Frontespizio

Le conclusioni provvisorie sono come i massi che ci consentono di attraversare un piccolo fiume: saltiamo dall'una all'altra, e possiamo farlo di volta in volta solo perché i "massi" precedenti ci hanno portato a quel punto.

«Che cosa rimane del pensiero critico, se rinuncia alla tentazione di aggrapparsi a schemi mentali, a retoriche e ad apparati argomentativi prefabbricati e di sicuro effetto scenico (manicheismo, messianismo, settarismo, complottismo, moralismo e simili...)? Non perde forse la sua capacità di attrarre l'attenzione dell'uditorio distratto facendogli sentire il suono delle unghie che graffiano la superficie delle cose?» può domandarsi qualcuno.
No, al pensiero critico non servono “scene madri” né “effetti speciali”; anzi, quanto più si dimostra capace di farne a meno, tanto più riesce a far comprendere la fondatezza e l'urgenza dei propri interrogativi. (In my humble opinion, of course!)

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venerdì 13 marzo 2015

Ancora emigrazione per i giovani italiani: ora come allora è opera imperscrutabile del Fato?

Una “diaspora” e possibili ritorni

A quanto pare, in Irlanda hanno deciso di incentivare i loro emigrati a tornare [vedere qui]; hanno ritenuto opportuno e necessario, anzi prioritario, investire su questa politica.

Una vera rivoluzione da noi si avrà quando sulla stampa potremo leggere di un governo italiano che abbia preso misure simili. (Non discuto sui contenuti specifici di quella decisione dell'Irlanda, che andranno valutati: è la decisione in sé ad avere importanza, come fatto politico.)

Certo – si dirà – il caso irlandese è diverso, lì la percentuale di emigrati sul totale della popolazione è particolarmente elevata, lì hanno risolto alcuni problemi a monte, e ora possono permettersi di spalancare le porte a chi è andato via. Sì, sì, certo, eppure questo non basta a spiegare la differenza radicale del nostro atteggiamento.

Fatto sta che dall'Italia si continua ad emigrare, nell'indifferenza pressoché generale delle istituzioni.

lunedì 5 novembre 2012

Il lavoro "flessibile" e il suo "mercato" sono un decreto del "destino"? Qualche legittima domanda


Hanno fatto scalpore, come tutti sappiamo, alcune dichiarazioni del ministro Fornero sul rapporto fra i giovani e il lavoro.

Al di là dell'equivoco sulla qualifica di choosy attribuita ai giovani di oggi – il Ministro ha spiegato che si riferiva a un atteggiamento in voga sino a qualche tempo fa, giacché i giovani precari di oggi sanno di “non potersi permettere” di rifiutare un impiego – il suo discorso comunque riprende il leit motiv della “flessibilità obbligatoria”, da anni ormai ripetuto da politici, tecnici e intellettuali influenti.

C'è chi, dai giornali o da “pulpiti” autorevoli, ci dice che “bisogna abituarsi alla flessibilità”, che “bisogna abituarsi a cambiare continuamente lavoro durante la propria vita”, che “bisogna abituarsi alla globalizzazione del mercato finanziario”, che “bisogna tagliare le spese sociali”, ecc.

Nessuno però ci spiega veramente perché dovremmo abituarci a simili cose; se qualcuno finalmente lo facesse, e se la spiegazione fosse davvero convincente, magari potremmo essere indotti a dare ragione a chi sostiene tutti quei “bisogna... bisogna...”.

Bisogna perché?

mercoledì 8 giugno 2011

Il lavoro, detestato nella sua nuova, "smagliante" flessibilità

Ogni volta che c'è qualche eclatante manifestazione di protesta dei "precari", si ripresenta (timidamente, in realtà) sulla stampa e in televisione il dibattito sul lavoro.
Per l'ennesima volta ci sentiamo quindi dire, ad esempio, che al giorno d'oggi non si può più pensare al lavoro in termini di "posto fisso" e che bisogna adattarsi alla cosiddetta "flessibilità".

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