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sabato 3 dicembre 2016

"Fidati di me, fratello (una storia vera)" di Alessio Viola

Un consiglio di famiglia è sempre una cosa importante. 
Per questo motivo si tiene a tavola, 
non ci sono posti migliori, 
soprattutto la domenica all’ora di pranzo. 

Vitino Sciannameo prende le redini della propria famiglia dopo che il padre è stato ucciso per uno sgarro consumato ai danni della Camorra. Il clan barese, a cui Sciannameo padre era affiliato, nella persona del boss Nicola Degiosa offre aiuto e protezione a Vitino, che non può pensare alla vendetta (ché la malavita segue un codice in cui l’errore si paga sempre, al di là degli schieramenti e delle rivalità) ma che può ereditare un ruolo all’interno dell’organizzazione. 
E Vitino è bravissimo: uomo di poche parole, si fa carico di un compito che non si aspettava di dover onorare così giovane, comprende che la fermezza e il cinismo saranno sue compagne di vita, che l’onore ha un prezzo e che i soldi muovono tutto. Vent’anni dopo il funerale del padre, Vitino e la famiglia si ritrovano nella stessa chiesa, per un altro funerale. 
È così che parte il lungo flashback che ricostruisce l’escalation feroce di Vitino, che non esita a utilizzare Franchino, il fratello minore che vive ammirandolo sconfinatamente, come “assaggiatore” della droga che acquista e rivende dopo aver organizzato una specie di supermarket della roba, in un quartiere nuovo di periferia, il Sant’Elia, dove è possibile trovare ampi spazi di manovra, sempre con il beneplacito dei vertici dell’organizzazione malavitosa, capeggiata da Degiosa. Nel frattempo anche dal quartiere Libertà, dove vive nel centro di Bari, Vitino si è mosso e nei pressi della stazione, ai margini tra il quartiere Murat, con i suoi negozi scintillanti, e il quartiere Libertà, crocevia della microcriminalità, allestisce una casa di appuntamenti di lusso, dove piazza le sorelle gemelle come tenutarie. Sembra impossibile che in uno spazio così circoscritto possano convivere zone socialmente tanto distanti: il distretto murattiano, salotto della città, centro del commercio e della cultura, e il quartiere Libertà, storicamente degradato, dove l’illegalità dilaga e la vita per i giovani è una scommessa. 
Potrebbe accontentarsi, Vitino, e restare all’ombra del boss, al suo servizio, e invece prova ad allargarsi, tenta la scalata “imprenditoriale”, con Franchino che gli garantisce la qualità dell’eroina acquistata: a lui basta assaggiarla appena, osservarne il colore, annusarla per capire da dove viene e con che cosa è tagliata. E poi spararsela in vena, ché non c’è prova più provata dello sballo, anche se i rischi ci sono, ma tanto li corre solo lui, il più debole, il più esposto. 
Il romanzo ha un andamento sdoppiato, da una parte il successo di Vitino, sempre più sicuro, sempre più ricco, dall’altra il degrado di Franchino: “Fu un anno intenso, quello dei due fratelli. Il grande si era impegnato a costruire l’impresa, il piccolo a demolire la propria esistenza” (p. 51). Le storie di Vitino e Franchino corrono e si incrociano, perché i due fratelli sono necessari l’uno all’altro, anche se per motivi diversi. 
Fulcro e sfondo delle vicende c’è la famiglia, spesso descritta a tavola, luogo previlegiato in cui consolidare affetti e affari: panzerotti e brasciole sono simboli della tradizione gastronomica barese e non possono mancare nella cucina di mamma Floriana, vedova ancora giovane, piacente e in grado di farsi ascoltare dai figli, nonostante l’autorità del primogenito la tenga in una posizione subordinata in cui può dare pareri, ma alla fine è lui che comanda e che alla famiglia dà “lavoro”. 
I personaggi che Alessio Viola mette in scena sono forti tutti, anche quelli minori, i comprimari che sono necessari per rendere un ambiente, un’atmosfera, uno stile di vita e che sono spalla dei personaggi principali, tra cui bisogna annoverare la città, Bari, così prepotentemente presente, viva, maledetta e meravigliosa insieme, col suo carattere, i suoi odori e i suoi sapori, che te li senti sciogliere in bocca come un crudo di mare appena pescato. 
E proprio il cibo e le descrizioni delle preparazioni gastronomiche tipiche della cultura barese e salentina, sono particolarmente accattivanti; trasudano cultura locale, passione verso la tradizione, attenzione verso il particolare (a cui non è estranea una piccola sbavatura a cui concediamo venia, ma che magari si potrà correggere in una ristampa –i particolari in calce a questo post, nel fuori onda-).
La seconda di copertina saluta il ritorno al noir di Alessio Viola, collocando idealmente la storia di Vitino e Franchino a metà tra Breaking Bad (serie televisiva il cui protagonista, sottopagato insegnante di chimica, malato terminale di cancro, decide di sfruttare le sue competenze di chimico per produrre metamfetamina insieme a un suo ex studente, già inserito in un giro malavitoso) e la tragedia greca, da cui prende il pathos e il senso del dramma familiare. E non si può che riconoscere la correttezza di questa definizione: Alessio Viola attinge, mutatis mutandis, a fatti di cronaca vera, ai quali aggiunge la sua straordinaria capacità di mimesi. E la cronaca, la vita vera, può essere crudele di per sé, basta solo saperla raccontare. 
Ha echi verghiani, questa storia dannata che racconta una scalata sociale, un successo economico, un cambiamento, che si ritorcono contro i protagonisti, colpevoli di aver osato troppo in un mondo che non concede spazi all’imprudenza e alla presunzione. 

Fuori onda: 
«Alessio… vedi che le municeddhe non sono lumache di mare...» 
«Ho scritto di mare? Lo so bene che sono di terra...» 
«Yes, di mare si dice nel menù leccese… e ho avuto un piccolo sobbalzo. Mi pareva strano.» 
«Ommadò»
(piccolo dialogo in chat: a true story anche questa) 

 
 
Photo HelenTambo on Instagram




Fidati di me, fratello (una storia vera) 
Autore: Alessio Viola 
Dati: 2016, 155 p., brossura; 
Editore: Aliberti compagnia editoriale (collana The Outlaws); 
Prezzo: € 15,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelle

venerdì 28 ottobre 2016

"Le jardin du nord" di Alessio Viola

 
Photo Alessio Viola. Canton

Prima di partire il nome circolò come un sussurro fra clandestini, cospiratori in procinto di imbarcarsi per la Cina. Le jardin du nord. I veterani della Cina te lo trasmettevano con pizzini delicati su carta di riso. Se andavi a Canton ci dovevi passare. Non era per tutti, nell’autunno del 1979. Luogo deputato per dirigenti di partito e per gli amici che arrivavano da lontano, partiti fratelli o associazioni di amicizia: di industriali commercianti trafficanti vari nemmeno l’ombra, al tempo. Arrivavi a Canton su un treno da Hong Kong, ti lasciavi alle spalle grattacieli miliardari e masse brulicanti di miseria, in quella stazione ti accoglievano le guardie con le mostrine rosse senza gradi, e i sorrisi dei contadini accampati per chissà quali viaggi. Jardin du nord, sussurrato subito alla reception di un albergo solo per stranieri, il receptionist ha un sobbalzo, cerca con lo sguardo quello dell’interprete-accompagnatore-commissario politico del gruppo di italiani. Un cenno del capo consente all’uomo del banco dei sogni di avviare le operazioni di prenotazione. Sarà per la prossima sera, la seconda ed ultima a Canton. Il capo dice a bassa voce che ci accompagnano ma non possono fermarsi a cena con noi, il prezzo era oltre ogni misura possibile per loro, ci sarebbero volute almeno due interpeti di italiano oltre lui. Ovviamente fu travolto da una serie di pacche sulle spalle e di cori d’incoraggiamento… lo stipendio di un funzionario equivaleva al costo di un pranzo in un ristorante medio italiano. Sarebbero stati nostri ospiti, chiaro. Il giorno dopo Incontri di partito, visite alle comuni agricole, alle università… va bene sì, ma il pensiero del gruppo era al jardin. La potenza del racconto era a quel tempo ancora l’unico incentivo a scegliere un luogo un percorso un’esperienza. Non potevi confrontare la narrazione con i post sui social, niente foto o gif, ti dovevi fidare di quello che ti trasmetteva il passaparola politico viveur. E i racconti ascoltati a Roma promettevano. Macchinoni scuri ci aspettavano fuori dall’albergo. Al primo interprete se ne erano aggiunte altre due, compagne del partito con il compito di facilitarci la comunicazione. Canton di notte non era quella di oggi. Silenzio, buio, rare automobili, guardie discrete ai crocevia più importanti. Fine novembre, ma a quella latitudine l’autunno è dolce, profumato di pioggia leggera e ancora tiepida, pareva di attraversare strade innaffiate di questi profumi. Stradine strette, lampioni rossi, gialli, bianchi a indicare vicoli e luoghi, specificati da scritte incomprensibili. L’inglese non esisteva come segnaletica bilingue, era una conquista ancora da raggiungere. Traffico quasi zero, erano solo le otto di sera. La certezza assoluta che se ti perdevi eri sparito per sempre. Il piccolo corteo di auto scure si fermò davanti ad una porta in pietra senza targhe o insegne, solo una lanterna rossa, citazione a sua insaputa. Nessuno all’ingresso. All’angolo dell’isolato, una macchina ferma, scura naturalmente, poteva essere vota o piena di poliziotti, vai a sapere. Il nostro capo guida ci fece strada. Come attraversare la porta di Corte Sconta, ti lasci dietro un mondo ed entri in un altro. 

Un giardino brillante di luci piccole, disseminate ovunque, alberi su torrenti leggeri e stretti, ponti di legno laccati di rosso, una musica lontana, voci sussurrate da tavoli semi nascosti sotto padiglioni di legno colorato e tegole rosse, personale silenzioso e delicato, scorrevano lungo i tavoli e sembravano quasi scivolare senza muovere le gambe. Colori. Azzurro intenso, rosso lacca, giallo brillante, verde smeraldo, ogni suppellettile ogni arredo era decorato ed abbellito da piccole sculture in avorio, giada, perfino sughero intagliato e ricamato come merletto. A bocca aperta, tutti, comprese le guide interpeti. Non capita tutti i giorni di prepararsi a cenare in un sogno. 

Seduti, i nostri amici spiegavano cose che non avremmo mai capito, sulla storia e la tradizione di quello che ci veniva presentato, il menu della serata. Non un foglio o una pergamena, ma un cuoco vestito come un principe gentile, delicato, che spiegava e attendeva paziente le traduzioni. Ragazze stupende in giacche ricamate con sorrisi da farti innamorare all’istante ci porgevano vassoi colmi di sete colorate profumate e calde, prima di cena, perché le mani e il viso fossero all’altezza di quello che ci avrebbero servito. Poi si materializzò sui tavoli un mescolio di colori e sapori, le composizioni di piatti che non osavi spezzare con le bacchette di avorio che ti erano state assegnate. Sapori da spazzare via ogni memoria mediterranea e occidentale. 

Spezie e profumi da ortaggi e verdure da far impazzire un vegano integralista per la follia creativa con cui erano state approntate. Sculture policrome di prodotti della terra che facevano apparire i gioielli cosa triste e dozzinale. Avevi paura a toccarle, spezzarne la forma e la magia per mangiarli. Il palato stimolato aggredito accarezzato da sensazioni mai provate. Il solo pensare a questo verbo ti faceva sentire volgare. E un cuoco che arriva al tavolo e da una palla di pasta bianca tira su con le mani con l’abilità di un illusionista degli spaghetti di riso che poi vengono cotti accanto al tavolo. Capisci che sono loro ad averli inventati, nessun altro potrebbe creare gli spaghetti così, dal vivo. E bocconcini croccanti di cane in agrodolce da far impazzire per la delicatezza, nessuno che osasse mandarli indietro, profumo ed aspetto da soli ti facevano diventare un selvaggio; e la zuppa dei tre serpenti piccante come un peccato inconfessabile da commettere in quei giardini, le carni bianche dei rettili ammorbidite e fasciate da un brodo denso e ambrato, inebriante e da far sudare per la forza del piccante; e l’anatra laccata da condire con mille possibili salse, prima la pelle croccante fatta a dadini, poi le carni tinteggiate di rosso scuro da salse alla frutta, agrumi e bosco mescolati; e lumache e pesci di fiume sommersi di frutta cruda da trasformare tutto in una dolcezza ittica impossibile perfino da immaginare; e gamberi di ogni taglia fritti in pastelle profumate, diverse e più delicate di quelle che avvolgevano rane delicatissime, croccanti, da mangiare senza sforzi per la croccantezza, gamberi in coppe azzurre trasparenti e salse di un giallo leggero che davano al tutto un tono smeraldesco di colori mescolati. 

Gli alberi facevano il loro suono da programma, frusciavano e scuotevano profumi nell’aria, muovevano i rami e scuotevano nell’aria fiori e pollini come se ci fosse una regia attenta a quella distribuzione. Le ragazze ai tavoli, e le nostre interpreti, sorridevano di sorrisi che la gioconda sembrava una povera contadina, il the servito per tutto il pasto, insieme a birre profumate e vini decenti, non si può essere perfetti in tutto, girarono velocemente, le porzioni non erano mai abbondanti, ti lasciavano una sensazione di curiosità e stimolo per quello che sarebbe venuto dopo. I dolci poi. Prima del diabete tutto era possibile. Dolci da allucinazione lisergica, scolpiti a forma di animali di dragoni di bestie favolose, ricami miniaturizzati di animali e fiori creati con creme sfoglie dolci di riso miele di ogni tipo, era davvero difficile romperli a mangiarli, ti sentivi in colpa per quel delitto. Erano da ammirare e andare in estasi. Per questo arrivarono in sostegno e conforto i liquori. Di riso e di cereali, di frutta, aspri e di erbe di chissà cosa, che scendevano come vino bianco ghiacciato. E il mau tai, il colpo finale ad ogni grasso depositato, una vera acqua santa che neanche a Lourdes. Profumo che ti assaliva a tradimento e fermava il bicchiere a mezz’aria, un liquore che sembrava estratto di calzini sporchi distillati da farne un digestivo oltre ogni limite della sopportazione. 

Appagati, il senso diffuso tra tutti era questo. Conoscemmo la beatitudine, e gli ovvi raffronti con altre beatitudini del corpo sono dunque evitabili. La guida e le interpreti abbassarono lo sguardo al momento del conto, noi ci sentimmo tutti in colpa per le certezze di quella sera: probabilmente non avremmo mai più cenato in quel luogo. Loro sicuramente. Il mattino dopo dovevamo alzarci presto per il programma del viaggio. I saluti non furono all’altezza della cena, un rimpianto mai sopito. Le ragazze si allontanarono come Shangai Lil alla fine della storia mai vissuta con corto Maltese. Bellissime leggere giovani irreali. Della materia dei sogni. 

Nessuno di noi dormì quella notte, non si interrompe un sogno dormendo. 

 ©AlessioViola

Soundtrack: David Bowie, "China girl"

lunedì 9 febbraio 2015

Ultima lettura: "Ti strappo e ti getto in pasto ai cani" di Alessio Viola


Ti strappo e ti getto in pasto ai cani

Autore: Viola Alessio
Dati: 2014, 132 p., brossura
Editore: CaratteriMobili (collana Molecole)

Un fottuto tumore, nel più fottuto, stupido, imbarazzante, ridicolo posto
 in cui potesse andare ad annidarsi in un uomo, nella ridicolissima prostata,
che solo a nominarla sembra che non ci possa essere niente di serio
riconducibile a quella specie di patata spugnosa
nascosta dietro l’uccello di ogni uomo

È lo stesso autore che definisce questo romanzo un racconto-esorcismo, quello che si fa per allontanare qualcosa che si teme, dopo esserci andato molto vicino.
Si parte da una circostanza vissuta realmente, un momento autobiografico, la scoperta di una malattia reale e fortunatamente sconfitta; l’introduzione spiega il perché di questo libro, questo cucire cose già scritte, le riflessioni a margine, i momenti anche solo immaginati e quelli vissuti davvero. Durante la lettura poi ti chiederai quanto di reale c’è nel racconto, se l’impressione che hai è quella di conoscere e avvicinarti ai personaggi, tutti, come se facessero parte della tua vita.
Photo HelenTambo on Instagram
Una prima breve parte del libro è dedicata al racconto delle indagini cliniche, della diagnosi e soprattutto della reazione che il protagonista ha alla scoperta della malattia -un cancro alla prostata- e alle informazioni di tutto ciò che da quel momento potrà succedergli. Ed è una reazione fatta di sudore e di urla scomposte in macchina e in solitudine, per lasciare uscire la paura.
La paura viene dalle parole, sono loro a spaventare, quelle che sentiamo ‘brutte’ come è brutta la parola ‘carcinoma’: occorrerebbe una rotazione delle parole, “un loro uso diverso e alternativo” (p.19), un turn over che le spogli della loro capacità di destabilizzare.
Diverso effetto farebbe sentirsi dire “hai un amore che ti cresce dentro”, sarebbe tutto forse più sopportabile, invece di ricevere un'informazione asettica e professionale del fatto che dentro hai qualcosa sì, ma si chiama cancro: il potere della parola, eh?
Viola dedica pagine importanti alla necessità della prevenzione per evitare l’incontro con la malattia, quell’incontro che può essere fatale se non sorpreso in tempo, mentre sta già rodendoti dentro: quando il suo protagonista però si trova faccia a faccia con quella cosa che gli è cresciuta dentro, addosso a “quella specie di patata spugnosa nascosta dietro l’uccello di ogni uomo”, con quel male che vorrebbe strappare e gettare in pasto ai cani (e sarà Leonardo, il robot della sala operatoria a farlo), deve fare i conti con quello che succederà dopo che ha saputo.
Riprende la narrazione. Il tumore è operabile, quindi c'è la lunga, ragionata disamina del consenso da dare prima di finire steso su un gelido lettino operatorio: su quale organo si interviene, quale può essere l’approccio chirurgico più opportuno, le opzioni terapeutiche successive (ché l’intervento non può bastare, a volte), cosa succede normalmente al paziente durante l’operazione, come sarà il risveglio, quali saranno le conseguenze e le possibili complicanze, arrivando infine alla parola ‘morte’, che pure va messa in conto.
Il racconto del prima si interrompe bruscamente sulla parola ‘buio’: la tensione che è andata in crescendo mentre il lettore accompagnava il protagonista fino al tavolo operatorio è destinata a stemperarsi, a perdersi nel paesaggio che fa da cornice all’ultimo viaggio che l’uomo ha pianificato in ogni momento. Le protagoniste della seconda parte del libro sono le cinque donne della sua vita, quelle importanti, quelle che si sono avvicendate –e qualche volta sovrapposte- al suo fianco.
Mara e Dolores, le prime, legate da un’antica amicizia, poi separate da lui che si era insinuato tra loro, ritrovatesi adesso, non senza iniziale imbarazzo. Il confronto può essere crudele, o almeno doloroso. Invece i ricordi scivolano, sia pure con qualche frizione, ciascuna consegna all’altra pezzi di Lui, frammenti sconosciuti si rivelano a loro che pensavano di conoscerlo bene (“era quello che era per tutte noi” p.81).
 E poi arrivano Ulrike, e Nilde e Margherita, tutte diverse, tutte ‘ragazze’, le sue. Un social network ha fatto il miracolo di farle incontrare, secondo un disegno ordito dall’uomo, che prima di lasciarle per sempre ha fatto in modo che entrassero in contatto tra loro, che si riconoscessero in qualche modo, per prepararsi all’incontro.
Tante donne ne fanno una, dalle mille sfaccettature. E l’uomo che ha fatto un pezzo di strada con ciascuna di loro, ha mostrato pezzi di sé, diversi o coincidenti. Come in un caleidoscopio, tutto si combina a formare figure sempre nuove. Le cinque donne hanno risposto a una specie di convocazione, si passano adesso il turno di parola, ci restituiscono il ritratto a tratti contraddittorio di un uomo che ha lasciato dietro di sé amore e canzoni, quelle che vuole che vengano suonate al suo funerale.
Oltre ai dialoghi, realistici e impietosi anche, ci sono gli sguardi e i vestiti, le risate e le lacrime. 
E Savelletri, che non è meno protagonista dei personaggi del romanzo, personaggio lei stessa con la sua chiesetta sul mare, i suoi bar, i ritrovi dei pescatori, i ricci e gli aperitivi, la salsedine che si attacca alla pelle, con la terra rossa degli uliveti a ridosso del mare.
Bisognava stare attenti alla retorica spicciola, quella che –traditrice!- è sempre pronta a far sbavare il disegno narrativo. Alessio Viola ci è riuscito bene, consegnandoci un ritratto asciutto ed essenziale di un uomo fatto di ciò che ha lasciato a ognuna delle sue donne.
Ultima notazione: il libro è disseminato di titoli di canzoni, quelle che hanno accompagnato la vita del protagonista nei momenti condivisi con le sue donne. Ne ricordo qui solo una: "Mind Games" di John Lennon, perché a me fa venire i brividi.

domenica 10 agosto 2014

Ultima lettura: "Dove comincia la notte" di Alessio Viola


Dove comincia la notte

Autore: Viola Alessio
Dati: 2013, 338 p., rilegato
Editore: Rizzoli (collana La scala noir)

È l’ambiente che fa la malavita

Ho finito questo romanzo nella notte, precisamente dove finiva la mia notte.
Impossibile staccarmene finché non avessi saputo che fine avrebbe fatto il sovrintendente Roberto De Angelis, poliziotto di lungo corso, di esperienza, bravo a tal punto da muoversi al limite della legalità, anzi spesso superando il limite della legalità, pur di portare a casa il risultato e molto somigliando in questo al vicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini (qui e qui)e al commissario Bordelli di Marco Vichi (qui).
Pochi ingredienti fanno di questo romanzo, che si basa su vicende realmente accadute negli anni Novanta a Bari, opportunamente adattate alla finzione narrativa, un noir indimenticabile: la fotografia di quella realtà malavitosa e abbrutita è realistica, quasi cronachistica. C’è Bari, c’è la lotta per il predominio in città della nuova malavita organizzata, c’è un poliziotto che indaga con mezzi non precisamente ortodossi, c’è una strana amicizia tra persone che non potrebbero essere più lontane e diverse, c’è un amore senza speranza che forse non è nemmeno amore, c’è il degrado di un mondo oscuro.
Photo HelenTambo on Instagram
Soprattutto c’è la città. A Bari mi lega un affetto speciale, che mi fa riconoscere luoghi e odori e scorci e sguardi e sapori: sensazioni che si rinnovano ogni volta che ci capito, anche solo di passaggio, e che ritrovo quando leggo un romanzo che ne parla, senza volerne fare un ritratto stereotipato e idilliaco da cartolina, come anche in "Prima che tu mi tradisca"di Antonella Lattanzi e in molti pezzi che Rita Lopez pubblica nel suo blog.
In questo romanzo di Alessio Viola, Bari sa essere brutta, sporca e cattiva, ma anche bellissima, struggente, malinconica. La descrizione dei luoghi, dal quartiere Libertà dove vive il protagonista, a Poggiofelice, residence periferico, roccaforte del clan all’interno del quale opera lo spacciatore –poi killer spietato- Giacinto Trentadue, da Barivecchia al quartiere Murat, contribuisce a tracciare una geografia che è soprattutto dell’anima. Oltre il luogo c’è la storia, una di quelle che ti prende in crescendo, ti avvolge nelle sue spire fino a toglierti il fiato, portandoti alle ultimissime pagine e concludendosi in modo del tutto inaspettato: tutto ciò che temi che sia scontato, il limite oltre il quale il poliziotto De Angelis si spinge, si risolve in modo sorprendente. Quello che si chiede a uno scrittore è proprio questo: la capacità di acchiapparti fino all’ultima parola, di accompagnarti in un viaggio, ovunque e altrove, che sia immersivo, dove puoi camminare al fianco dei protagonisti, vederli, sentirli.
La prosa di Viola, editorialista del “Corriere del Mezzogiorno” con un passato di operaio, insegnante e rugbista, è asciutta e veloce. I dialoghi sono serrati, emerge prepotente il dialetto (se lo conosci ne senti l’intonazione, la cadenza, se non lo conosci non ci sono comunque problemi a comprenderlo), i modi di dire, le espressioni idiomatiche che fanno tutt’uno con le espressioni del volto di chi le pronuncia, e tu lettore le vedi, tu vedi tutto.




 Faccio solo un piccolo appunto su quella che immagino sia una mera svista in sede di editing: a p. 284 leggo “Le strade erano come stratificazioni minerali, una dopo l’altra gli ricordavano le cose che aveva studiato al liceo”, mentre due pagine dopo trovo “Ma al momento di scegliere la scuola superiore si era fatto convincere dagli amici a preferire un istituto per ragionieri” (p. 286). Insomma, non si capisce che scuola De Angelis abbia frequentato ai tempi, ma appunto ciò non toglie sostanza e significato alle stesse pagine, disorienta il lettore ma non più di tanto.