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sabato 24 febbraio 2018

Fantasy over 18

Vi sarà capitato di leggere, fra le pagine del blog, che una volta leggevo tantissimi libri fantasy, ma adesso fatico moltissimo a trovare un fantasy che susciti il mio interesse. Per un giovane lettore credo sia molto facile avvicinarsi a questo genere, soprattutto qui in Italia. La grande distribuzione vede il fantasy come un genere dedicato ai ragazzi, quindi l’offerta è molto ampia, più ampia di qualunque altro genere per la fascia di età compresa fra i tredici e diciassette o diciotto anni. Forse è proprio questo il motivo per cui, ora che ci penso, non trovo moltissimi romanzi fantasy che mi andrebbe di leggere. Perché sono, a tutti gli effetti, libri per ragazzi che sento di aver già assimilato e che posso leggere con piacere, ma che non mi impegnano e non mi stupiscono più come una volta.
Ciò che prima cercavo in un libro erano avventure gloriose, storie d’amore in sottofondo, un mondo totalmente diverso in cui poter evadere. Ero una ragazzina e non avevo particolare esperienza oltre ai libri per bambini, di cui cominciavo a stancarmi. Ero pronta per romanzi più complessi e il fantasy è un genere che ben si adatta a introdurre un lettore giovane a qualcosa di più articolato.

Ho cominciato così con la Saga dell’Eredità di Paolini, con Il signore degli Anelli, i romanzi di Walter Moers ambientati a Zamonia (“dove tutto è possibile tranne la noia”), e come non citare i già famosi Harry Potter e Abarat. Ce ne sono stati altri sempre su questa scia, ma a differenza di quelli citati non mi hanno lasciato molto – infatti non mi ricordo i titoli. Quando mi sono tutto sommato abituata a vivere in un mondo di maghi, draghi, antiche profezie, e lunghi viaggi per salvare il mondo, mi sono guardata attorno alla ricerca di altri libri e ho scoperto che molti – moltissimi – seguivano lo stesso schema e, per me, non erano più così interessanti.
Però mi manca il fantasy. Mi manca scoprire delle terre incredibili, popolate da esseri misteriosi, dominate da leggi particolari, dalla magia, dalle leggende e dal surreale. Mi manca perdermi in un’avventura in cui può succedere qualsiasi cosa, e nella quale ci si può affezionare a personaggi peculiari.
Per ovviare a questa nostalgia ho provato più volte a leggere i romanzi che hanno preso piede negli ultimi anni, i cosiddetti urban fantasy, ma non sono riuscita ad appassionarmi. Molti hanno amato la serie di Cassandra Clare, “Shadowhunters”, o la saga dei Bambini speciali di Miss Peregrine, che ho letto con molte aspettative. Non mi hanno toccata più di tanto, pur trovando alcuni di questi libri carini, ma non più adatti al mio modo di sentire – infatti sono certa che li avrei adorati se li avessi letti qualche anno fa.
Mi rendo conto di sentire la mancanza di un genere fantasy per adulti, ma non come Trono di Spade, le cui parti migliori sono proprio quelle che di fantasy hanno ben poco. Un fantasy scevro dalle emozioni travolgenti dei suoi protagonisti più giovani, un fantasy in cui non siano protagonisti solamente gli adolescenti, che oltre ad affrontare battaglie per il loro mondo devono affrontare le battaglie dell’età. Vorrei un fantasy in cui i protagonisti siano già maturati, in cui la storia d’amore non sia d’obbligo, dove ci siano dei protagonisti in cui potermi riconoscere e i problemi personali siano altri di quelli soliti – come trovare il coraggio di dichiararsi alla bella elfa o ignorare il mago bulletto di turno.
Ho letto pochissimi romanzi fantasy che mi siano piaciuti, ultimamente, e la cosa un po’ mi rattrista perché sono quelli cui più mi sono appassionata. Non è il genere ad avermi stancata, forse è solo che non riesco più a trovare quello giusto per me. E un po’ penso sia colpa del concetto che abbiamo qui, di cui prima parlavo: i romanzi fantasy sono per ragazzi.
Forse sono io che non riesco più ad avvicinarmi ad un tipo di lettura semplice, a volte scontata ma così travolgente per i giovani lettori (come lo è stata per me). Ma mi chiedo: perché non può esistere un fantasy in cui dimenticare, per una volta, che deve esserci la protagonista atipica, e il protagonista affascinante, e un cattivo tutto sommato belloccio, e un triangolo amoroso, e una serie di tare mentali per la povera coppia? Perché mi sono un po’ stancata di leggere e intuire come andrà a finire, di usare il fantastico come scusa per il romantico.
Solo io sento la mancanza di un fantasy più adulto? O lo sentite anche voi?

lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

giovedì 10 agosto 2017

Il genio e il golem - Helene Wecker

Finalmente trovo del tempo per parlare di un romanzo che ho letto in un baleno e che ho adorato tantissimo, ma del quale non sono ancora riuscita a scrivere la recensione. Un po’ è stato per mancanza di tempo, poi per il pc che ha deciso infine di dirmi addio (vi scrivo da un nuovo pc, regalato in gran gruppone da Famiglia e Fidanzato per il compleanno), e alla fine perché sono andata in ferie e mi sono staccata da tutto.
Ma eccomi di ritorno, ed ecco che finalmente posso sbrodolare il mio aMMore per “Il genio e il golem”, di Helene Wecker.


Siamo nel 1899, in una cittadina dell’est Europa. A Jehuda Schalmaan, un ex rabbino caduto in disgrazia che si è lasciato sedurre dai segreti della quabbala, viene commissionato un golem con fattezze di donna, destinato a diventare la moglie di un giovane ereditiere di incredibile stupidità. L’uomo è infatti riuscito a perdere tutto il suo patrimonio in pochi anni, così usa gli ultimi averi per una moglie fantoccio e un biglietto di sola andata verso New York.
Il golem viene creato, imbarcato in terza classe, e lì gli viene dato il soffio della vita. Il suo padrone muore a bordo del transatlantico a causa di un’appendicite che aveva trascurato e la creatura sbarca a Staten Island, trovandosi in una città immensa, in mezzo a persone in carne e ossa. Non sa come comportarsi, dove andare, e i desideri della gente che percepisce a causa della sua natura la disorientano e la esasperano, come un mormorio in costante crescita nel cervello.
Proprio mentre la golem sta per perdere il controllo un uomo gentile la aiuta e la porta via con sé. Si tratta del vecchio Avram Meyer, un rabbino ben inserito nella comunità ebraica di New York. Intuisce che la golem non è un essere umano e, un po’ per proteggere lei, un po’ per proteggere gli abitanti della città, la prende sotto la sua ala. Le insegna come vivere, le trova un lavoro in un panificio e intanto studia un modo per darle la possibilità, se lei lo desidera, di legarsi a un nuovo padrone. La golem è infatti bombardata dai desideri di tutti gli umani, non avendo più un unico padrone da servire, e dal costante bisogno di soddisfare le più disparate necessità: la fame dei bambini per strada, il bisogno di denaro, la solitudine, la paura che avverte negli altri.
In ultimo, prima di lanciarla nella chiassosa e vivissima New York, il rabbino Meyer dà un nome alla golem: si chiamerà Chava, che significa vita.

Siamo nel quartiere turco di New York, un isolato in cui sembra di entrare in un mondo differente. Le insegne dei negozi sono scritte in turco, il profumo che aleggia nell’aria è speziato e colpisce le narici, l’inglese lascia il posto ad altre lingue e tutto ciò si mischia fino a formare una comunità piccola ma unita e forte, in cui le tradizioni vengono onorate e nessuno è mai lasciato a sé stesso.
In questo ambiente lo stagnino Boutrous Arbeleey vede comparire una creatura che, da millenni, è leggenda. Un djinn, un genio del deserto, compare nel suo negozio dopo che lui tenta di incidere un’oliera che deve riparare. L’essere non sa perché si trova lì dentro, né come ci sia arrivato, sa solamente di essere prigioniero, ma non sa dove sia né chi sia il suo aguzzino.
Restio a far parte della comunità, il genio comincia suo malgrado a inserirsi quando si rende utile in bottega forgiando piccoli gioielli in rame o argento con il solo calore delle mani. Ma la sua curiosità e la voglia di libertà sono tali che si trova a esplorare tutta New York, dai tetti in cui si rifugiano i disgraziati, ai palazzi imponenti dei ricchi, fino a giungere al quartiere ebraico.
Lì il genio, che si fa chiamare Amhad, fa un incontro che determinerà non solo la sua esistenza, ma anche quella della strana creatura che vede per la prima volta di sfuggita, e che scappa di fronte a lui. Una donna fatta di terra.


Helene Wecker
È passato un bel po’ di tempo da quando ho letto questo romanzo ma spero di riuscire a parlarne come si deve perché se lo merita. In tutta onestà, è passato talmente tanto di quel tempo che non so bene da dove cominciare.
Ero scettica all’inizio, la trama sembrava interessante ma avevo anche paura di imbattermi in un romanzo poco curato e pieno di cliché, il classico romance soprannaturale che si trova oggi e che io non amo. Lo presi in biblioteca pensando che, al massimo, lo avrei restituito di lì a poco. Invece sin dalle prime pagine rimasi affascinata e continuai a leggere.
Lo stile è scorrevole, semplice, privo di fronzoli, ma con un linguaggio concorde all’epoca in cui si trovano i protagonisti. Una delle prime cose che si notano è il lavoro di informazione che la Wecker ha eseguito, sia sulle usanze e le tradizioni delle due culture (quella musulmana e quella ebraica) dal cui folklore ha attinto, sia riguardo alla New York di fine ‘800. ‘Il genio e il golem’ trasporta in quell’epoca, in quella città.
Penso che metà di questa magia sia compiuta dall’abilità dell’autrice, ma l’altra metà è tutta dovuta alle descrizioni, ai dettagli riguardo luoghi e usanze. Con un contesto vago o un’accuratezza minore non si avrebbe avuto lo stesso risultato, la stessa sensazione di essere lì, la voglia di poter tornare indietro in quel tempo, in quel luogo. Personalmente avrei tanto voluto potermi trasportare a New York, nel 1899, per incontrare tutti i meravigliosi personaggi di questo romanzo.

Una menzione particolare va ai personaggi, perché sono tanti e tutti splendidamente raccontati.
I protagonisti hanno caratteri molto diversi ma quello che mi piace è che hanno un background, insegnamenti ed esperienze, che li hanno formati per essere così. I loro pensieri, il modo di agire e interagire con quel mondo circostante che non conoscono, dipende da questi insegnamenti, strettamente legati alla loro natura di golem e di genio. Chava ad esempio è molto attenta alle conseguenze delle sue azioni perché, percependo i desideri delle persone, capisce benissimo che ogni suo movimento, parola detta o non detta, ha delle ripercussioni sugli altri. Al contrario Ahmad è abituato a vivere libero nel deserto, è insofferente alla prigionia e non è interessato agli esseri umani, che vede come esseri inferiori e talvolta pericolosi. Per questo esplora la città, per sentirsi libero, per questo esaudisce ogni suo capriccio senza curarsi degli altri.
I personaggi di contorno poi sono molto accurati. Le loro storie vengono raccontate senza fretta, come se fossero racconti nel racconto, ma alla fine tutti i fili si intrecciano a formare una fune. Mi è piaciuto leggere soprattutto della comunità turca di Washington street, e più di tutti mi è rimasto nel cuore Mamoud Saleh, il gelataio che non può guardare le persone negli occhi.
Per quanto riguarda gli antagonisti, anche se c’è un cattivo ben definito, non me la sento di condannarlo. Anche la sua vita viene raccontata nei particolari e, quando infine si risolve uno dei misteri del romanzo, si scopre che nonostante tutto non si può avercela con lui per come ha agito. Personalmente, adoro quando questo accade. Quando l’antagonista viene dotato di desideri positivi, motivazioni concrete che vanno oltre il voler fare del male o agire perché si è pazzi, per vendetta, o per brama di potere. Certo, Yehuda Schaalman è un uomo malvagio, egoista, approfittatore, ma la vita e la situazione in cui va a trovarsi lo hanno segnato, ma chi può biasimarlo se desidera rubare un po’ di felicità?

La trama è molto lineare, almeno fino a metà libro circa. La prima parte viene usata più che altro per contestualizzare personaggi e situazioni, per farci conoscere i protagonisti, narrare le storie parallele e costruire le basi di quello che diventerà il fulcro della trama. Nonostante questo non diventa mai noiosa o prolissa. Al contrario immerge lentamente il lettore nella vicenda e lo avvolge con dolcezza.
Non vi dirò molto, perché questo è uno di quei libri che meritano di essere scoperti. Ad un tratto ogni storia comincia ad avere maggior rilevanza, fino a che non si uniscono a svelare il grande segreto che è la ragione di questo racconto, imprevedibile e brillante. Leggere ‘Il genio e il golem’ è come guardare da vicino un tappeto, seguire il percorso di ogni singolo filo, riconoscere le mille sfumature, passare le dita sulle diverse consistenze, per poi allontanarsi pian piano e scoprire il disegno che formavano.


Mentre leggevo ‘Il genio e il golem’ ero entusiasta. Ne parlavo con chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, probabilmente ero molto noiosa perché mi dilungavo parecchio ma, evidentemente, il luccichio dei miei occhi impediva alla bontà dell’interlocutore di interrompermi. Forse ho ammorbato anche voi ma se questo è servito anche solo a mettervi la curiosità addosso, allora ne sono felice.
Consiglio caldamente la lettura di questo libro e mi dispiace che non abbia avuto qui in Italia il successo che secondo me merita. Non è scontato, non è una lettura che vuole ad ogni costo essere piacevole o accattivante, e già questi sono segni di una scrittura per ragazzi più matura di quello cui le vetrine dei negozi ci hanno abituati. È una storia che appassiona, che fa innamorare di luoghi e personaggi, fa volare con la fantasia e trasporta in un mondo speciale.

lunedì 5 dicembre 2016

I sopravvissuti


La gif dice tutto.
Sì, sono viva. Senza tediarvi troppo, vi dico solo che ho impegnato il 99% delle mie energie prima per cercare casa, poi per compare la prescelta e in seguito per ristrutturarla. Ora che siamo in dirittura d’arrivo sento finalmente di stare tornando in una dimensione di normalità.
Riprendo quindi il blog!, che, devo ammettere, mi è mancato parecchio. Riprendo i commenti ai blog che seguo, che ho continuato a leggere con interesse ma saltuariamente e sempre fra un minuto di tempo e l’altro, per cui non ho mai avuto davvero tempo di lasciare un commento agli articoli.
In questo periodo mi sono concentrata su altre priorità, lasciando il resto in standby. Ho fatto come quegli animali che regolano l’afflusso di sangue solo agli organi vitali per sopravvivere in casi estremi. Ho rallentato l’afflusso di tutto ciò che non era essenziale e ho diminuito persino le letture (ora capite come la situazione era spossante!).
La maggior parte dei libri che leggevo finivano per stancarmi presto e li ho lasciati perdere senza troppi rimorsi. Pochissimi hanno resistito, e di questi ancora meno sono quelli che ricordo con piacere. A loro va dedicato in premio questo post, dato che sono scampati al libricidio.
Quindi ecco a voi, con tutti gli onori, i sopravvissuti.

Jonathan Stange e Mr. Norell, di Susanna Clarke
All'inizio dell'Ottocento, della magia inglese rimangono quasi solo leggende come quella di Re Corvo, il grande mago capace di fondere la sapienza delle fate con la ragione umana. Ma dalle regioni del Nord un tempo visitate da elfi e folletti appare il signor Norrell, capace di far parlare le statue della cattedrale di York: la notizia sembra segnare il ritorno della magia in Inghilterra, e Norrell si trasferisce a Londra per offrire i suoi servizi magici al governo, impegnato nella guerra contro Napoleone. Ma una profezia parla di due maghi che faranno rinascere la magia inglese. Uno dei due maghi è Norrell. E l'altro chi è?

Con tutto il rispetto per chi scrive le quarte di copertina, ma questa è davvero pessima.
Non rende affatto giustizia al libro, allo stile, al linguaggio, alla trama, proprio a niente! Ho letto questo romanzo dopo averne letto la recensione sul blog “La Leggivendola”, che adoro e seguo da anni. Mi fido ciecamente delle sue recensioni e, sebbene a volte i miei gusti vadano altrove, quando trovo qualche libro che mi sembra interessante e che lei ha recensito bene la curiosità aumenta e la voglia di leggero è irresistibile.
Infatti l’ho letto.
Che dire di “Jonathan Strange e Mr. Norell”? Il commento a caldo che avevo da fare, non molto approfondito né ricercato, a chi mi chiedeva come andava la mia lettura in quel periodo, era: «È come se Jane Austen avesse deciso di lasciar perdere i matrimoni degli ereditieri e si fosse dedicata al fantasy». Ed è proprio così, per diversi motivi.
Il linguaggio della Clarke è minuzioso, elaborato, e ci riporta in un’epoca che solo i romanzi ottocenteschi sanno ormai evocare. Trovo questo particolare interessante perché l’autrice poteva benissimo adattare i toni ad una più moderna scrittura, invece ha deciso di rimanere fedele all’epoca in cui si svolge la vicenda. Mi rendo conto che non sempre si può fare (un romanzo in latino ambientato nell’epoca d’oro dell’impero romano non è il massimo, ebbene sì), ma quando se ne ha la possibilità questo dettaglio aumenta la magia del romanzo. Mi è capitato di leggere romanzi storici ma nessuno utilizzava un linguaggio così fedele all’epoca trattata. Penso che una scelta come questa sia da lodare perché non è affatto facile scrivere in un linguaggio così lontano da noi per un libro che oltre ad essere lungo tratta anche temi piuttosto estranei all’epoca.
La trama è complessa e prosegue senza fretta, proprio come nelle epopee familiari di fine ottocento. Conosciamo a fondo i personaggi, la loro vita e coloro che gli si muovono attorno. Di ognuno leggiamo le disavventure e, alla fine, anche quelli che consideravamo semplici comparse hanno modo di avere un ruolo decisivo. Nessuno è lì per caso, nessuna pagina è scritta a vuoto.
La storia si chiude con una drammaticità inaspettata. Non ci sono vincitori né vinti, non esiste nessuno che ne esca completamente pulito. L’ho trovato un romanzo massiccio, che si scopre essere alla fine molto più di quello che appare. Non è solo un fantasy, non è solo un’avventura, né una prova di stile eccellente, è una storia complessa capace di incantare il lettore. Personalmente mi ha trasmesso l’idea dell’esistenza di forze a noi incomprensibili, cose “più grandi di noi” con le quali abbiamo a che fare e di cui scorgiamo un barlume di quando in qua, ma che non potremo mai capire del tutto.

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz
“La breve e favolosa vita di Oscar Wao”: già dal titolo si capisce che il romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar - ribattezzato Wao da un amico dominicano che storpia il nome di Wilde – è davvero favolosa. Da favola. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso. Nasce e cresce nel New Jersey, il grasso, poco attraente, intelligente e parecchio eccitato Oscar. Sua madre Belicia è una ex reginetta di bellezza scappata da Santo Domingo perché perseguitata dal clan del dittatore Trujillo, la sorella, Lola, è una ragazza dolce, assennata e insieme spericolata come tutte le dominicane di Diaz. L'intero albero genealogico di Oscar, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate.

Altro libro, altro blog. Mi deve perdonare l’autrice se non ricordo esattamente quale, di tutti quelli che leggo, sia quello che mi ha regalato questa perla. (Se sai di essere tu, fatti avanti.)
Ciò che più mi piace della letteratura sudamericana è il cosiddetto ‘realismo magico’. Se avete letto un romanzo qualsiasi di Isabel Allende o Gabriel Garcia Marquez sapete a cosa mi riferisco. Spiegarlo mi risulta complicato. In questi libri accadono fatti inspiegabili, appunto magici, che tutti accettano senza farsi patemi e andando avanti con la vita, pensando che in fondo ci sono cose peggiori da sopportare, un po’ come i familiari di Banjamin Button non si sono mai fatti un problema del loro pargolo vecchio e brutto. Junot Dìaz ha smorzato questi toni, ha reso tutto un po’ più moderno, più reale e meno magico, tuttavia il romanzo è come circondato da un alone di romanticismo, come se stessimo leggendo una fiaba.
I personaggi sono estremamente umani, adorabili nella forza che tirano fuori tutti i giorni per andare avanti e commoventi nei madornali errori che compiono. Ho amato tutti i personaggi di questo romanzo, dal migliore amico di Oscar, il tipico sciupafemmine dominicano, alla svampita e bellissima Belicia che, da giovane, faceva girare la testa a tutti gli uomini del paese ma era innamorata dell’unico sbagliato. Il protagonista, Oscar, rimane solo una parte di questo folle e ricco affresco ma la cosa non mi infastidiva. Mentre leggevo pensavo che avrei voluto conoscere uno come lui, un ragazzo impacciato e romantico, e che gli sarei stata amica. Poi mi sono resa conto che proprio quella era la sua condanna. Il povero Oscar veniva sempre friendzonato, un po’ per colpa sua, un po’ per malignità della ragazza che era oggetto del suo interesse spesso.
Ma vi dico una cosa (concedetemi lo spoiler o saltate questa riga, se volete leggere il libro). Alla fine della sua vita avrà conosciuto l’amore.

Wonder, di R. J. Palacio
È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno August durante l'anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni.

Questo è un libro per bambini. Ogni tanto mi capita di leggerli e spesso li trovo carini, anche se effettivamente adatti ad una certa fascia di età. “Wonder” invece è un libro per tutti, forse più per gli adulti che per i bambini.
Ho trovato interessantissimo pensare a come reagisco io di fronte ad una persona con problemi fisici che la rendono poco attraente. Personalmente se noto qualcuno con una deformazione cerco di mantenere gli occhi puntati altrove, non perché mi causi fastidio ma perché penso che potrei metterla a disagio, fissandola. Forse il mio atteggiamento viene confuso con qualcosa di orribile come il disgusto, e questo libro mi ha fatto riflettere molto su cosa potremmo fare per rendere meno pesante a queste persone il semplice gesto che noi diamo per scontato di uscire di casa. Inoltre mi ha fatto riflettere perché sempre più spesso, oggi, si sentono notizie di persone con handicap fisici o mentali che vengono maltrattate dai cosiddetti ‘normodotati’ (che tanto normo poi non sono, a mio parere, se trovano divertimento nell’umiliare una persona malata).
Consiglio questo libro a tutti. Rimane una narrazione per bambini e rende alcune questioni complesse molto più semplici di quanto in realtà non siano, le spoglia delle complicazioni di cui le rivestono gli adulti per esaminarle all’osso e renderle comprensibili anche ai più piccoli. Tuttavia non è un male perché ci mette di fronte ai fatti nudi e crudi e ci costringe a rispondere a delle domande semplici, senza via di scampo. Perché rifuggiamo da chi è diverso? Perché a volte ci sentiamo a disagio di fronte a persone con un handicap?
Forse leggendo “Wonder” qualcuno di noi riuscirà a darsi una risposta, e a trovare una soluzione.

Qualcuno di voi ha letto uno di questi libri? Mi auguri di sì perché li ho trovati tutti meravigliosi, in modo diverso. E se non li avete letti, vi ho incuriosito?

Awww, sono felice di essere tornata!

lunedì 14 marzo 2016

Eternal war, Gli eserciti dei santi – Livio Gambarini

Qualche tempo fa la casa editrice Acheron Books mi ha gentilmente inviato una copia ebook di uno dei romanzi da loro pubblicati. Devo ammettere che all’inizio ero restia ad accettare di scrivere una recensione del libro, perché leggendo la trama non sapevo se sarebbe stato nelle mie corde. Il rischio era quello di avere una recensione negativa, ma più per un gusto personale che per il libro in sé.
Ormai sono un po’ di anni che non leggo un libro fantasy. Per qualche motivo tutti quelli che inizio non mi soddisfano, quindi li lascio a metà o li termino con fatica. Quando sono andata a leggere la quarta di copertina di “Eternal war”, di Livio Gambarini, in parte i miei dubbi si sono fatti più ampi, in parte ero incuriosita. Il libro è un fantasy storico, ambientato nella Firenze del XIII secolo, in piena guerra tra le fazioni di Guelfi e Ghibellini.
Ero curiosa perché non ho mai letto un libro fantasy di questo tipo, che avesse come base proprio la storia che noi tutti conosciamo. Ammetto di essere stata un poco preoccupata per quanto riguarda l’epoca scelta e per i personaggi. Avevo paura che il mondo di allora venisse edulcorato e che i personaggi di Guido Cavalcanti e Dante Alighieri non venissero rappresentati come io amo immaginarli.
Alla fine però la curiosità ha prevalso e ho cominciato a leggerlo. E meno male…
 
Si sta per disputare la battaglia di Montaperti, fra Guelfi e Ghibellini, e le famiglie delle due fazioni sono schierate l’una contro l’altra. Certi di vincere per capacità numerica, i Guelfi sono tronfi e sicuri di sé, ma nelle loro anime non alberga un briciolo di umiltà o fede. Incredibilmente i Ghibellini vincono la battaglia e le famiglie avversarie, fra cui quella dei Cavalcanti, subiscono molte perdite. I nemici entrano a Firenze e i Cavalcanti sono costretti a fuggire.
Questa vittoria viene prontamente spiegata da quello che accade in una sorta di universo parallelo che si muove, non visto, in mezzo a noi. Nello Spirito la fazione Ghibellina aveva alleati potenti, Santi e magie che i Guelfi non avevano a disposizione.
Lo spirito dei Cavalcanti, l’Ancestrarca Kaballicante (chiamato anche Kabal), cerca di fare quello che può per salvare la sua famiglia umana. Cede parte del suo potere per salvare il piccolo Guido Cavalcanti, rapito dai Ghibellini, poiché alla sua nascita ha investito molto sul bimbo, regalandogli più Virtù di qualsiasi alto umano a Firenze.
Passati molti anni, Guido si è fatto un ragazzo capace, arguto e in grado di ammaliare la gente. Alla morte dei genitori diventa capofamiglia e, innamorato di Bice degli Uberti, vorrebbe chiederla in sposa. L’unico ostacolo è la sua provenienza: Bice fa parte di una delle più potenti famiglie di Ghibellini e Guido deve essere cauto nella sua proposta di matrimonio. Per indirizzare il suo amore lungo una via priva di rischi, che gli impedisca di fare follie, uno spirito lo spinge a scrivere sonetti d’amore.
Nello Spirito le cose non vanno meglio. Kabal ha molti nemici e deve tentare il tutto per tutto per riavere il suo antico potere. Inoltre rischia di perdere il ‘comando’ che esercita su Guido, poiché un altro spirito, Ancestrarca di una famiglia nemica, ha messo gli occhi su di lui e vorrebbe portarlo dalla sua parte.
 
Scrivere questa piccolo sinossi è stato piuttosto complicato, perché “Eternal war” non somiglia a nulla che abbia mai letto prima. Questa è la cosa che più mi è piaciuta del romanzo, è innovativo e incalzante, e le idee che sostengono la narrazione sono originali.
Per sapere come andrà a finire dovrete leggerlo, un po’ perché ve lo consiglio, un po’ perché non vorrei fare troppi spoiler, e anche perché scriverlo nella recensione e spiegarvi tutto sarebbe troppo complicato.
Ma passiamo ai pro e ai contro.
Oltre all’originalità ho apprezzato moltissimo la ricostruzione storica. Quasi mi sembrava di essere lì a Firenze, in mezzo alle vecchie case e agli enormi e lussuosi palazzi in pietra, che allora erano un modello di modernità e potere. Il modo in cui agiscono i personaggi, in cui si rapportano fra di loro, sia quelli umani che quelli ‘spirituali’, se così possiamo chiamarli, è molto diverso dal modo in cui siamo abituati oggi a vivere, e questo mi è piaciuto perché dava alla storia un sapore più vero.
Altra nota positiva sono i personaggi. E va bene, la maggior parte aveva una bassa morale e curava gli interessi della famiglia, il potere, la ricchezza e la fama. Però a me sono piaciuti lo stesso. Vi dirò di più, il mio preferito era Kabal! Per tutta la narrazione ha brillato per astuzia, cinismo, una leggera avidità e quanto basta di leccaculaggine. Però era il personaggio più geniale di tutti (assieme allo spirito di San Pietro, che mi ha fatta sbellicare)! A costo di essere anacronistica, direi che è machiavellico.
L’inizio del romanzo era un po’ confusionario. Ho faticato a immergermi nella storia perché si inizia subito con molti concetti da imparare. L’universo creato dall’autore è complesso e lui ci immerge subito il lettore con tutte le scarpe, il che spiazza. Questo, oltre al fatto di trovarsi proprio in mezzo ad una battaglia e a scene di azione, rende difficoltoso seguire la narrazione in un primo momento.
Altro neo è che tutto il romanzo mi è sembrato un poco affrettato, come se si avesse premura di arrivare alla fine. Mi sarebbe piaciuto soffermarmi di più sul carattere di Kabal e di altri spiriti e sulle storie che li legano.
 
In conclusione, devo dire che ho trovato “Eternal war” un libro bello, godibile e che tiene l’attenzione alta. Lo consiglio? Direi di sì, anche se ho paura che sia fruibile da una nicchia di lettori, coloro che amano il romanzo storico e anche quello fantasy.
Nonostante questo ha il grandissimo pregio di essere lontano da qualsiasi cosa conosca, non è paragonabile a nulla.
Leggerlo comporta una costante, bella sorpresa.

lunedì 12 gennaio 2015

Sono scrittore #1: Alice Ranucci

   Buonsalve a tutti. Tempo di rubriche, questa volta per parlare di autori.
   Siccome il tema di questo mese è il nuovo, presenterò un autore che esordirà con il suo primo romanzo in quest’anno da poco iniziato: Alice Ranucci.
 
   Ho scelto quest’autrice perché, cercando online gli esordienti di quest’anno, la Ranucci è quella che più ha suscitato la mia curiosità. Il suo libro, “In silenzio nel tuo cuore”, verrà pubblicato con Garzanti a Febbraio, ed è la sua prima pubblicazione.
   Le notizie online sono ancora scarse purtroppo, ma vorrei segnalarla lo stesso perché adoro sempre scoprire l’arte più impensata venire dalle persone dalle quali meno te l’aspetteresti. Tanto per cominciare, la Ranucci ha iniziato a scrivere questo libro a quindici anni e l’ha terminato a sedici. Ora, diciassettenne, lo pubblica.
   Il romanzo affronta l’adolescenza, le sue difficoltà e le sue gioie.
 
   Oggi ci sono molti adulti che scrivono dell’adolescenza, forti ormai di averla superata e di essersela lasciata alle spalle. Proprio per questo motivo è curioso leggere l’adolescenza scritta dagli adolescenti.
   Per quanto uno scrittore adulto possa impegnarsi, se anche ha vissuto l’adolescenza negli anni novanta (che non sono poi così lontani), questa sarà sempre molto diversa dall’adolescenza di oggi, quella di facebook e dei selfie, già difficile di suo e forse resa ancor più complicata dai cambiamenti sociali e relazionali dovuti soprattutto ai social network.
   Mi incuriosisce molto sentir parlare dell’adolescenza da un punto di vista concreto, realista ma ancora coinvolto. Il punto di vista di un’adolescente, appunto, che supererà sempre in passione quello di un autore adulto, per quanto affermato o esperto egli sia.
 
   Un’altra cosa su cui vorrei puntare l’attenzione è il fatto che, solitamente – diciamo al 90% - quando vediamo la pubblicazione di un adolescente, si tratta di un fantasy. Il fatto che la Ranucci abbia scritto, alla veneranda età di quindici anni, un romanzo e non un fantasy, già mi fa pensare che abbia un che di originale. Obiettivamente, è facile per un adolescente cresciuto a pane e libri per ragazzi, scegliere di scrivere un fantasy. Una scelta fuor dagli schemi è, invece, scrivere un romanzo.
   Sono curiosa di leggere questo stile che promette di essere maturo, dai presupposti, e che è stato definito ‘graffiante’ dalla critica. Chi sa se ci troveremo di fronte una futura promessa della scrittura o una cocente delusione troppo decantata? Io ho speranze ottimistiche per questo libro.
 
   Ultima cosa, decisamente allarmante. Sono solo alla seconda rubrica e ci sono forti probabilità che anche questo libro finisca in wish list alla sua uscita… Non so proprio mantenermi distaccata, no!
Queste rubriche saranno la rovina della mia wish list.

venerdì 2 gennaio 2015

Le tredici vite e mezzo del Capitano Ors Blu - Walter Moers

   Non ricordo esattamente quando decisi di comprare “Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu”, di Walter Moers. Mi sembra di conoscerlo da sempre ma, dato che la prima pubblicazione risale al 1999, non posso averlo conosciuto prima.
   Ricordo bene, però, dove lo comprai.
 
   Una volta, nella piazza principale della mia città, c’era una piccola libreria seminascosta, alla quale si accedeva da sotto i portici che sorgono tutto intorno al perimetro della piazza, scendendo delle scale di ferro battuto. Era una libreria bellissima. Piccola, stipata di scaffali di legno traboccanti libri e con i muri in pietra. Purtroppo ha chiuso diversi anni fa, ma ricordo ancora la bella sensazione che si provava entrando in quella libreria.
   Non fraintendetemi, io adoro perdermi in qualsiasi libreria, ma non è più bello scovare un piccolo negozietto che passa quasi inosservato? Non è più divertente entrare, accompagnati dal suono del campanello, e incrociare un sorriso e un cenno con il libraio? Magari un signore anziano, d’altri tempi, che ci saluta con una gentilezza differente. E non è più magico venire attratti da una copertina che non è né più né meno in vista delle altre, tornare a casa con il proprio libro sottobraccio, e poi scoprire che si tratta di un libro così perfetto per noi, così importante?
   Di certo non è come entrare in una Mondadori o Feltrinelli qualsiasi, dal soffitto alto, gli scaffali tutti uguali, e gli stessi titoli messi per bene in bella vista in ogni singolo punto vendita.
   Non so perché parlo di questo, dato che quella che vado a fare è una recensione e basta. Sapete già, tuttavia, che i mie post vanno un po’ dove gli pare. Inizio con un’idea precisa e poi vado alla deriva.
   Meglio passare alla recensione.
 
Walter Moers
   Nato apparentemente dalla spuma del mare, il Capitano Orso Blu è appunto questo: un orso, di colore blu. Dovete sapere che ogni orso colorato che si rispetti, nel continente di Zamonia, è destinato a vivere ventisette vite. Il Capitano in persona ce ne racconta la metà, perché è giusto che ognuno abbia i suoi piccoli segreti.
   Il primo ricordo di Orso Blu è quello di una grande nave, nera e gigantesca, che incute terrore nel piccolo orso, così piccolo da entrare nel guscio di una noce. Talmente piccolo, in effetti, da poter essere tranquillamente salvato dai mini pirati e portato a bordo della loro minuscola nave. Lì Orso Blu impara ad essere un perfetto marinaio ma, crescendo, i mini pirati sono costretti ad abbandonarlo – non senza tristezza e rammarico – sull’isola degli spiriti Coboldi.
  Passiamo così da un’avventura all’altra in compagnia del Capitano, e queste avventure sono talmente diverse fra loro che sono considerate come vite differenti. In un susseguirsi di personaggi improbabili e situazioni ancor più assurde, esploriamo «il continente di Zamonia, dove tutto è possibile tranne la noia.»
   Certo non ci si può annoiare con il caleidoscopio di invenzioni di Moers. Fra i più memorabili non posso non citare Deus Ex Machina, un sauro da salvataggio che salva il prossimo solo all’ultimo minuto, e come dimenticare il Dottor Abdul Noctambulotti, il teorico del buio con sette cervelli? Per non parlare della testa del gigante Babbaleo, così grande che Orso Blu dovrà attraversarla passando da un orecchio all’altro – peccato che la testa sia ancora perfettamente funzionante!
   Sorge comunque una domanda sin dall’inizio del libro: da dove viene Orso Blu? Non esistono altri orsi come lui nel mondo, non ne ha mai incontrati, ma come mai si trovava all’interno di una noce? Abbandonato in mezzo all’acqua?
   Non ho intenzione di dirvi altro, sappiate solo che sono domande legittime da porsi, e che forse, fra una vita e l’altra, il Capitano potrebbe scoprirlo.
 
   Una delle cose più belle di questo libro sono i disegni e la particolare grafica. Vi ho riportato apposta alcune pagine perché possiate vederli. Sono stati realizzati dall’autore stesso, e so che esistono edizioni a colori, anche se la mia è in bianco e  nero.
   Oltre ai disegni, senza preavviso possiamo trovarci davanti ad una pagina tutta nera, con le parole stampate in bianco. Oppure metà e metà. Oppure possiamo trovare una pagina interamente occupata da una sola, gigantesca lettera.
   Vi posso assicurare che l’autore aveva i suoi buoni motivi per inserire un grosso BOOM all’interno del libro. Un BOOM che doveva occupare un bello spazio, altrimenti come facevamo a renderci conto del rumore assordante a cui Orso Blu andava incontro?
   Il perché poi ci andasse incontro lo lascio scoprire a voi. Potrebbe avere a che fare con la gigantesca nave Moloch, che solca le acque senza approdare mai in nessun porto. O magari con il buco dimensionale che si trova nel mezzo della Grande Foresta. Oppure… be’, è ragionevole pensare che se c’è una testa senza gigante, da qualche parte ci sarà anche un gigante senza testa.
   Ma chi può dirlo, in fondo siamo a Zamonia.
 
 

venerdì 14 novembre 2014

Indigestione di libri

   Avete presente quando c’è una cosa che ci piace tantissimo e un giorno capita che ne mangiamo a chili? Prendiamo ad esempio la Nutella. Ci ingozziamo fino a star male e quando poi riemergiamo dal nostro coma ciboso giuriamo che per un bel po’ di tempo non ne toccheremo nemmeno un cucchiaino.
   Passano i giorni, le settimane e poi magari anche i mesi. Finalmente, vinto il ricordo del malore, ci compriamo un bel barattolone di quelli da 600 grammi e le fette di pane preferite, magari quelle sottili e senza crosticina, per assaporare appieno il gusto cremoso della nocciola.
   È giunto il momento, ce l’abbiamo davanti, è lì, e la prima cosa che sentiamo quando svitiamo il tappo è il profumo intenso che aleggia nell’aria e ci penetra nelle narici. A questo punto ci blocchiamo.
   Oh mamma.
   Forse abbiamo le traveggole o forse abbiamo mangiato pesante la sera prima. Ma in fondo siamo stati bene fino ad ora, che sarà mai una fettina di pane con una sottilissima spalmata di Nutella? Prepariamo il nostro sandwich e lo addentiamo.
   Il sapore ci colpisce le papille gustative come un pugno ma – incredibile! – ne siamo disgustati. Per un po’ annaspiamo nel panico, chiedendoci che cosa c’è che non va. Alla fine, dopo molte ipotesi, la verità viene a galla. Non ci piace.
   Non ci piace più.
Questa sono io quando vado in un all-you-can-eat.
Se sostituite i libri al cibo otterrete più o meno questa stessa reazione.
   Un incipit particolarmente lungo quest’oggi ma, che vi devo dire? Scrivo così come mi viene, io. Comunque tutto ciò ha un senso, non crediate, perché oggi parlo di indigestione di libri. Non so se capita spesso o se è capitato solo a me (spero di no, mi sentirei strana altrimenti), ma ho fatto indigestione di fantasy.
   La ritengo una cosa piuttosto strana, soprattutto considerando il fatto che io sono una di quelle persone che quando si fissa con qualcosa ne parla un sacco e cerca di carpire tutti i segreti del film/telefilm/attore/libro di turno. Quindi da quando ho fatto indigestione di fantasy, cosa che sarà avvenuta cinque o sei anni fa, sono lì che mi chiedo come sia possibile. Insomma, ho passato anni a rileggere libri, riguardare film, cercare foto di attori o musicisti su internet, e tutto d’un tratto i libri fantasy mi diventano indigesti!
   Precisiamo una cosa. Non tutti i libri fantasy, solo quelli più classici. Quelli ambientati in luoghi simil-medievali, dove ci sono i cavalieri, i draghi, i maghi e magari qualche creature inventata dall’autore giusto per metterci qualcosa di suo. Ecco, quelli sono i fantasy che non sopporto più.
   Una cosa che vale solo per i libri poi, perché ad esempio adoro il telefilm di “Trono di spade” e credo che sia geniale! Ma il libro… Ci ho provato a leggerlo. Già a pagina quindici mi sono arresa.
   Ho letto un sacco di libri di questo tipo in passato, e mi sono piaciuti moltissimo. Tutt’oggi sono fra i miei libri preferiti e li ricorderò sempre con ammmore, ma credo di averne letti troppi. Questa è l’unica spiegazione che riesco a darmi.
   Ho fatto indigestione.
   Indigestione di fantasy.
E' con questo atteggiamento che leggevo i fantasy, prima.
   È capitato anche a qualcun altro o sono io l’unica fortunata colpita da questo virus, da questa maledizione?!

venerdì 7 novembre 2014

Gli incubi di Hazel - Leander Deeny

   Tempo fa, nel reparto per ragazzi della Feltrinelli della mia città, ho visto un libro che ha attirato su tutti i fronti la mia attenzione. Il bordo della pagine era nero, la copertina sembrava imbottita ed era morbida al tatto. Il disegno sulla copertina era carino, il titolo accattivante e la descrizione decisamente interessante. Non mi ci volle molto per decidermi, così lo comprai e fui di ritorno a casa con “Gli incubi di Hazel”, di Leander Deeny.
 
   Hazel è una bambina di dieci anni che viene costretta dai genitori a passare tre settimane di vacanza dalla sorella di sua madre, zia Eugenia Pequierde.
   Zia Eugenia è vedova e ha un figlio, Isambard, della stessa età di Hazel. Vivono entrambi in un enorme maniero fatiscente assieme ad una noiosa servitù. La zia si rivela subito antipatica e noiosa. Continua a parlare del marito, morto in un incidente, e non fa che paragonare Hazel a Isambard, che a detta sua è un bambino educato e intelligente, tanto che conduce moltissimi esperimenti.
   Hazel scopre che nel bosco vicino al castello vivono degli strani mostri che dicono di essere gli incubi della zia Eugenia. Ognuno di loro è formato da due animali diversi e sono: Geoff il gorillopardo, Francis lo struzzorana e Noel il pitospino. Passano il tempo a cercare di spaventare zia Eugenia, ma non sanno come fare, così Hazel si offre di aiutarli, per vendicarsi dell’antipatia della zia.
   Ma chi ha creato gli incubi?, e perché costui, chiunque egli sia, vuole dare il tormento alla zia Eugenia? Hazel scoprirà le risposte dove meno se lo aspetta, nella cornice di un castello in rovina e circondata da misteri oscuri e personaggi bizzarri – cani Frankenstein, anatre che fumano, cameriere che sanno cucinare solo sugo di carne!
   La verità è la più incredibile di tutte…
 
 
   Sono rimasta ammaliata da questo libro sin dalle prime pagine. Potrebbe trarre facilmente in inganno con la sua trama adatta ad un pubblico di bambini, ma avendo già letto il finale vi sconsiglio vivamente di farlo leggere a figli o nipotini.
   Lo stile è molto scorrevole e divertente e, anche se la storia cardine non prende subito il via, dopo appena un paio di capitoli si continua a leggere giusto per scoprire quali bizzarrie ci saranno nelle prossime pagine.
   Oltre a questo i disegni all’inizio di ogni capitolo sono veramente belli, e già solo per quelli adoro “Gli incubi di Hazel”.
   L’ambientazione della storia è cupa, vagamente gotica, e anche la sensazione che ci viene trasmessa è quella di essere in un mondo sospeso, lontano e differente da quello al quale siamo abituati. Cupo diventa anche lo svolgersi dei fatti ad un certo punto del libro, e lì ci si rende conto che non si sta certo leggendo una favoletta per bambini.
 
   Questo è uno dei pochi libri che ho mai letto in cui ci sono personaggi che non vogliono piacere al lettore. Sono pittoreschi e fanno sorridere, ma hanno anche un lato oscuro e genuinamente cattivo. La cosa interessante e anche molto bella, a mio parere, è che alla fine i personaggi riescono bene o male a perdonarsi fra di loro, e a volersi bene comunque.
   Leander Deeny ha creato una storia popolata da persone (e mostri) reali. Diventa impossibile per il lettore elevarsi a giudice e scegliere il personaggio migliore, l’eroe positivo, perché non ne esiste nessuno. Tuttavia non si riesce nemmeno a trovare la volontà per condannarli, perché anche se hanno fatto cose malvage avevano le loro ragioni: rabbia, tristezza, amarezza. Tutte ragioni umane che possiamo comprendere e a volte ahimè anche condividere.
 
Leander Deeny, classe 1980,
esordisce nel 2008 con "Gli incubi di Hazel",
in lingua originale "Hazel's phantasmagoria".
 
   Non posso che concludere consigliando questo libro un po’ a tutti. Io non sono brava a consigliare libri, basta che mi piaccia per essere consigliato al mondo intero! “Gli incubi di Hazel” però ha un po’ della favola e del fantasy, un po’ della storia horror e del mistero, e giusto un pochino del romanzo di formazione.
   Magari funziona come jolly: va bene per tutti!