Visualizzazione post con etichetta J. K. Rowling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta J. K. Rowling. Mostra tutti i post

mercoledì 12 novembre 2014

Roba da bambini

   Non saprei dire da quando ho la passione – mania – per la lettura. Direi da sempre, da quando ho imparato a leggere all’età di cinque anni, con il librone di “Hercules” della Disney, che lanciavo dall’altra parte della stanza quando non riuscivo a capire una frase. Mia madre era contenta di comprarmi libri (non ugualmente felice di vedermi scagliarli contro il muro, ma è una fase che con sua somma allegria ho superato presto), perché diceva che così avrei passato meno tempo davanti alla televisione.
   Da bambina i miei genitori mi spingevano a fare quello che più mi piaceva e, sebbene fossero confortati del fatto che mi piacesse leggere, non era per loro una priorità che io diventassi una divoratrice di libri. Anzi, quando fui più grande erano sinceramente preoccupati del dispendio di denaro e di spazio che i miei libri causavano.
   Rimane il fatto che leggo sin da quando ero piccola e ci sono dei libri che sono stati molto importanti per me, ai quali guarderò sempre come i libri della mia infanzia.
 
   Dopo aver letto il sopracitato “Hercules”, che non ho mai tenuto in considerazione perché era più immagini che parole, il primo ‘libro vero’ che ho mai letto è stato “Matilda”, di Roald Dahl. Ero molto fiera di averlo letto, perché era un libro come quelli che leggevano i grandi. Sì c’erano le figure, è vero, ma c’erano anche un sacco di pagine senza nemmeno una figurina piccina picciò, e poi i disegni non erano nemmeno a colori, che diamine!
   Credo che “Matilda” mi piacque tanto perché era uno di quei personaggi in cui mi potevo immedesimare, ma allo stesso tempo aveva delle caratteristiche per cui volevo assomigliarle. Tanto per cominciare anche io ero una femmina, e non sia mai che a cinque anni preferissi un libro con un protagonista maschio perché «che schifo i maschi!»
 
 
   A parte questo io e Matilda ci assomigliavano parecchio perché leggevamo tutte e due un sacco, ma avere anche dei poteri e combattere presidi malvagie non mi sarebbe dispiaciuto neanche un po’.
   Pian piano si insinuò in me l’idea che leggendo tanti libri come Matilda, anche io avrei vissuto avventure straordinarie come lei. Magari è per questo che ancora non smetto di leggere: sto ancora aspettando di venire catapultata in un universo parallelo mentre faccio la mia sessione di jogging, o di venire rapita dagli alieni durante la pausa pranzo, di incontrare eccentrici personaggi quando faccio la spesa o, semplicemente, delle creature sovrannaturali nascoste fra colleghi e amici. Cose così, no? Prima o poi mi capiterà, lo so!
   A proposito di Matilda, vi informo, se non lo sapete, che esiste un fantastico musical scritto da Tim Minchin. Chiaramente non arriverà mai qui in Italia (se ci hanno messo cinque anni a portare “Gli studenti di storia” di Alan Bennet che è una normale pièce teatrale, non vedo come potrebbero adattare delle canzoni in maniera soddisfacente e in tempi rapidi), per cui ho già deciso che per la mia prossima visita a Londra una tappa al musical di Matilda è d’obbligo. Intanto vi lascio con una delle canzoni che mi piacciono di più: “When I grow up”.
 
 
   Un altro libro che è stato importante per me è “Il mago di Oz”, di Frank L. Baum. Le mie maestre me lo regalarono in quinta elementare dopo l’esame. Ne regalarono uno diverso a tutti quanti, e a me toccò quello. Purtroppo lo avevo già letto perché mi era stato regalato da qualcun altro, ma non ne feci parola con loro ovviamente.
   Ancora oggi ho quel libro e quando una volta mi è capitato di fare una scernita dei libri che volevo tenere per fare spazio fra i miei scaffali (i poveri scartati sono finiti in biblioteca, ma gli scaffali sono stati felici perché si stavano piegando per il peso!) ho scelto di tenere quello delle mie maestre.
   Una delle cose belle dei libri è che non solo regalano la loro storia in sé, ma possono anche portare ricordi su un periodo o un episodio della nostra vita.
 
 
   Pietra miliare delle mie letture di bambina è “Harry Potter e la Camera dei Segreti”. Apposta non cito tutta la saga perché il secondo volume è stato il primo che ho letto, seguito poi dal primo e infine dal terzo, dopo il quale sono andata in ordine. Una delle mie zie non sapeva che fosse il secondo di una serie, sapeva solo che in molti ne parlavano, così decise di regalarmelo.
   La cosa buffa è che all’inizio lo odiavo, faticavo davvero a leggerlo! Nel primo capitolo c’era questo ragazzino che veniva maltrattato dai suoi zii, e venivano nominate cose a me incomprensibili, come Hogwarts, Piton («Che cosa cavolo è un Piton?!», mi chiedevo indignata) e Cappelli Parlanti. A invogliarmi a leggere fu mio papà, che evidentemente non voleva sprecare così l’opportunità per tenermi per un po’ impegnata con un bel libro. Mi bastò resistere fino all’apparizione dei fratelli Weasley su una macchina volante, dopodiché fui totalmente convinta della validità di Harry Potter. Come resistere, d’altronde, ai Weasley?
   Con Harry Potter mi sono affezionata per la prima volta ad una storia e ai suoi personaggi.
   L’unica cosa non così poetica che mi ha lasciato è una frase che è diventata un detto di famiglia. Ogni volta che da piccola qualcosa non mi piaceva – dai libri, al cibo, alle persone – mio papà mi convinceva almeno a provare a farmeli piacere, prendendo come esempio il fatto che prima odiavo Harry e poi l’ho amato, e diceva sempre: «Ricordati di Harry Potter!» E me lo ha ripetuto talmente tante volte che ora tutti in famiglia conoscono questa frase.
   Ogni tanto la dice ancora…
 
 
   Per qualche motivo che non ricordo, quando andavo ancora alle elementari entrai in possesso di “Strega come me”, di Giusi Quarenghi. Non mi ispirava per niente e di fatto lasciai lì il libro a prendere polvere sul comodino (o meglio dietro il comodino, sotto il comodino, come tassello per non far traballare il comodino!) per parecchio tempo.
   Un giorno mi colpì la terribile maledizione del lettore, che ogni tanto capita al lettore distratto, o troppo impegnato, o a quello che è ancora economicamente dipendente dai genitori, come ero io all’epoca: ero rimasta senza niente da leggere. Fui colta prima dalla noia, poi dalla disperazione, infine dalla rassegnazione. Sarei stata costretta a giocare con le Barbie per un sacco di tempo, cavolo! Infine, i miei occhi caddero sul volumetto che stava, appunto, sotto al comodino e, in mancanza di altro, con un’alzata di spalle iniziai a leggerlo.
   Nemmeno dieci pagine e già mi domandavo se anche io avrei potuto frequentare un collegio per streghe. Ricordo che risposi al questionario che c’era in mezzo al libro, che riguardava i requisiti per entrare a far parte del collegio, ma con mio grande scorno scoprii di non averne nemmeno uno. Il disappunto durò poco comunque, perché il libro era troppo bello per perdere tempo a pensare che, uffa!, non ero una strega.
   “Strega come me” è stato il primo libro che mi ha sinceramente stupita, e da allora ho imparato a dare una chance ai libri che mi finiscono fra le mani praticamente per caso. C’è sempre la possibilità che diventino alcuni dei miei libri preferiti.
   Da allora, il mio comodino traballa.
 
 
   Durante le vacanze di Natale, un anno, andai a trovare dei parenti in campagna e, dato che sapevo che d’inverno non c’era molto da fare lì (nessuna possibilità di correre su e giù per le colline, né di mangiucchiare l’uva dalle viti o di fare a gara a chi lanciava le mele cadute dall’albero più lontano, insomma, una vera noia!), portai con me un libro.
   Fu una saggia decisione. Intanto, perché non c’era davvero molto da fare. E poi perché “Gelsomino nel paese dei bugiardi”, di Gianni Rodari, divenne subito uno dei miei libri preferiti.
   Oltre alle illustrazioni, che erano bellissime, aveva dei personaggi davvero incredibili di cui ora purtroppo mi sfugge il nome. So bene che c’era un gatto fatto di grafite che inneggiava alla rivoluzione scrivendo slogan contro il re lungo le strade, e che il re in questione altri non era che un pirata calvo che indossava bellissime parrucche.
   La cosa che mi piaceva di più del libro era che nel paese dei bugiardi tutti dovevano parlare e comportarsi al contrario. Se volevi il pane dovevi andare dal cartolaio e se volevi della carta dal panettiere. I somari venivano premiati e gli studenti diligenti puniti, e per fare un complimento si doveva dire: «Hai una bella faccia da schiaffi!»
   Questo è un libro che consiglio a tutti i bambini.

 
   Direi che ho finito con i libri della mia infanzia. Sicuramente ce ne sono molti altri che ora non mi vengono in mente, ma direi che questi, se me li sono ricordata subito, sono di certo i più belli.

domenica 18 marzo 2012

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli - No Doubt

   Non ho alcun dubbio su questo!
   Se avrò dei figli, prima di tutto, cercherò di farli leggere il più possibile, di fare loro capire quanto è bello immergersi in un libro piuttosto che sparire seduti sul divano davanti alla televisione. Il libro (o i libri, meglio) che farei leggere loro sarà di sicuro
Harry Potter, di J. K. Rowling


   Per me è stata una cosa talmente fantastica che vorrei di certo che anche dei futuri possibili pargoli la sperimentassero.

mercoledì 14 marzo 2012

Un piano geniale

   Il volume di mezzo della saga di Harry Potter è sempre stato uno dei miei preferiti. Principalmente, e devo proprio ammetterlo, perché torna Voldemort, in carne e ossa. E non ci sono più cazzi, no, no! Sembra che abbiamo atteso i precedenti tre libri solo per arrivare a questo punto, il culmine!
   Il fatto che mi piace di più è, di certo come questo libro riesce a collegarsi al terzo in maniera naturale. Se fra il primo e il secondo, e il secondo e il terzo volume, c’era una sorta di strappo, qui non esiste. La continuazione è liscia e senza scossoni, e tutto sembra così maledettamente irrimediabile: Codaliscia fugge e si riunisce al suo padrone, com’era stato predetto, e da lì tutto ha inizio.


   Come al solito la parte finale, nella quale viene spiegato tutto, è la più emozionante. Questa volta però la Rowling ha superato sé stessa concependo un piano perfetto e senza falle che per tutto l’arco del libro non fa che dare spunti qua e là con saggezza, aumentando la curiosità e dando poi al lettore quella sensazione di sbigottimento quando alla fine ogni cosa viene rivelata: il rapimento di Malocchio Moody e i bidoni della spazzatura, la scomparsa di Bertha Jorkins, la storia familiare del signor Crouch (e qui un particolare apprezzamento per aver dato a padre e figlio lo stesso nome di battesimo, e aver fatto scervellare lettori e protagonisti su che cosa ci faceva Barty Crouch a Hogwarts in piena notte).

   Alla fine del libro, davvero, non si può che essere rammaricati.
   Per una volta la mia recensione finisce qui, perché non ho proprio niente da dire a parte apprezzamenti, che alla lunga risultano noiosi e un po’ inutili. Di certo questo è il volume di Harry Potter che anticipa le avventure che verranno, e terminarlo senza fiondarsi subito sul prossimo è cosa decisamente difficile.

domenica 4 marzo 2012

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo - Fantasy attack

   In questo periodo sono tornata al fantasy, il mio genere di nascita!
   Sto leggendo l'ultimo del Ciclo dell'eredità di Christopher Paolini, "Inheritance o La volta delle anime" e nel contempo "Harry Potter e il Calice di Fuoco", di J. K. Rowling.

   Non so perché leggo i libri contemporaneamente.


giovedì 23 febbraio 2012

3. Il tuo personaggio preferito - Contro il tempo, perdente

   Oddio, tecnicamente è mezzanotte passata, ma è che mi stavo per dimenticare e poi sono stata presa dallo scrivere una fanfiction!
   Comunque questo post è estremamente semplice per me, per fortuna.
   Personaggio preferito? 
Severus Piton

   Per foza. Lui è il mio fidanzato. Come si fa a non amarlo? E' talmente stronzo eppure dolce più di mashmellow! Per di più la sua fine tragica e il suo amore mai risolto me lo fa adorare ancor di più.

martedì 31 gennaio 2012

Primo in classifica

   Oh, lo so, ci ho messo davvero un sacco a cominciare questa recensione! Il fatto è che è un periodo molto confuso, ne scriverò presto, se la confusione passerà…

   Be’, che dire? “Il prigioniero di Azkaban” è forse il mio preferito nella saga di Harry Potter. Perché? Be’, semplicemente perché, dopo i primi due, ci lasciamo alle spalle una storia che sembra ormai doversi ripetere all’infinito (tanti misteri a Hogwarts e alla fine chi c’è dietro? Toh, guarda un po’: Voldemort!) per addentrarci in una trama molto più complessa, una trama che non termina con il libro ma che si protrae per tutta la saga. A mio parere è qui che inizia il bello.
Questo però lo si intuisce solo alla fine del libro, il che non toglie nulla alla trama. Per la prima volta, per fortuna, non abbiamo a che fare con Voldemort, ma con il suo braccio destro, Sirius Black, che è molto più inquietante dato che non è uno spiritello ma un uomo in carne e ossa (forse molte più ossa, ma comunque spaventoso).

   Devo ammettere che, una volta letto tutto il libro, sebbene risulti piacevole, non si può fare a meno di etichettare tutto quanto, a parte le ultime cento pagine o giù di lì, come appunto ‘piacevole’, perché il finale è qualcosa di incredibile. Incalzante, non si può smettere di leggere! Alcune delle cose che ho apprezzato di più sono state la storia dei Malandrini, la Giratempo, e i Dissennatori.
   Vorrei lasciare i Malandrini per ultimi, perché meritano una digressione alquanto lunga.


   Partiamo dalla fine: i Dissennatori. Credo che siano una delle invenzioni più spaventose della Rowling! A immaginarli mi vengono i brividi lungo la spina dorsale. Alte figure incappucciate che succhiano via tutta la felicità e l’anima delle persone. È ovvio che ancora una volta sia Harry quello che ne risente di più, e la spiegazione non fa una piega, ma sono sempre un po’ combattuta quando si tratta di vittimizzare così Harry. Harry l’Orfanello, Harry che Dovrà Sacrificarsi per Tutto il Popolo, Harry che Ha un Cuore d’Oro e i Nervi d’Acciaio… bah, maglio lasciar perdere – disse la fan di Voldemort.

   Piuttosto, la parte della Giratempo è perfetta. Anche solo immaginare i doppioni di Harry e Hermione che spiano i loro sé stessi del passato è qualcosa di surreale, divertentissimo. Non è un concetto nuovo il viaggio nel passato, è già stato sviscerato a lungo in altri libri, in altri film, in molte cose. Non è certo un’invenzione di J. K., ma rimane comunque un concetto molto complesso, che lei ha saputo trattare in una ventina di pagine circa. Il fatto, comunque, che Hermione usi tutto l’anno la Giratempo per partecipare a più lezioni di quante dovrebbe è esilarante! Proprio da Hermione, la adoro solo per averci pensato!

   Infine, passiamo alla mia parte preferita: ossia, i Malandrini.
   A questo punto della saga siamo talmente addentro al mondo di Harry Potter che un po’ di misteri dal passato ci volevano. Personalmente adoro la storia dei Malandrini, quattro ragazzi che ne fanno di ogni a scuola, non ci potrebbe essere cosa più semplice di questa, ma nella sua semplicità c’è del mistero che si interseca con la trama. Il Platano Picchiatore, le assenze del professor Lupin, l’astio di Piton, tutto viene spiegato. E ancora peggio il tradimento di Minus, la scoperta di chi è veramente Sirius Black, il ribaltamento di una storia da così a così! La Rowling è stata molto abile nell’inserire tutto ciò alla fine del libro, un sacco di informazioni vengono date in ogni pagina, ogni parola contiene la risposta a una domanda, e questo è ciò che non ti permette di staccare gli occhi dalla pagina!

   Questo volume, per me, è uno dei migliori della saga. Forse il migliore fra tutti, ma quando avrò finito del tutto di rileggere vi saprò dire. Fin ora “Il Prigioniero di Azkaban” ha raggiunto il primo posto nella mia classifica.

martedì 20 dicembre 2011

L'oscurità porta profitto

   Torno alla carica con la mia ossessiva voglia di rileggere tutti gli Harry Potter, cosa veramente molto facile dato il fatto che ne so buona parte a memoria. Tuttavia rimane sempre qualcosa da scoprire!
   Quando ho letto per la prima volta “Harry Potter e la Camera dei Segreti” non mi era piaciuto moltissimo, e per diversi anni non ha mai retto il confronto con altri libri della saga. Adesso che l’ho riletto devo dire invece che l’ho trovato piacevole, più di quanto ricordassi.
   Hogwarts si tinge di atmosfere cupe, di misteri che vanno al di là del tempo e sono sempre più intriganti e oscuri, ad un tratto del tutto illogici, tanto che smettere di leggere diventa complicato perché si vuole conoscere la risposta a questa domanda:«Ma cosa cavolo sta succedendo?!».
   Credo non ci sia bisogno di ricordare la trama, ma è chiaro che in questo libro la Rowling ha superato il primo Harry Potter per quanto riguarda lo sviluppo della storia. Quel non so che di meccanico che ho trovato nel primo volume è qui svanito, e tutti i piccoli e grandi elementi della trama che, in seguito, acquisteranno una spiegazione, si amalgamano in maniera omogena. Ogni singola parola cela dietro di sé un segreto, e con l’andare avanti delle scoperte di Harry & Co. alcune cose acquistano senso, ma anche misteri più grandi si pongono di fronte ai ragazzi, misteri che saranno svelati solo alla fine.
   In particolare mi è piaciuta molto questa versione del castello di Hogwarts: l’inespugnabile fortezza attaccata dall’interno, da un mostro sconosciuto e da qualcuno che semina il terrore nascosto in un angolo. Quasi un racconto dell’orrore, perché se ci pensiamo (anche se ogni cosa pare stranamente tranquilla nelle parole della Rowling) abbiamo gli elementi per spaventarci a morte: un mostro vaga in un castello, indisturbato, e tutti coloro che lo vedono vengono pietrificati; da qualche parte c’è una stanza segreta che è stata riaperta per sguinzagliare questo pericoloso essere, ma non è storia recente: qualcuno lo aveva già fatto cinquant'anni fa. Soprattutto questa storia del "cinquant'anni fa" mi fa impazzire!
   Insomma, il mistero regna sovrano, e questa volta ci allontaniamo un po’ dai misterucoli per poppanti del primo libro.

   Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è che, fino alla fine, Voldemort non fa la minima apparizione, forse neanche viene citato più di tanto. Non è lui il nemico principale, per una volta, ed essendo questo solo il secondo libro è quasi come se ce lo fossimo già lasciato alle spalle, come se fosse una questione risolta. Invece proprio alla fine, track!, il lodevolissimo (e poi inquietantissimo) Tom Orvoloson Riddle in realtà è Lord Voldemort. La prima volta che lo lessi rimasi a bocca aperta, sul serio. Forse sono una facile da trarre in inganno, e quindi facile da stupire, ma davvero sembravo un pesce lesso, ero gasata da Dio…
   Torna il mito dell’antagonista affascinante, perché anche se Voldemort è un brutto cattivone senza naso né capelli, da ragazzo era alquanto avvenente, a quanto ho potuto capire. È l’unica volta in cui credo che sia giustificata una cosa del genere. Insomma, di solito non mi piacciono i personaggi cattivi che sono fighi perché… perché? Perché va di moda il ragazzo bello e dannato? Insomma, certe volte un cattivo può anche non essere un figo da paura, tanto il 90% delle volte muore! Tuttavia il fatto che Tom Riddle sia stato un bel giovane mi piace come idea, perché prima di diventare il bruttone che conosciamo (ripeto: quell’uomo non ha il naso! La cosa mi ha sempre sconvolta) doveva usare un altro modo per ottenere i favori delle persone, e l’aspetto fisico è la maniera più veloce e quella che inganna meglio.
   Mi vorrei soffermare in particolare su un personaggio però: Gilderoy Allock. Lo so, lo so, è uno dei personaggi più inutili della saga, forse anche più inutile di Madama Pince la bibliotecaria, ma rimane comunque il mio preferito in questo libro.
   Mi rendo conto che, se fosse una persona vera, probabilmente vorrei prenderlo a calci in faccia ogni volta che apre quella sua bocca dai denti ‘lavati con perlana’, ma non potete dirmi che non fa morire dalle risate! Sono morta dal ridere! Ogni volta che compare dice di quelle cose assurde, e la Rowling lo inserisce più che come elemento di disturbo, come elemento comico, il che è un bene data l’atmosfera del libro.
   Sdrammatizzare un po’ fa sempre bene, per non eccedere nel tragico strappalacrime.
   In definitiva, ho riconsiderato questo secondo volume di Harry Potter, dov’è chiaro lo sviluppo della Rowling come autrice, che questa volta ci ha dato un romanzo molto migliore di quello precedente.


P.S. con due giorni di ritardo.
Sottolineo un'annosa questione che vede coinvolta la traduzione italiana di Harry Potter, che ha fatto un casino riguardo a qualcosa di molto, molto importante.
Il libro, man mano che si va avanti, tratta tematiche importanti, e una di queste compare nel secondo libro: il razzismo. Qualcuno mi prenderà per folle, a considerare razzismo quel che c'è in questo libro, ma io credo che sia proprio così. In fondo la questione è semplice: i bianchi si sentono superiori ai neri (perché mai poi?! Preferisco non addentrarmi in questa tematica senza senso) e i maghi Purosangue si sentono superiori ai nati babbani. E' la stessa cosa.
Ma torniamo alla questione annosa. Nell'edizione italiana per parlare dei maghi con un genitore babbano e uno mago viene usato giustamente il termine Mezzosangue. Il problema è che si usa anche per i nati babbani, che di mezzo non hanno proprio nulla, sono nati come babbani a tutti gli effetti! Bene, nessuno di voi ha mai pensato che questa cosa sia un po' confusionaria? Io sì, molte volte. Fino a quando non mi è capitato di leggiucchiare alcune parti della saga in inglese (più per divertimento che altro), e allora sono stata illuminata.
La Rowling ha coniato ben tre termini che riguardano la purezza di sangue:
Pureblood - per i maghi purosangue;
Halfblood - che si usa invece per coloro che hanno un genitore mago e uno babbano;
Mudblood - ad indicare i nati babbani.
Ora, quest'ultimo è decisamente un insulto, perché si può più o meno tradurre come sangue sporco o qualcosa di simile. Mezzosangue invece, se non ho capito male, diciamo che è solo un po' indelicato da dire, ma non è che sia terribile come cosa.
Insomma... ma che cazzo ci stanno a fare i traduttori?!

domenica 11 dicembre 2011

Mancanza di budget o di attenzione?

   Il primo film di Harry Potter uscì in quello che sembra l’ormai lontano 2001, con la regia di Chris Columbus. All’epoca avevo dieci anni, e ricordo che andai a vederlo con i miei genitori, e poi insistetti per andare a vederlo di nuovo con un’amica, ma con tutta la loro pazienza i miei me lo proibirono (giustamente, potrei aggiungere oggi, ma allora mi parve un grave abuso di potere da parte loro).
   Non intendo recensire questo film in modo esaustivo, perché non ne sono capace, insomma, non ne so niente di fotografia, luci, angolazione delle riprese e roba varia, quindi questo è un semplice commento da fan di Harry Potter che guarda i film e che, inevitabilmente, si ritrova a cercare le tracce del mondo che la Rowling ha creato.


   Il primo e il secondo capitolo (“Il bambino sopravvissuto” e “Vetri che scompaiono”) sono stati stringati in meno di dieci minuti di film, ma credo che questo sia uno dei più sapienti riassunti che io abbia mai visto. In particolare mi è piaciuta moltissimo la recitazione. Ho adorato Fiona Shaw, che interpreta zia Petunia, anche se certo i coniugi Dursley mi sono sembrati un po’ troppo vecchi (credo che non raggiungano i quarant’anni quando la storia ha inizio); e anche la recitazione del giovanissimo Dudley (Harry Melling), proprio un bambino antipatico. Stranamente Richard Griffiths, uno dei miei attori preferiti, non mi è piaciuto molto, era troppo esagerato per i miei gusti.

   A causa di una mia malformazione genetica, probabilmente, adoro guardare i film in lingua originale, e ho notato che quelli che, in italiano, prendevo per dialoghi con parole e modi di dire non più in uso, sono in realtà del tutto veritieri in inglese. Questo nulla toglie al doppiaggio italiano, che credo sia uno dei migliori (soprattutto se paragonato a quello spagnolo, che mi fa crepare dalle risate).

   Per quanto riguarda Daniel Radcfliffe, mi spiace per i fan ma lo boccio su tutta la linea. Almeno in questo primo film. Prego, nessuno tiri fuori la storia che era ancora piccolo, perché qui è pieno di giovani attori e credo che inetto come lui non ci sia nessuno – tranne forse la balbuzie del professor Raptor.

   Una delle cose più belle di questo film sono i set. Il set di Diagon Alley, ad esempio, è meraviglioso! La Gringott, tutta storta, è bellissima. Così come Hogwarts, che ha qualcosa di particolare in ogni inquadratura.
   Purtroppo proprio con l’entrata a Diagon Alley, quando si apre il muro di mattoni, cominciano a esserci pecche negli effetti speciali, perché si vede benissimo che quel muro di mattoni in movimento è falso, così come il passaggio al binario 9¾. Eravamo nel 2001, sì, e gli effetti speciali hanno fatto passi avanti incedibili (se avete avuto la sventura di andare a vedere “Transformers 3” lo saprete di certo), però vorrei ricordare alla gente che nel 2001 è uscito anche “Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello”, i cui effetti speciali erano grandiosi.
   Ora, una delle mancanze più grandi di questo film sono gli effetti speciali, che in questa prima produzione sono veramente, veramente pessim- … Meglio dirlo con classe, no? Ebbene sì: fanno cagare! L’apoteosi di questo cattivo utilizzo di Photoshop arriva quando Harry vola per prendere le chiave alata. Se non si nota quello, davvero, avete le fette di salame sugli occhi. Cos'è? Gli mancava il budget?


   Purtroppo devo dire che l’arrivo di nuovi attori, come Rupert Grint (Ron Weasley) e Emma Watson (Hermione Granger), non fanno altro che sminuire ancor più profondamente il povero, povero Radcliffe. In questo film adoro Hermione, è davvero seccante e anche il suo aspetto è azzeccato. Comunque sia credo se dovessi scegliere l’attore secondo me migliore, in questo primo film, parlando dei ragazzi, la scelta sarebbe ardua fra Tom Felton e Rupert Grint. Anche se devo ammettere che, per essere il suo secondo film, Grint ha fatto un lavoro ottimo, quindi questa volta la mia preferenza va a lui! Rosso power (e che nessuno si azzardi a fare una parola sul comunismo)!
   Decisamente i film contribuiscono al mito del Ron deficiente: insomma, lui è l’unico a non rilassarsi quando il Tranello del Diavolo attacca i ragazzi.
   Di questa parte mi spiace molto che non abbiano fatto vedere tutte le prove dei professori: c’era il Tranello della Sprite, le chiavi incantate da Vitious, la scacchiera gigante della McGranitt, e mancano il mostro di Raptor e le pozioni di Piton.
   Durante la scena delle chiavi Harry dice una cosa però che mi lascia da pensare, e cioè: «E’ troppo semplice». Ma certo bello che è troppo semplice! E’ troppo semplice se un segreto segretissimo del mondo magico può essere svelato in una corsa a ostacoli da tre bambini di undici anni! Una piccola mancanza della Rowling.

   Sugli attori più grandi, probabilmente sono di parte. Okay: sono di parte. Il migliore per me è Alan Rickman. Un po’ perché mi piace Piton, un po’ perché lo interpreta egregiamente, credo che sia perfetto. Certo, anche con Piton hanno toppato alla grande con la sua età: in teoria dovrebbe avere, in questa prima parte, trentun anni. Non c’è neanche bisogno che ve lo dica, no?, che Rickman nel 2001 aveva passato quella gloriosa età da molto, molto, molto tempo. Vi basti sapere che è del lontano ’46. Praticamente storia.
   Anche Albus Silente però, interpretato qui da Richard Harris, è grandissimo. Mi ispira proprio quel che dovrebbe ispirare Silente: intelligenza, saggezza, pazienza ma anche quel sottile senso dell’umorismo.

   A parte tutto ci sono alcuni piccoli particolari che mi disturbano.
   Ad esempio: mi sarebbe piaciuto che il Cappello Parlante venisse sentito solo da chi lo indossava, e suppongo che il regista e tutto il suo stormo di assistenti potevano sforzarsi di trovare un modo per farlo (sono lì per quello no?).
   Un particolare che detesto di sicuro è quello delle scale che cambiano. Voglio dire… Perché?! Ci sono già così tante cose fighe, non c'è bisogno di aggiungerne un’altra. Se poi era solo un mero tentativo di far sembrare l’entrata dei ragazzi al terzo piano cosa casuale, be’, anche qui potevano inventarsi di meglio.
   Allo stesso modo ci sono scene che ritengo inutili, ad esempio come mai Harry alla partita di Quiddich si mette in piedi sulla scopa? Non ha senso!

   Un paio di cose che non c’entrano molto direttamente con il film, ma in generale con la storia:
   Uno – come fanno i maghi a stare seduti su delle scope? Voglio dire… per ovvi motivi, non dovrebbero sentire male?
   Due – solo a me viene in mente che tenere un cane a tre teste dentro uno stanzino per un anno intero equivale a una grave violazione dei diritti sugli animali?
   Tre – perché mai un ragazzino miope dovrebbe essere bravo a giocare a Quiddich e, nello specifico, riuscire a vedere una palla piccola come una noce? Senza contare che Harry non cambia i suoi occhiali neanche una volta in sette libri, e probabilmente non li ha mai cambiati!


   A parte questo mi dispiace che alcuni personaggi siano stati tanto bistrattati. Ad esempio Neville: la punizione di Harry, Ron e Draco non era assieme a Hermione, ma assieme a Neville. Così come non esiste Pix, il che mi dispiace moltissimo perché era veramente un bel personaggio ed era uno di quelli che non vedevo l’ora di sapere come fosse. Che delusione quando ho visto che non c’era!
   In quella stessa scena della punizione si vedono due cose orripilanti per quanto fatte male: il centauro Fiorenzo, e quello che sarebbe dovuto essere un irriconoscibile professor Raptor, che per qualche stramba ragione striscia a qualche centimetro da terra come se non avesse corpo solido. Non capisco, è come se non avessero letto il libro con attenzione, per fare certi errori!

   Riguardo ad altri aspetti come la fotografia, il trucco e cose simili, non mi dilungo, perché non so neanche che cosa siano. L’unica cosa che mi faceva un po’ ridere era la colonna sonora, che secondo me si innalzava nei momenti sbagliati. E poi i costumi, che invece erano molto fighi.

   Purtroppo devo dire che questo film non mi è piaciuto molto, sia per la recitazione del protagonista (Santa banana! Il protagonista! Potevano sceglierlo con più cura) che per gli effetti speciali, che sembrano fatti da una scimmia ritardata.

lunedì 5 dicembre 2011

Nel bene e nel male

   Bene, lo so di averci messo una vita, a leggere un libro che conosco a memoria e per di più di sole 293 pagine. Che posso dire?, è che è un periodo molto impegnato questo e andrà sempre peggio anche se inizieranno le vacanze, e purtroppo difficilmente trovo tempo per leggere. Ma l’ho terminato (per l’ennesima volta)! Ho finito di ri-ri-rileggere Harry Potter e la Pietra Filosofale.
   Se alcuni di voi lo avessero putacaso dimenticato, ecco una bella immagine che vi rimembrerà i bei tempi andati in cui Harry era ancora un pargoletto secco e filiforme che veniva pestato da Dudley, e vi farà fare un ripasso della trama:


   Ora possiamo incominciare…
   Il primissimo capitolo della saga è perfetto: dice senza dire, introduce tanti concetti che verranno poi spiegati più avanti, o addirittura alla fine del libro. Con la consapevolezza che ho ora della trama mi chiedo quanto già la Rowling sapesse dei suoi stessi libri, quando ha iniziato a scrivere il primo. Immagino che li avesse già tutti pianificati, il che rende la saga di Harry Potter omogena e mai discontinua; tutti i libri si intersecano fra di loro e anche se ognuno di essi ha una vicenda a sé da raccontare (soprattutto i primi quattro) sono uniti da un filo che mano a mano si svela.
   Spero di non cadere di nuovo in divagazioni del genere, ma purtroppo è la mia natura.
   I primi capitoli, quelli a casa dei Dursley, sebbene possano inizialmente sembrare un po’ tristi (ma ci pensate a un povero bambino a casa di quei mostri di zii?), sono giusto il necessario per capire la vita di Harry e anche il suo atteggiamento e il suo modo di essere, e credo che siano fondamentali, anche se la tendenza è di sminuire quei capitoli iniziali.
   L’unica cosa che un po’ mi dispiace (ma d’altronde credo che se non fosse andata così tutta la storia ne avrebbe risentito) è che il carattere di Harry venga molto idealizzato. Mi spiego meglio: un bambino di undici anni che è sempre stato maltrattato a scuola e a casa, e che scopre di essere ammirato nella sua nuova scuola, guardato come un eroe, non sarebbe un po’ più compiaciuto? Il suo ego non verrebbe stimolato di più? Non sarebbe neanche del tutto sbagliato, anzi al contrario secondo me sarebbe comprensibile e anche interessante. Tuttavia mi rendo conto che questo sconvolgerebbe troppo la storia, perché vi immaginate cosa sarebbe successo se Harry Potter fosse stato appena un po’ più ambizioso? Appena un poco più simile a Draco Malfoy? La tipica situazione da “What if…?”.
   Le descrizioni di Hogwars, dello stesso castello, delle lezioni, degli aneddoti che la Rowling sapientemente inserisce qua e là, sono bellissimi e anche divertenti. Tutte le materie che ha inventato, le regole della società magica, sono in realtà molto simili alle nostre, nel senso che c’è una scuola e poi una ‘normalissima’ carriera da intraprendere. Niente viaggi in giro per il mondo con un cappello a punta e un bastone da passeggio ritorto, niente saette che sbucano dalle dita, nulla di tutto ciò. E’ proprio per questo che è meglio: è simile ma diverso, è qualcosa che potrebbe davvero esserci. Tutto questo accade negli anni ’90, non ci troviamo nel medioevo. Al pensiero che, proprio girato l’angolo, poteva esserci qualcosa di magico ma tu – ahimè – non l’hai potuto vedere, è molto più eccitante del pensiero che, millenni fa, esisteva la magia più selvaggia ma ora non c’è più.
   L'unica pecca che ho individuato nella meticolosa organizzazione della Rowling è che sembra non esserci una linea netta di separazione fra ciò che i maghi sanno e non sanno dei babbani. Ad esempio Malfoy cita un elicottero babbano, e tralasciando il quando mai dovrebbe usarlo o dovrebbe sapere che cosa diavolo sia, dall'altra parte abbiamo Ron, che non capisce come mai le fotografie dei babbani non si muovano. Questi due aspetti sono molto contrastanti e non si capisce quale sia la linea di confine che la Rowling ha creato fra babbani e maghi.
   La storia della Pietra Filosofale si srotola in maniera un po’ meccanica forse, per quanto riguarda le ricerche e le scoperte. Ma una ricerca portata avanti da ragazzini di undici anni all’interno delle mura di una scuola è divertente, anche se alla base di tutto a volte mi veniva da chiedermi perché diamine Harry si ostinasse a voler sapere. Forse è proprio questo il suo difetto: deve sempre ficcare il naso dappertutto! Comunque alla fine ricordo molto bene, la prima volta che lessi il libro, l’incredulità che provai nello scoprire che l’odiato e ambiguo Piton, contro il quale avevo scagliato silenziose maledizioni, in realtà non c’entrava nulla con la Pietra. E che, anzi!, lui proteggeva sia la Pietra Filosofale che Harry. Come ho già accennato io adoro Severus Piton, è così ambiguo e bastardo che non posso non amarlo! Be’, non so voi comunque, ma io non mi aspettavo che Raptor fosse il cattivo (anche se quando lo lessi per la prima volta avevo sì e no nove anni). La raccapricciante scoperta di un doppio volto innalza decisamente il libro a “per ragazzi”, dall’iniziale “per bambini”, perché a immaginare una cosa del genere viene anche a me il voltastomaco, anche se in realtà il tutto è molto soft. Anche se non apprezzo moltissimo i lieto fine scontati, diciamo che questo ci sta, giusto perché sappiamo che questo libro non è che l’inizio.


   Uno dei miei passaggi preferiti è la battaglia con il mostro di montagna che fa sì che Hermione, Ron ed Harry diventino amici. Ho letto da qualche parte che prima di pubblicare il libro l’editore cercava di convincere la Rowling a cambiare quella parte, ma io sinceramente credo che, per il caratterino che Hermione si ritrova (diciamocelo, non è mica tanto facile da reggere una così) ci voleva proprio un gran colpo come quello per farla rilassare un po’. E’ ovvio che io preferisca la Hermione dei libri e non quella dei film, che è poco seccante e le mancano i denti da castoro e i capelli cespugliosi. Ma questo è un libro, quello è un film, e sono su un piano del tutto differente.
   Adoro quasi tutti i personaggi, anche se a gradi diversi. Paradossalmente quello che mi piace un po’ meno è Harry, perché è sempre troppo perfetto, eroico, bello, popolare o impopolare fino a renderlo vittima (in entrambi i casi). Ma adoro ancora Ron. Con i film e le fanfiction potrà anche essersi sparsa la voce che Ron è un troglodita senza cuore, buono solo a ingurgitare enormi quantità di cibo e dire cose divertenti o inutili. Be’, ecco una notizia shock: non è vero. Il Ron di cui ho letto io, e che ho piacevolmente riscoperto, è un ragazzo timido e anche sensibile sotto sotto. E’ l’elemento di cui ogni gruppo ha sempre bisogno, è quello che sdrammatizza tutto, quello che riesce a rendere ogni cosa più leggera, che vede il lato positivo, è colui per cui Harry e Hermione non si perdono in pippe mentali il primo e in ragionamenti con fin troppo senso la seconda. Ma nonostante questo Ron ha un suo carattere che ha lati sia positivi che negativi, e per questo mi sembra uno dei personaggi più completi.
   E se vogliamo proprio immergerci nel discorso personaggi, non può mancare quello su Draco Malfoy. Non mi stancherò mai di dire che Draco è un ragazzetto viziato e prepotente, e che i suoi genitori non gli torcerebbero un capello nemmeno se ne andasse della loro vita. Il Draco a cui molti sono abituati a pensare è il frutto delle fanfiction, ma in realtà è un personaggio veramente negativo, secondo me, almeno in questo primo libro. E’ il Dudley magico. E devo ammettere di essere stata molto soddisfatta quando viene incredibilmente picchiato da Ron, in un pestaggio che, giustamente, vede sanguinanti entrambi i lottatori.
   Attenzione! Perché tutto ciò non toglie nulla alla mia idea, idea che ho sempre avuto sui personaggi di Harry Potter: la stragrande maggioranza di loro sono stereotipati. Chi più, chi meno, certo, e ci sono anche personaggi che adoro, ovviamente. Ma purtroppo i protagonisti hanno questa brutta abitudine di estendere le loro qualità o i loro difetti al massimo: così Harry diventa il miglior bambino che si sia mai visto sulla faccia della terra, Voldemort diventa il cattivo senza cuore e senza ripensamenti, Neville quello maldestro e oserei dire quasi inetto e Draco è il bulletto antipatico fino all’inverosimile. Questo fatto è purtroppo accentuato perché, sebbene la narrazione sia in terza persona, noi seguiamo solo i movimenti e i pensieri di Harry. Non c’è nulla che possa caratterizzare i personaggi al di fuori del suo pensiero, così odiamo Voldemort, troviamo Ron molto simpatico e Silente davvero saggio e incomprensibile. Ciò non toglie che nel corso della storia evolvano, ma qui mi limito a parlare del primo tomo.
   Direi quindi che il punto di forza del libro è la novità, perché di fantasy ne ho letti fino al vomito, ma non conosco nessuno che somigli anche solo vagamente ad Harry Potter, che con questa prima prova si è conquistato tutta la mia attenzione, nel bene e nel male.