incredibile.
E che l'abbia girata un giovane è bellissimo

KRISHA - TREY EDWARD SHULTS


E poi ci sono quelle opere prime che più che voglia di entrare nel mondo del cinema assomigliano a un bisogno assoluto di sublimare un proprio dolore, una propria storia.
E questo è Krisha, uno dei film più vissuti e personali qua dentro.
Shults manterrà lo stesso grande livello all'opera seconda, It Comes at Night

TIRANNOSAURO - PADDY CONSIDINE

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Considine è il protagonista di uno dei miei film preferiti, Dead Man's Shoes.
Pochissimo tempo dopo decide di mettersi dietro la telecamera.
E ci regala un superbo film, sul solco della grande tradizione inglese, quella dei losers

LITTLE MISS SUNSHINE - JONATHAN DAYTON, VALERIE FARIS

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Un gioiello.
Uno dei film più divertenti e dolci di questi anni 2000.
E la coppia Dayotn - Faris non andrà tanto lontano a livello col film successivo, Ruby Sparks

THE ORPHANAGE - JUAN ANTONIO BAYONA

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Sì, i miei film horror preferiti degli anni 2000 sono praticamente tutte opere prime, incredibile.
E lo è anche quello che per me in assoluto è il più grande di tutti, l'unico horror che mi abbia emotivamente ucciso, devastato, come e più dei drammatici più potenti

SWISS ARMY MAN - THE DANIELS

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Se dovessi dare il premio all'opera prima più assurda e coraggiosa del millennio vincerebbe lui.
Non si può descrivere Swiss Army Man, si può solo vivere

CLASS ENEMY - ROK BICEK

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Come per il film appena sotto risulta quasi incredibile che questa sia l'opera prima di un under 30.
Forse il film sulla scuola più bello degli anni 2000. Di sicuro, per me, il più interessante, il meno retorico, il più vero

L'INFANZIA DI UN CAPO - BRADY CORBET

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Lo votai miglior film dello scorso anno. 
Un'esperienza al cinema straordinaria.
Un prologo e un epilogo maestosi.
Ci si chiede come possa essere un debutto

SYNECDOCHE NEW YORK - CHARLIE KAUFMAN

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Un giorno il più grande sceneggiatore del secolo americano si stufò di essere solo il più grande sceneggiatore del secolo americano.
E decise di realizzare il suo primo film.
E decise che come primo film doveva fare direttamente il film Definitivo.
Ci riuscì


28.9.18

Il mattino ha "loro" in bocca - 30 registi recenti che hanno debuttato con opere prime eccezionali - PARTE PRIMA 1-15 -


L'opera prima.
Il tuo debutto ufficiale nel mondo del cinema.
Chè prima magari hai girato tanti corti, ti sei fatto le ossa con gli sceneggiati televisivi, hai girato anche dei mediometraggi, hai fatto l'aiutante di grandi registi, hai buttato nel cassetto tante sceneggiature che avevano la consistenza del sogno.
Però, un giorno, il tuo primo lungo riesci a realizzarlo.
E a volte ti riesce talmente bene che non ci si crede.
Poi arriverà la cosa più difficile, l'opera seconda, quella della conferma. Qualcuno ce la farà, altri no, altri ancora dopo quel primo, folgorante, debutto non hanno più fatto nulla.
Non è stato facile creare questa lista, perchè oltre a rovinarmi vista e neuroni per trovare o ricordare film ho dovuto anche controllare la filmografia di ogni singolo regista.
E alcuni avevano girato in precedenza corti, altri medi, altri episodi di serie tv, altri brevi documentari. Altri ancora invece li ho dovuto scartare perchè avevano un solo stronzissimo film (magari di un'ora scarsa) prima di quello che avrei voluto premiare.
Ho tenuto fuori tutte le grandissime opere prime di registi già troppo famosi, come Il Settimo Continente, Fuga, Un 32 aout sur terre e altri. 

Chiedo anche a voi di citarne alcuni, controllando prima su Imdb come ho fatto io.
Ricordo però che questa è la prima puntata, alcuni che non vedete oggi molto probabilmente ci saranno domani.
Proviamoci.

(ah, il titolo che ho scelto non è un errore eh, ma un gioco di parole)

LA ZONA - RODRIGO PLA'

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La metto per primo perchè l'opera prima di Plà è anche l' "opera prima" de Il Buio in Sala, il primo film recensito.
La terribile storia di un ragazzino povero andato a rubare nella zona dei ricchi.
Non si può più uscire, è una caccia all'uomo.
Plà si confermerà poi più volte

ANOTHER EARTH - MIKE CAHILL

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Una Terra identica alla nostra.
Magari con dei nostri doppioni.
Un'altro pianeta dove quello che abbiamo commesso qua, nella nostra di Terra, forse non è avvenuto.
E un senso di colpa che non se ne va via e che per essere espiato ha solo un'ultima folle possibilità.
Cahill debutta con un'opera dolce, profonda e dolorosa.
E farà ancora di meglio alla seconda prova, con I Origins

EX MACHINA - ALEX GARLAND

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Gran film di quello che era già un grande sceneggiatore.
Garland punta subito in alto, con un film capace di affrontare tematiche moto attuali e delicatissime.
Un film apparentemente "sovrumano" che in realtà racconta l'essenza dell'essere umano.
Per me giudizio confermato da Annientamento

THE CHASER - NA HONG-JIN

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Anche se ultimamente più di un amico me l'ha smontato un pochino continuo a pensare che questo sia un grande film, un thriller anomalo, teso e cattivo.
Di sicuro è il debutto di un grandissimo regista che poi arriverà al suo apice col capolavoro The Wailing

GOODNIGHT MOMMY - VERONIKA FRANZ


La moglie di quel pazzo malato di Seidl debutta alla macchina da presa (nei lungometraggi di fiction) con un film che, forse, non è poi tanto lontano dalle opere del marito.
Thriller psicologico morboso, inquietante, freddo e malvagio.
Un grande film

STILL LIFE - UBERTO PASOLINI

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C'è gente che muore sola, senza nessuno a cui la cosa interessi.
Il funzionario John, uomo spento e metodico, decide di dedicare la sua vita a rintracciare le persone più vicine a chi non c'è più.
Opera tenerissima, a tratti struggente, insieme a Departures una delle più belle e dolci riflessioni sull'andarsene degli anni 2000

SNOWTOWN - JUSTIN KURZEL

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Definirlo sottovalutato è dir poco.
Snowtown ha tutto, è un drammatico, è un film di formazione, è un thriller, ha sequenze agghiaccianti.
Una vera storia australiana che si dipanerà sotto i vostri occhi a poco a poco.
Dispiace molto che poi Kurzel sia finito a fare Assassin's creed

LUCKY - JOHN CARROLL LYNCH

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Visto da pochissimo, uno dei film che si lotteranno i primi posti a fine anno.
Ed è il film di debutto di un grandissimo attore caratterista. Che ha deciso di fare un'opera cucita addosso ad un altro grandissimo caratterista, al suo ultimo film poco prima di morire.
L'indifferenza di morire, la paura di morire, la serenità di morire. Tra una risata e una lacrima

GET OUT - JORDAN PEELE

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Formidabile debutto nel cinema di un attore comico nero famosissimo negli Usa.
Grande sceneggiatura in un "horror" al tempo stesso derivativo e diverso da tutti.
Nel genere una delle 3-4 più grandi sorprese recenti

A GIRL WALKS HOME ALONE IN THE NIGHT- ANA LILY AMIRPOUR

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Non sarà l'unica regista donna presente.
Ma che classe, ma che occhio, ma che capacità di descrivere atmosfere.
E una protagonista indimenticabile.
Della sua opera seconda ho sentito di tutto, da gente entusiasta ad altra delusissima

IL FIGLIO DI SAUL - LASZLO NEMES

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Senza nemmeno pensarci tra le 4-5 più grandi opere prime degli anni 2000.
Un film enorme di cui è difficile vedere i limiti.
L'opera seconda di Nemes è stata appena presentata a Venezia, amata e odiata dalla critica e dal pubblico

LAKE MUNGO - JOEL ANDERSON

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Il miglior mockumentary degli anni 2000 non solo è opera prima (di un regista dal cognome che nel cinema è una garanzia) ma è addirittura rimasta opera unica dello stesso, malgrado abbia ormai 10 anni.
Che dire, lo sapete, un finto documentario perfetto, costruito in maniera impressionante. E capace di spaventare. E con tantissimo dolore dentro

MINE - FABIO GUAGLIONE, FABIO RESINARO

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Mettiamo dentro anche un pochino d'Italia (anche se il film ha produzione estera).
Mettiamolo dentro perchè Mine ha un'ultima mezz'ora che mi ha emozionato come poche altre al cinema in questi anni.
E perchè è un film-progetto coraggiosissimo, come del resto lo è il secondo dei due Fabio, Ride (inferiore sì, ma molto interessante)

AMER - HELENE CATTET, BRUNO FORZANI

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Visivamente una delle cose più belle viste questi anni.
Un delirio di colori, rumori, suoni, sensi. Un'opera destrutturata ma di enorme fascino.
La coppia (anche nella vita) dei due registi ha poi girato altri due film, molto simili ad Amer a quanto so, e si sono confermati alla grande.
Spero di vedere il loro ultimo al Torino Horror Film Festival, tra pochi giorni

LA MIA VITA DA ZUCCHINA - CLAUDE BARRAS

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Dopo tantissimi corti Barras debutta nel lungo (al limite, un'ora appena) in maniera straordinaria.
E ci regala un cartone in stop motion di una tenerezza infinita, su una tematica molto delicata.
Barras evita la facile retorica e le facili accuse o soluzioni.
Il suo è un racconto vero, divertente e commovente, con dei personaggi che ti restano dentro


24.9.18

Recensione: "Spider" ( 2002 )




Spider è l'ennesimo film gioiello di un regista immenso.
Apparentemente pare un drammatico poverissimo, dallo svolgimento, anche se in due temporalità, molto lineare ed inequivocabile.
In realtà questo è un thriller psicologico di finezza unica, un lento rimettere insieme i pezzi, un lento ricostruire, un lento risalire alla genesi di quelle ragnatele, di quelle trame, che "spider" Dennis ha sempre costruito.
E la verità, quando finalmente appare, è ancora più terribile dei terribili ricordi che l'avevano sostituita.

Presenti numerosi spoiler e interpretazioni del film alla luce del finale, si invita a leggere previa visione

Quando il piccolo Dennis Cleg si affaccia dalla finestra vede il padre mettere la madre al muro e amoreggiarci.
E' una scena piccola, apparentemente inutile, di un film che, invece, di scene che sembran importantissime ne ha davvero tante.
Eppure Spider, tutto Spider, è là dentro, se quel bambino non avesse guardato fuori dalla finestra la sua vita sarebbe stata completamente diversa.

Spider è l'ennesimo, grandissimo, film di un regista impressionante, quel Cronenberg di cui -accidenti a me- ho visto solo metà filmografia, quanto basta per trovarci dentro capolavori come Videodrome e La Mosca e altri grandissimi film come Existenz, La Zona Morta, A History of Violence e Il Pasto Nudo.
Cronenberg, regista delle mutazioni, dei cancri (intellettivi o materici) porta al cinema uno dei romanzi dello scrittore della malattia psichica per eccellenza, quel McGrath di cui vent'anni fa lessi due suoi bellissimi romanzi (consiglio a tutti Follia).
Sarà lo stesso McGrath a scrivere l'intera sceneggiatura del film, e menomale, perchè questo qua è un testo molto difficile, tutto giocato sui simboli, sui ricordi e sulle sfumature psicologiche, se l'avesse scritta qualcun altro avremmo rischiato il disastro.
E invece no, e invece ne viene fuori uno script perfetto che sarà base di un film stupendo, un drammatico dal vestito poverissimo che ha dentro le stimmate del thriller psicologico urlante e debordante.
Un film in cui funziona praticamente tutto.
 Per prima cosa impossibile non citare le due interpretazioni principali, quella del talentuosissimo Ralph Fiennes e quella della straordinaria Miranda Richardson che in Spider si sdoppierà (anzi, ad un certo punto si triplicherà) in due ruoli opposti tra loro.
Altro punto di forza sono i luoghi.
Lo sgarruppato, fatiscente, scrostato e smorto albergo di quart'ordine dove Dennis viene ospitato dopo il manicomio è talmente iconico e così ben restituito da Cronenberg che dopo 15 anni dalla prima visione me lo ricordavo ancora perfettamente.
E poi la strada lungo il canale, e poi il grandissimo silos, e poi gli "orti", la Londra raccontata da Spider è una città ambigua, infida, sporca, ferrosa e industriale, a suo modo bellissima.
Guardate il prologo con quelle finestre "finte" disegnate nei muri, c'è già tanto della scenografia del film e del suo significato, quello dell'impossibilità di avere una via di fuga, quello di una prigione fisica e mentale dalla quale è impossibile uscire.
Ma la più grande metafora sta forse proprio nelle ragnatele che Dennis (sia da bambino che da adulto) costruisce, questi ghirigori di spaghi e funi, queste trame di fili che altro non sono se non il suo disperato tentativo di trovarlo davvero il filo, quello della ragione, quello del ricordo, quello di sè stesso.
Spider è una grandissima ragnatela mentale di cui solo nello splendido finale riusciremo a trovare genesi e direzione.

22.9.18

Recensione: "Un affare di famiglia"

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Il primo film che vedo di Kore'eda è un'opera molto più importante di quello che potrebbe all'inizio sembrare.
Una profonda, coraggiosa e non banale riflessione sulla famiglia, sul senso di essa, sulla differenza tra l'avere persone a fianco per legami di sangue oppure poterle scegliere le persone che vuoi vicino a te.
Potere sceglierle per stare meglio.
La piccola Yuri è una bimba che, tempo di una notte, si ritrova in una nuova famiglia.
Quasi un rapimento, è vero, ma la stranissima famiglia Shibata, a modo suo, sa darle affetto.
Un film sui diversi punti di vista, sulle diverse prospettive, sui giudizi affrettati, sulla capacità, che a volte non è pura ma comunque efficace, di saper dare amore

Era il mio primo Kore'eda, regista di culto di tanti tanti amici, stimatissimo.
Tra l'altro un regista che più volte (almeno una decina) mi era stato consigliato, anche perchè nei suoi film ci sono tematiche  - e sensibilità nel trattare quelle tematiche - molto adatte a me.
Finalmente un film è stato distribuito (ha vinto Cannes, vorrei vedere) e ci siamo fiondati al cinema.
E ho trovato un film bello, bellissimo, ma che, con non poca sorpresa, ho trovato più potente nel suo lato "impegnato" che in quello emozionale.
Intendiamoci, di scene da brividi a livello emotivo ce ne sono eh, ma sarebbe un gravissimo errore farsi accecare da quelle e non rendersi conto di quanto "Un affare di famiglia" sia film molto coraggioso, quasi ambiguo, politicamente non corretto.
Di sicuro questo film porta a riflessioni sul significato di famiglia e su quello degli affetti davvero importanti (a proposito, devo vedere Captain Fantastic non so da quanto, me l'appunto).
Osamu e suo figlio (dopo ne parleremo...) sono una buffa coppia criminale dedita a piccolissimi furtarelli nei supermercati. 
Qualche zuppa, spaghetti, shampoo, niente di più.
Il fatto è che vivono in un nucleo famigliare di 5 persone, strampalatissimo, e di soldi in casa ne entrano pochi.
Lui, il "capofamiglia", tanta voglia di lavorare non ce l'ha, fa l'operaio a chiamata e se si può far male al lavoro meglio ancora.
La sorella della moglie lavora in una specie di bordello in cui - solite perversioni giapponesi - i clienti guardano le ragazze masturbarsi da dietro un vetro.
La moglie di Osamu non lavora, il figlio, come detto, lo aiuta a rubicchiare e poi, per ultima, c'è la nonna, nonna che ha una pensione ma non è tanto propensa a metterla in comune.
Di ritorno dall'ennesimo furto Osamu e il figlio notano una bimba piccolissima - sui 5 anni - che se ne sta sul balcone di casa al freddo.
Le dicono se c'è la mamma, lei risponde di no, poi la invitano a casa loro.

19.9.18

Recensione: "Entertainment"


Un comico che non fa ridere nessuno.
Misantropo, misogino.
Se ne va sul palco a dire le sue volgari battute, in un tristissimo tour fatto in un'America desertica che sembra morta, come, del resto, sembra morto lui.
Un film di una malinconia infinita, di una solitudine cosmica, pieno di immagini fortissime di vuoto e abbandono.
Una figlia da chiamare la sera, senza mai ricever risposta.
Grande cinema, forse, tra tutti, quello più vicino a me


A me la figura dell'artista malinconico, solo, magari non di successo, o meglio ancora non più capace di averlo quel successo, ha sempre creato una grandissima empatia.
A cercarli troveremmo almeno una decina di grandi titoli sull'argomento.
Non posso però non menzionare tre capolavori o mezzi capolavori.
Uno è il clown di Chaplin in Luci della Ribalta, Calvero. Un clown che non riceve più applausi, ormai solo, abbandonato, prossimo al suicidio. Tra l'altro in questo che è uno degli ultimi film del Sommo c'è anche l'unica scena nella storia in cui i due più grandi di sempre nel loro campo, Chaplin e Keaton, sono insieme.
Poi, almeno 40 anni dopo, c'è stato il fantastico Man on the Moon in cui un Jim Carrey da pelle d'oca interpreta -in modo mimetico, pauroso- il "comico che non faceva ridere", il geniale Andy Kaufman (evidentemente un cognome ad uso dei geni).
Dieci anni dopo esce invece L'Illusionista, l'enorme film di animazione di Chomet.
Un mago che non sorprende più nessuno, che non meraviglia più nessuno. La sua malinconia, la sua amicizia con una bambina.
E quel "i maghi non esistono" finale che mi fermò il cuore per parecchi minuti.


E adesso, ultimo esponente di questa magnifica famiglia, c'è Entertainment del giovane regista indipendente americano Rick Alverson.
Ancora una volta con un impressionante attore protagonista, Gregg Turkington.
La storia di un comico da cabaret volgare che gira gli Stati Uniti senza far ridere quasi nessuno.
La storia di una solitudine cosmica.

14.9.18

Recensione: "Revenge" (2018)

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Vado al cinema pensando di ritrovarmi davanti un filmetto che oltre all'impressionante fondoschiena della Lutz e un pò di sangue non mi avrebbe dato altro.
E invece mi ritrovo un'opera visivamente magnifica, tesa, disperata, dallo stile pazzesco.
Storia che, però, si basa su un antefatto inverosimile, ingiustificabile.
E Revenge mi dà anche l'occasione di parlare finalmente senza mezzi termini su MeToo e femminismo.

presenti tantissimi spoiler



Approfitto di Revenge per dire la mia su un argomento caldissimo e mai attuale come adesso, quello del MeToo.
Questi anni mi è capitato più di una volta (per fortuna non troppe) di rischiare di esser definito maschilista (io?? rido) per aver espresso delle mie opinioni.
Ora, a parte il fatto che io amo le donne come niente altro al mondo e che mai nella mia vita ho compiuto un atto "maschilista", ma andiamo avanti.
Il mondo purtroppo è diventato binario, siamo tutti dei robot che hanno sempre e solo due funzioni, sposti la levetta e sei o uno o l'altro.
Riguardo quello che penso del mondo scrissi questo post, per chi vuole leggerlo.
E da allora è andata solo peggio.



Come non mai nella faccenda MeToo si sono formati due schieramenti per cui o sei dalla parte delle donne o da quella degli uomini. Nessuna sfumatura, se provi ad affrontare la questione in modo intelligente stai sicuro che ti prendi del maschilista.
Ma io in questi argomenti - non in generale-  mi reputo persona molto intelligente e inattaccabile, per questo vado avanti.
Nel film la regista è talmente più intelligente delle cieche femministe da scrivere un personaggio molto coraggioso, ovvero quello di una bellissima ragazza che, in qualche modo, si struscia con tutti, ha atteggiamenti disinibiti, in qualche caso la sbatte (o lo sbatte, il sedere) proprio in faccia a chi ha davanti.

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Quindi fare la ragazza sveglia, farla annusare a tutti giustifica le violenze del maschio?
Questo possono pensarlo solo i maschi malati o le femministe cieche.
Io non toccherei una ragazza, molestandola, nemmeno se questa me lo chiede piangendo.
Piuttosto l'abbraccerei e le darei una carezza se la vedo avere atteggiamenti simili.

Noi persone normali diciamo solamente che una ragazza bellissima, che ama essere guardata, che ama essere adulata, che non ha problemi col proprio corpo, che è disinibita si mette a rischio, c'è poco da fare.
E si mette a rischio proprio perchè il mondo è malato, proprio perchè ci sono uomini che ragionano solo con il cazzo, proprio perchè ci sono persone che hanno solo istinti bestiali e non razionali.
Quando io dico che una ragazza così si mette a rischio non sto dicendo una frase maschilista o la sto privando della sua libertà, AL CONTRARIO, la sto difendendo da un mondo che troppe volte mi fa schifo e da un genere, quello maschile, che troppe volte mi sembra un genere cui io non appartengo.
E invece dire che questi comportamenti disinibiti, queste libertà, queste provocazioni, mettono a rischio le ragazze mi fa del maschilista.