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martedì 19 gennaio 2016

Ultima lettura: "Prima di sposarti ero molto più in forma" di Ring Lardner


Prima di sposarti ero molto più in forma

Autore: Lardner Ring
Traduttore: Mutti Cecilia
Dati: 2011, 87 p., brossura
Editore: Mattioli 1885 (collana Experience Light)

La camera è meravigliosa e si affaccia proprio sul mare,
 che è meraviglioso, con tutte quelle sfumature di verde e azzurro e lilla
 che fanno venir voglia di dipingere, tanto sono meravigliose.

Il matrimonio è la tomba dell'amore, sempre che questo sia stato il presupposto del matrimonio stesso. Questa è la conferma di un luogo comune forse abusato, ma in qualche modo vero, almeno questa è la conclusione cui si giunge leggendo i divertenti racconti di Ring Lardner (1885 –1933), commentatore sportivo e scrittore di racconti statunitense, famoso per il suo umorismo e le sue satire frizzanti sulla vita matrimoniale, sul mondo dello sport e sul teatro.
Tra i racconti che Lardner ha scritto sul matrimonio, l’editore Mattioli 1885 ne ha scelti tre, deliziosamente perfidi, che declinano in modo diverso la vita di tre coppie. La prima si ritrova a festeggiare le nozze d’oro a St. Petersburg, la Palm Beach dei poveri, in quella che dovrebbe essere una seconda luna di miele; la voce narrante è quella del marito che descrive minuziosamente (e anche ironicamente) il soggiorno nella località balneare tra partite a scacchi e a carte con coppie coetanee, ciascuna con i propri tic e manie. Il rapporto tra marito e moglie è come un minuetto, fatto di dialoghi in cui la confidenza concede spazio al motteggio, alle battute spiritose di lui e alle risate di lei. Anche le situazioni più sgradevoli sono stemperate dalla bonaria ironia dei due coniugi, e fanno emergere di contro le permalosità e l’orgoglio dei loro ospiti.
Il secondo racconto ha forma epistolare: in una serie di lettere che la giovane Irma, in viaggio di nozze alle Bahamas con il marito Bob, scrive all’amica Esther, si narra di luoghi paradisiaci e di uno sposo innamorato e premuroso. Ma quando tre anni dopo i due tornano a Nassau, Bob non dimostra più tanta cura verso la moglie, nonostante lei si ostini a minimizzare la situazione nelle lettere che continua a scrivere all’amica.
Il terzo racconto vede la giovane signora Taylor, che dopo nove anni di matrimonio è rassegnata a un legame noioso e ripetitivo, caratterizzato dalla quotidiana lettura a voce alta del Milton Daily Star, da parte del marito.
Le tre storie sono ambientate nell’America degli anni Trenta, gli anni del proibizionismo, della crisi economica e della piccola borghesia che, pur avendo perso alcune delle sue sicurezze, è poco incline ad accogliere i cambiamenti, continuando ad essere ostinatamente aggrappata a consuetudini familiari confortanti.
Impossibile, leggendo Lardner e visualizzando i personaggi delle sue storie, non sorridere: il tono è leggero e allo stesso tempo raffinatamente ironico, nelle parole che lo scrittore mette in bocca a Lucy e Charley, a Irma che scrive a Esther, all’arguta signora Taylor che commenta i comportamenti di quell’ottuso del marito.
Photo HelenTambo on Instagram
Un’ultima osservazione la riservo all’editore. I libri della collana Experience Light, pubblicati da Mattioli 1885 -azienda che si occupa di formazione, di eventi congressuali e di comunicazione in ambito scientifico, e che dal 2004 ha deciso di aprirsi alla narrativa, pubblicando alcuni grandi classici della letteratura americana e inglese-, sono piccoli gioielli: copertine cartonate in colori pastello, angoli delle pagine stondati, carta di pregio. Un po’ costosi, ma il prezzo è giustificato dalla qualità non solo dei contenuti, ma anche della forma esteriore.

martedì 16 giugno 2015

Ultima lettura: "Cassandra al matrimonio" di Dorothy Baker


Cassandra al matrimonio

Autore: Baker Dorothy (trad. Stefano Tummolini; postfazione Peter Cameron) ediz orig. 1962
Dati: 2014, 274 p., brossura
Editore: Fazi (collana Le strade)

[…] e ho pensato a quanto dev’essere difficile
mantenersi ligi al proprio dovere,
quando si è schiacciati tra l’ironia di alcuni
 e lo zelo di altri

Photo HelenTambo on Instagram
Leggere un libro usato, quindi acquistato e letto da qualcuno prima di te, è spesso un’esperienza alla scoperta delle umane sensibilità altre da noi. Capita così, quando trovi tra le pagine alcuni passi sottolineati, quelli che evidentemente hanno colpito il lettore che ti ha preceduto. Dopodiché sei lì a riconoscerti, oppure a chiederti che cosa in una certa frase, in un certo periodo, abbia potuto dar da pensare a chi ha letto prima di te quella frase, quel periodo. Bello, mi piace, perché il più delle volte si tratta di sentirti in qualche modo unito a qualcuno che non conosci -e non conoscerai mai, probabilmente-, in una corrispondenza che non potrai verificare a fondo ma che c’è stata in un certo momento, a distanza, anche quando i sentimenti non combaciano[1].
Come a volte accade, romanzi scritti in un tempo lontano e mai pubblicati in Italia, vengono scovati da editori assai sensibili e proposti al pubblico con la certezza di offrire una bella storia. Fazi lo ha già fatto con “Stoner” di John Edward Williams, contribuendo a creare un caso letterario, con “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard e con “Cassandra al matrimonio”, con cui rischia di replicare il successo di storie che, nonostante siano ambientate -e soprattutto siano state scritte- in un passato abbastanza lontano, si affermano oggi per la loro attualità. Ciò che accomuna queste opere infatti è da una parte la modernità dei temi trattati, e dall’altra una freschezza di stile e di linguaggio, il cui merito è da ascrivere anche al lavoro dei traduttori (Stefano Tummolini per Williams e Baker e Manuela  Francescon per Howard), che ce le rende vicine.
Questa è la storia di Cassandra che, obtorto collo, torna da Berkeley -dove studia all’università- al ranch di famiglia per partecipare come damigella d’onore al matrimonio della sua gemella Judith. Non che non si fossero già separate fisicamente, l’una appunto a Berkeley e l’altra a New York, ma il matrimonio è un’altra cosa, il matrimonio significa separare ciò che la ragazza considera un tutt’uno, un’entità indivisibile, un connubio che non può essere dissacrato da un estraneo che si insinua e si porta via una metà indispensabile alla sopravvivenza dell’altra. Questo è il sentimento che accompagna Cassandra mentre torna a casa e nei tre giorni di permanenza al ranch, durante i quali cadono tutte le barriere, forzatamente tenute su dalla nonna e dal padre (la madre Jane è morta tempo prima) che conducono la loro esistenza e si preparano all’evento nuziale coerentemente con il loro modo di essere e incuranti del cataclisma che tutto questo comporterà nella vita della più debole delle due gemelle. Sì, perché malgrado l’ostentato cinismo, Cassandra è fragile (anche se Judith dice “c’è sempre stato un che di tigre, in Cassandra” p. 213), ha necessità di sostegno e di riconoscimento da parte di una sorella che ormai, matura, è interamente proiettata nel futuro (ma Cassandra confonde la maturità della sorella con una forma di mancanza di tatto e addirittura spietatezza, arriva anche a definirla ‘molto convenzionale’ e proprio per questo destinata ad essere felice, come se la felicità potesse risiedere nell’ordinarietà e viceversa come se l’originalità fosse l’anticamera dell’infelicità).
Cassandra è irrisolta, non sa immaginarsi fuori dalla coppia che fin dalla nascita ha formato con Judith, da cui la distanziano solo undici minuti, nel momento della nascita, e dalla quale ha viceversa sempre voluto distinguersi, a partire dal rifiuto di vestirsi in modo identico alla sorella, come vezzosamente avrebbe desiderato la loro nonna materna, salvo poi acquistare inconsapevolmente lo stesso abito, della stessa marca e dello stesso colore, già scelto dalla sua gemella per il giorno delle nozze. L’‘incidente’ dell’abito per la cerimonia di Judith sembra quasi minare la profonda e convinta esigenza delle gemelle di essere distinguibili almeno nell’abbigliamento, visto che fisicamente possono essere confuse facilmente: “Essere come noi non è facile, richiede una costante attenzione al dettaglio. Ci ho riflettuto tantissimo, ci abbiamo riflettuto entrambe. Come ho cercato di spiegare alla mia psicologa, si tratta di impegnarsi incessantemente per riuscire a essere il più diverse possibile: perché, affinché ci possa essere un ponte, prima dev’esserci uno spazio da attraversare. E il vero progetto è il ponte.” (p. 124), ovvero la possibilità e la capacità di essere legate, mantenendosi a distanza. Anche questo (si distinguono? Non si distinguono? Da cosa si distinguono?) è uno dei cliché che il ‘mondo esterno’ rovescia addosso ai gemelli. Ed è quel cliché che Cassandra avrebbe voluto da sempre rovesciare, rispedire ai mittenti, mantenendo il legame intimo con quella parte di sé, sua sorella, che invece ora se ne sta andando per la sua strada.
Il racconto di questi tre giorni di preparativi psicologici al grande evento sono raccontati alternativamente dalle due sorelle, in tre parti (parla cassandra, parla judith e di nuovo parla cassandra), dove la voce di Cassandra è quella che prevale. E lo stile che caratterizza le parti in cui le voci delle gemelle si cambiano il turno rispecchia il temperamento delle due ragazze, tanto indistinguibili fisicamente quanto nettamente identificabili caratterialmente.
Ho trovato la sintassi di Dorothy Baker molto moderna (non dimentichiamo che l’Autrice, originaria del Montana, è nata nel 1907), ma non so quanto questo si debba alla traduzione: i periodi sono molto ritmati, c’è una prevalenza di frasi brevi e la paratassi è preponderante, soprattutto nei soliloqui di Cassandra. Anche i dialoghi occupano una parte importante della narrazione, tanto che si potrebbe pensare a una sceneggiatura già quasi costruita.
Molto di Cassandra, del suo carattere e della sua storia viene analizzato da Peter Cameron nella postfazione al romanzo, ma lui lo può fare proprio perché il suo commento si legge alla fine, a carte scoperte. Lo scritto di Cameron rappresenta quindi un motivo in più per leggere questa storia, anche perché offre ulteriori spunti di riflessione rispetto a quelli che si maturano ad una prima lettura del romanzo di Dorothy Baker, con interessanti incursioni nell’unica prosa di Sylvia Plath, il romanzo “La campana di vetro” del 1963 la cui tormentata protagonista tanto ricorda la nostra Cassandra Edward (che nasce un anno prima, nel 1962).


[1] E questo è per dire dei vantaggi degli acquisti di libri su circuiti dell’usato, di cui gli studi di mercato non tengono abbastanza conto quando si parla di quanto si legge/non si legge in Italia (quando poi sono proprio i lettori più forti che si orientano verso il mercato del libro usato, per ovvi motivi di sopravvivenza economica, in prima istanza).