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domenica 11 settembre 2016

Il nostro 11 settembre

Dal profilo facebook di Sara:
(11 settembre 2014)

Salvador Allende l'ho conosciuto in una foto consumata dal tempo. 
Mia mamma era appena tornata dall'ennesima giunta - una vita spesa al servizio della comunità, fra sport e amministrazione - e aveva appoggiato la sua cartella con gli appuntamenti, le delibere, i progetti sul divano dello studio. 
Piccola, ma curiosa, l'avevo aperta trovandovi dentro, vicino alla mia, una foto smangiucchiata di uomo buono, dagli occhiali spessi, messo lì quasi come qualcuno di famiglia. 
Ricordo che quando le chiesi chi fosse, mi rispose con una tale tenerezza nella voce che non potei mai più dimenticarlo. 
Non era per lei solo "la via democratica al socialismo" di un paese lontano - seppure presente nella letteratura e nella musica che circolava in casa -, ma molto di più: era parte di ogni sua piccola azione, del suo impegno speso a favore della comunità. 
Noi così siamo cresciuti e temo che così saremo "condannati" ad andare avanti, con questo impegno civico e questa idea della politica e della cultura cuciti addosso, nonostante i tempi.



giovedì 11 settembre 2014

11 settembre: W Cile!

Confesso che ho vissuto (Pablo Neruda) 
dedicato a Salvador Allende

Il mio popolo è stato il più tradito di quest’epoca.
Dai deserti del salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle alture terribili dove sta il rame estratto con lavoro inumano dalle mani del mio popolo, sorse un movimento liberatore di grandiosa ampiezza.
Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende affinché realizzasse riforme e misure di giustizia non più rinviabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dalle grinfie straniere.
Dovunque è stato, nei paesi più lontani, i popoli hanno ammirato il presidente Allende e hanno elogiato lo straordinario pluralismo del nostro governo. Mai nella storia della sede delle Nazioni Unite a New York si è udita un’ovazione come quella tributata al presidente del Cile dai delegati di tutto il mondo.
Qui in Cile si stava costruendo, fra immense difficoltà, una società veramente giusta, elevata sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell’eroismo dei migliori abitanti del Cile.
Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.
Dall’altro lato non mancava nulla. C’erano arlecchini e pulcinella, pagliacci a mucchi, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati. Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione. Andavano tenendosi per mano il fascista Jarpa e i suoi cugini di “Patria e Libertà”, disposti a rompere la testa e l’anima a quanto esiste, allo scopo di recuperare la grande azienda che per loro era il Cile. Insieme a loro per rendere più amena la farandola, danzava un grande banchiere e ballerino, un po’ macchiato di sangue; era il campio di rumba Gonzales Videla, che ballando la rumba consegnò tempo fa il suo partito ai nemici del popolo. Adesso era Frei che offriva il suo partito democristiano agli stessi nemici del popolo, e ballava alla musica che questi gli suonavano, e con lui ballava l’ex colonnello Viaux, delle cui malefatte fu complice.
Questi erano i principali artisti della commedia. Avevano preparato i viveri dell’accaparramento, i “miguelitos” (chiodi a quattro punte utilizzati nel corso della serrata dei trasportatori privati), le garrote e gli stessi proiettili che ieri ferirono a morte il nostro popolo a Iquique, a Ranquin, a Salvador, a Puerto Montt, a Josè Maria Caro, a Frutillar, a Puente Alto e in tanti altri posti.
Gli assassini di Hernan Mery ballavano con chi avrebbe dovuto difenderne la memoria. Ballavano con naturalezza, da bacchettoni. Si sentivano offesi se gli venivano rimproverati questi “piccoli particolari”.
Il Cile ha una lunga storia civile con poche rivoluzioni e molti governi stabili, conservatori e mediocri. Molti presidenti piccoli e solo due presidenti grandi: Balmaceda e Allende. E’ curioso che entrambi venissero dallo stesso ceto, dalla borghesia ricca, che qui si fa chiamare aristocrazia. Come uomini di principi, impegnati ad ingrandire un paese rimpicciolito dalla mediocre oligarchia, i due furono portati a morte allo stesso modo.
Balmaceda fu costretto al suicidio per essersi opposto alla svendita della ricchezza del salnitro alle compagnie straniere. Allende fu assassinato per aver nazionalizzato l’altra ricchezza del sottosuolo cileno, il rame. In entrambi i casi l’oligarchia cilena ha organizzato delle rivoluzioni sanguinose. In entrambi i casi i militari hanno svolto la funzione della muta dei cani.
Le compagnie inglesi nel caso di Balmaceda, quelle nordamericane nel caso di Allende, fomentarono e finanziarono questi movimenti militari. In entrambi i casi le case dei presidenti furono svaligiate per ordine dei nostri distinti “aristocratici”. I saloni di Balmaceda furono distrutti a colpi d’ascia. La casa di Allende, grazie al progresso del mondo, è stata bombardata dall’aria dai nostri eroici aviatori.
Eppure, questi due uomini sono stati molto diversi. Balmaceda fu un’oratore seducente. Aveva un aspetto imperioso che lo avvicinava sempre di più al comando unipersonale. Era sicuro dell’elevatezza dei suoi propositi. In ogni momento si vide circondato da nemici. La sua superiorità sull’ambiente in cui viveva era così grande, e così grande la sua solitudine, che finì per chiudersi in se stesso. Il popolo che doveva aiutarlo non esisteva come forza, vale a dire, non era organizzato. Quel presidente era condannato a comportarsi come un illuminato, come un sognatore: il suo sogno di grandezza rimase un sogno. Dopo il suo assassinio, i rapaci mercanti stranieri e i parlamentari creoli entrarono in possesso del salnitro: per gli stranieri la proprietà e le concessioni; per i creoli le percentuali. Avuti i tenta denari tutto tornò alla normalità. Il sangue di alcune migliaia di uomini del popolo si asciugò subito sui campi di battaglia. Gli operai più sfruttati del mondo, quelli delle regioni settentrionali del Cile, continuarono a produrre immense quantità di sterline per la City di Londra.
Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva consiglio per tutte le misure che prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente, che sapeva di cosa si trattava. Allende era un dirigente collettivo, un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori. Per queste cause e ragioni, l’opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un’impresa titanica. E la distruzione dei monopoli, e la profonda riforma agraria, e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo essenzialmente collettivo.
Le opere e i fatti di Allende, di incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione. Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo, uno evoca la guerra lampo dell’aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che per due secoli è stato il centro della vita civile del paese.
Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova fu concesso di accompagnare quell’immortale cadavere. La versione degli aggressori è che trovarono il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio. La versione che è stata resa pubblica all’estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in azione i carri armati, molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un sol uomo: il presidente della repubblica del Cile, Salvator Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz’altra compagnie che il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme. Dovevano approfittare di un’occasione così bella. Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso dalla sua carica. Quel corpo è stato sepolto segretamente in un posto qualsiasi. Quel cadavere che andò alla sepoltura accompagnato da una sola donna che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile.

mercoledì 27 aprile 2011

Vittorio Arrigoni: un vincitore

Vittorio, quasi presagendo la sua prossima fine, in un intervista disse che se fosse morto avrebbe voluto essere ricordato con le parole di Nensol Mandela:
"Un vincitore è un uomo che non smette mai di sognare. Vittorio Arrigoni: un vincitore"
Ed è così che noi lo ricorderemo.




Domenica 24 aprile a Bulciago in un palazzetto dello sport gremito fino all'inverosimile (e con tanta gente che è dovuta rimanere all'esterno) si sono svolti i funerali di Vittorio per l'ultimo saluto da parte dei suoi innumerevoli amici.

Tanta gente che è venuta da tutta Italia e non solo.
Oltre ai suoi compagni dell'ISM, erano infatti presenti i rappresentanti dell'Autorità Palestinese, rappresentanti delle comunità arabe, l'Arcivescovo Emerito di Gerusalemme, Mons. Capucci, che ha concelebrato la cerimonia.
Le sue parole resteranno come scolpite nella pietra. Non le virgoletto perchè quelle che riporto non ne sono la riscrittura letterale, ma esse hanno suonato pressapoco così:
Io sono l'Arcivescovo Emerito di Gerusalenne cioè dei palestinesi, di tutti i palestinesi. Un vescovo non è un padrone, un vescovo è un servitore, un vescovo è un pastore che protegge il suo gregge. Anche Vittorio era un pastore che proteggeva il suo gregge e per proteggerlo come Cristo è morto sulla croce. Per noi Vittorio è un martire e un santo.


Dopo la cerimonia religiosa c'è stata la parte laica e sulla colonna sonora di "Bella Ciao" il saluto degli amici e di tanti che lo hanno conosciuto ed amato.
Le ultime parole sono state quelle di sua madre Egidia:
“Gaza è stato l'ultimo approdo di Vittorio, ma la Palestina lo aveva chiamato da molto tempo. A ogni ritorno cresceva l'indignazione ma anche la consapevolezza che la sua casa era là. Quando Israele gli impedì di rientrare da terra lui ci tornò via mare e ci rimase per essere la voce dei senza voce. Non è un eroe né un martire, è un ragazzo che credeva davvero che i diritti umani sono universali e che l'ingiustizia va raccontata perché nessuno di noi, persi nel mezzo delle nostre comode vite, un giorno possa dire io non c'ero, io non sapevo. La sua è una scelta radicale e non violenta che spinge tutti noi a diventare attivisti. Noi non immaginavamo, non sapevamo in quanti di voi lo amaste in tutte le latitudini. Siete stati l'inaspettato sollievo ai nostri cuori feriti. Vi abbraccio tutti, in particolare i figli della Palestina. Restiamo umani”.
Salam Aleikum.

Il giorno dopo, celebrando il 25 Aprile a Fornovo di Taro, sul palco delle commemorazioni, mia figlia Sara seguendo l'invito del Presidente provinciale dell'ANPI di Lecco ha voluto ricordare Vittorio, un nuovo partigiano.

"In questo giorno in cui siamo riuniti a celebrare la liberazione del popolo italiano dal nazifascismo voglio ricordare la morte di un partigiano. Ieri eravamo, commossi, a Bulciago alla sua cerimonia funebre che si è svolta, come lui avrebbe voluto, sulle note di "Bella ciao", canzone che insegnava ai ragazzi palestinesi che, come noi sessant'anni fa, lottano per la liberazione del loro popolo. Il rappresentante dell'ANPI, fra le lacrime, in occasione della cerimonia, ha voluto dedicare il 25 aprile di quest'anno a Vittorio Arrigoni promettendo alla sua famiglia che il suo esempio di lotta partigiana sarebbe stato ricordato in tutte le loro sedi. Vittorio, narratore dell'inenarrabile, ha combattuto la lotta di liberazione di un popolo oppresso con la sola forza dei suoi sogni, utilizzando come scudo a protezione di contadini e pescatori il suo solo corpo. Consapevole del rischio che stava correndo rimanendo sotto le bombe dell'operazione "piombo fuso" era, infatti, disposto anche a dare la vita per il popolo palestinese. Avrebbe voluto essere ricordato con le parole di Nelson Mandela: "un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare" Vittorio Arrigoni, un vincitore. Che il suo sacrificio non sia vano, auguriamo a tutti i popoli del mondo, compreso il nostro, 10, 100, 1000 nuove Resistenze".

domenica 14 giugno 2009

Addio Ivan...




Addio Ivan, che il viaggio ti sia lieve...

venerdì 9 maggio 2008

I cento passi

“Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia.”

(Claudio Fava, “Cinque delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9)


Brecht diceva: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere».
Sono trascorsi, infatti, ormai trenta anni dal tremendo omicidio politico mafioso di Peppino Impastato e, alla fine, dopo anni di sofferenza, di lotta e di isolamento, la verità è stata fissata dalla magistratura e dalla relazione della Commissione antimafia che ho avuto l'onore di redigere: nel caso di Peppino Impastato lo Stato ha compiuto un vero e proprio depistaggio perché non si scoprisse, come era possibile, dal primo momento che si trattava di un delitto di mafia. Dobbiamo la verità all'impegno difficile e quotidiano di mamma Felicia, di Giovanni Impastato, dei compagni di Peppino, di Umberto Santino e di Anna Puglisi.
Ho due immagini, fra le tante, nella mente.
La prima così è descritta da Giovanni Impastato: «Sfilammo nel '79, per le troppo silenziose strade di Cinisi, facendo tesoro delle scelte e del percorso di Peppino, considerato ancora allora dallo Stato un suicida o un terrorista saltato sulla bomba che stava innescando. nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut»
«Dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia proletaria, di cui Peppino era stato eletto consigliere comunale e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall'ufficisione di Peppino. Eravamo in due mila».
La seconda immagine che ritengo il movimento più bello della mia vicenda politica, è quella di mamma Felicia che, quando, nella casetta di Cinisi, nel 2000, le consegnammo la relazione della Commissione antimafia, che sanciva il depistaggio di Stato e chiedeva scusa in nome del Parlamento italiano (caso tuttora inedito) soffiò, in un orecchio la frase: «Oggi mi avete resuscitato Peppino».
Si chiudeva una vicenda iniziata tragicamente nel '78. E' importante parlarne oggi anche perché Peppino va sottratto al destino di una icona strumentalizzata: è bello che sia considerato, da tanti giovani, da tante ragazze, un Che Guevara contemporaneo, ma è più importante viverlo nel suo contesto, affinché il ricordo sia stimolo per continuare la sua lotta. Peppino fu uomo del '68, non va dimenticato. Fu un compagno dell'antimafia sociale, quella difficile, non quella ufficiale, spesso ipocrita, banale e trasformista. Peppino era un militante che organizzava mobilitazione sociale; era profondamente impegnato politicamente; era precursore, nella sua capacità di utilizzare la metafora, l'irrisione, il sarcasmo come strumento di lotta politica e di desacralizzazione dei capi mafiosi, di una intensa criticità moderna. Le trasmissioni di Radio Aut sono un esempio straordinario di controinchiesta e di controiformazione.
Il trentennale è l'occasione per riflettere sul suo pensiero e sulla sua iniziativa anche, quindi, per evitare di farne un mito astratto. Peppino è stato un militante della "Nuova sinistra" come ci ricorda Umberto Santino, da Lotta Continua alla candidatura con Democrazia proletaria, in polemica aspra con il partito comunista del compromesso storico, che vedeva la mafia solo come fenomeno dell'arretratezza dello sviluppo. Peppino pensava, invece, che il neoliberismo fa bene alla mafia. Lottò con i contadini, con gli edili, unendo lotte sociali e impegno culturale. La sua antimafia correva nel solco della lotta di classe, di massa, dei braccianti, delle lotte contadine non del conformismo, della legalità formale e del sistema di relazioni politiciste. La sua analisi delle mafie, partendo dalle elaborazioni di Mario Mineo, figura di straordinario rilievo teorico, seppe guardare ad esse non come fenomeno terroristico legato a nicchie di arretratezza, ma come parte integrante dei processi accumulazione del capitale, capace di adattarsi ai mutamenti dei contesti strutturali e di contrattare, di volta in volta, il potere con le rappresentanze politiche.
È anche in questa percezione critica il motivo dell'attualità di Peppino. Anche ora, infatti, la maggioranza delle forze politiche tende ad illustrare, come fa ad esempio la relazione dell'antimafia del 2001, la mafia come gangsterismo, per celarne la sua internità alla politica, all'amministrazione, alla finanza, ai processi internazionali della globalizzazione liberista. Parlano di una mafia virtuale che non esiste per puntare l'attenzione investigativa solo sulle campagne sicuritarie contro i migranti. L'antimafia sociale è, allora, costruzione di presidi democratici, connessione fra lotta democratica e sociale; è antimafia in movimento, dentro l'organizzazione della conflittualità sociale, come ci insegnò Pio La Torre. Le mafie si sconfiggono attaccandone beni, ricchezze, profitti, individuando un nuovo spazio pubblico. E' indispensabile rilanciare i meccanismi, su cui l'associazione "Libera" tanto lavora, di sequestro e confisca di beni mafiosi; facendo lavorare le terre confiscate alle mafie attraverso una destinazione d'uso sociale cooperative di giovani e ragazze che, insieme, lottano le mafie ed agiscono una occupazione di qualità. Peppino fu precursore del movimento altermondialista: lottava «per un altro mondo possibile».
Pubblicato su "Liberazione" del 7 maggio
Questo il sito che parla di lui
Qui troverete la sua biografia

venerdì 2 novembre 2007

Un amore di gioventù

"Amo ferocemente, disperatamente la vita. 
E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.
Amo il sole, l’erba, la gioventù. 
L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina.
Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.
Come finirà tutto ciò? Lo ignoro".



Nato a Bologna il 5 marzo 1922, Pier Paolo Pasolini fu ucciso a Ostia il 2 novembre 1975 da uno dei suoi "ragazzi di vita".

"Che cos'è questo golpe?" dal "Corriere della sera" del 14 novembre 1974

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile...
Pier Paolo Pasolini

domenica 21 ottobre 2007

Un aguglianese in Sierra Leone

Chi tra noi non si è mai confrontato col dolore?
Probabilmente nessuno, ma pochi sanno che cosa sia effettivamente la disperazione.
In alcuni luoghi, in fondo non così lontani da noi, in un mondo in cui la globabizzazione rende relative anche le distanze, disperazione è vedere i propri figli nascere sotto una pioggia fitta di bombe, spari, terrore.
Disperazione è sapere che per loro la guerra è normalità, come normalità è non avere acqua, cibo, scarpe, istruzione come sogna ogni genitore in ogni parte del mondo.
Disperazione è essere ferito o malato e non avere un posto in cui chiedere almeno la speranza.
Mirco Barchetta, ex Consigliere comunale di Agugliano, ha risposto con coraggio ad un richiamo che lo ha portato a collaborare con Emergency portando la sua professionalità in tanti luoghi di bisogno: dapprima in Ghana, poi in Afghanistan, dove ha vissuto da vicino la vicenda del sequestro di Daniele Mastrogiacomo e dei suoi collaboratori. In seguito all’arresto del mediatore Rahmatullah Hanefi e dell’uscita di Emergency dall’Afghanistan è andato in Cambogia; ora si trova in Sierra Leone.
Io ho la fortuna di poter conoscere le sue esperienze tramite le e-mail che Mirco manda agli amici (di cui mi onora far parte).
In queste e-mail Mirco scrive di un mondo che aveva immaginato molto diverso dal piccolo paese in cui viviamo da sempre e che invece scopre fatto degli stessi ingredienti, solo amalgamati in maniera differente e soffocati dal giogo della stupidità umana, una stupidità che da secoli affama e uccide.
Mirco ogni volta che torna a trovarci ci porta indietro un tesoro di esperienze, immagini, parole, emozioni, e ogni volta che parliamo con lui diventiamo sempre più convinti che forse è più facile di quel che crediamo costruire un mondo più giusto.
Ho deciso di pubblicare l’ultima e-mail che ha mandato.

"Cari Amici, sembra ieri che son partito e già mi ritrovo nel bel mezzo della mia missione, tanto manca alla fine quanto fino ad ora ho fatto.
Questo posto inizia ad entrarmi dentro, sarà per la bellezza dei pazienti, sarà per le innumerevoli scommesse giornaliere, sarà che qui Emergency e' davvero indispensabile nonostante la guerra sia finita.
Ogni giorno il tempo migliora ed inizia a fare veramente caldo. Presto rimpiangeremo la pioggia.
Il lavoro come sempre non manca ed ogni giorno si finisce al tramonto, che come al solito è glorioso sulle coste ovest del mondo.
Di bello e di nuovo c'è stato un bel bagno domenica scorsa nell'oceano Sierra Leonese. Un bel diversivo.
Sul fronte politico, le elezioni sono finite e i Rossi dell'APC hanno vinto portando una ventata di "nuovo"... Per fortuna tutto e' andato tranquillo, ma qui non si sa mai come vanno veramente le cose!
Un abbraccio. MIRCO”.

Colgo l’occasione per ricordare ancora una volta che per tutto il mese di ottobre è possibile sostenere l’attività di Emergency con l’invio di un SMS al numero 48587 per donare 1 euro oppure chiamare lo stesso numero dalla rete fissa Telecom Italia per un valore di 2 euro.
I gestori devolveranno l'intero ricavato ad Emergency che lo utilizzerà per finanziare le attività del centro di cardiochirurgia “Salam” in Sudan.

"Se si può guarire in Europa, anche in Africa si deve guarire"

domenica 26 agosto 2007

Dimenticato!

Era nato nel 1948 a Città di Castello.
"Un uomo di pace" lo definivano i suoi figli nei giorni del sequestro, ma era anche un uomo che la voglia di raccontare aveva spinto nei punti più caldi del pianeta.
Aveva il dono della simpatia.
Chi l'ha conosciuto lo descrive come un idealista, un sognatore, una persona generosa, cordiale e altruista, carica d'umanità.
Prima che la passione del reportage lo coinvolgesse, era uno dei più creativi pubblicitari d'Italia.
Tra le sue campagne televisive più note si ricordano quella del rasoio per uomini sensibili, in grado anche di "fare la barba" a un palloncino senza farlo scoppiare e la rondine dell'acqua minerale San Benedetto.

E’ morto in Iraq il 26 agosto di tre anni fa. Non siamo ancora riusciti (o non abbiamo voluto) a riportare in patria le sue spoglie.
Dimenticato.

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